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Higan 2007
Abano Terme,16-03/01-04 2007
Domenica 25 marzo
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E l’Higan ha superato anche il secondo week-end. Sfortunatamente, ho potuto partecipare solo alla giornata di domenica 25, cielo piovoso sopra Abano, che forse ha attirato molte persone alla ricerca di un luogo in cui passare il pomeriggio, oltre ai più interessati all’evento. Moltissima partecipazione, infatti, in questa giornata, chi per le conferenze, chi per la cerimonia del thè, chi, soprattutto, alla ricerca di “dove fanno shiatsu?” domanda postami da più di una persona incrociata al di fuori del Teatro Congressi.
La mia giornata di domenica, infatti, l’ho passata quasi interamente presso la Kursaal, a pochi metri dal Teatro Congressi, ampia sala adibita in quest’occasione al workshop intensivo di Yuzen. Evento limitato a soli 10 iscritti (cosa che mi ha fatto prenotare già ad inizio mese), il workshop trattava una tecnica particolare di pittura su seta, lo Yuzen, tecnica che si distingue dalle altre poiché nell’effetto finale del lavoro il disegno risulta bordato di un elegante tratto bianco.
O, almeno, se fatto dalla maestra.

PARENTESI – LO YUZEN

La maestra, Kazuko Kataoka, è una simpatica signora originaria di Kobe, che da più di vent’anni si occupa di Yuzen e da alcuni anni risiede a Firenze, continuando a coltivare e insegnare questa splendida arte pittorica. Per l’Higan ha organizzato un workshop di circa sette ore, che insegnava le fasi principali di questa tecnica, utilizzando un metodo rapido che, comunque, è forse una delle tecniche più “appetibili” per un primo approccio.
Tutto il corso è così stato gestito da lei e da un’assistente-interprete, che hanno seguito noi dieci “allievi” che affrontavano per la prima volta questa esperienza, con una notevole pazienza e capacità gestionali, riuscendo a permetterci di fare più di quanto fosse stato pianificato, visto che lo Yuzen è una tecnica che necessita di molto tempo e pazienza, per avere il risultato atteso.
Ma di cosa si tratta per l’esattezza? Riporto un testo esplicativo contenuto della dispensa consegnataci durante il corso, scritta dalla maestra Kataoka e da Maurizia Marigioli Pizzi.“Yuzen è Itomenorioki, cioè una tecnica basata sull’uso dell’amido (ottenuto dalla cottura a vapore del riso glutinoso). Mettendo infatti l’amido sulla linea del disegno di base si blocca la tinta e questo serve per dipingere con un colore diverso vicino ad un altro senza sbavature, ottenendo un effetto pittorico. Si possono così usare tanti colori contornati da una bella linea continua che mette in risalto il disegno, arricchendo la stoffa con le più svariate fantasie. Tutt’ora lo Yuzen è caratterizzata da questa policromia e da una grande libertà che permette composizioni originali.
Ancora oggi i passaggi principali della lavorazione Yuzen sono tre:

  • mettere l’amido sulla stoffa disegnata
  • tingere il disegno
  • tingere il fondo

Ma nell’epoca Syowa (1925-1989) si è cominciato ad usare al posto dell’amido la gomma, un prodotto chimico ottimo come delineatore degli spazi per i colori.”
Ed è proprio con la gomma che abbiamo lavorato noi. Ecco una breve galleria illustrata dei momenti fondamentali. Naturalmente i disegni presentati sono il mio e quello dei compagni di corso, per cui indicativi soprattutto per l’impegno, più che per il valore estetico!
La tecnica insegnata dalla maestra è una delle tante possibili e consta in circa 18 passaggi, che vanno dalla tracciatura del bozzetto, alla distribuzione della colla e dell’amido, a tutte le varie fasi di cottura al vapore, inumidimento con pasta d’alghe per far attaccare meglio il colore, e le svariate asciugature a phon a cui ci siamo dedicati. Fortuna vuole, che il passaggio di sigillamento con l’amido, che si pensava non potesse essere fatto in tempo, siamo riusciti ad affrontarlo al volo. Fondamentale perché è affascinante vedere come l’amido possa diventare un isolante per il colore, trasformandosi con l’essiccamento in una specie di patina gommosa che può sopportare anche la cottura al vapore e svariati passaggi di pasta/liquido a base d’alghe funori.

Questo è il modello dipinto dalla maestra. Una camelia, tipico fiore invernale. I colori nell’originale erano molto più brillanti…

Il materiale base: il modello, la tela di seta, un’ottima dispensa con un sacco di consigli e spiegazioni, i pennelli per lo schizzo e l’inchiostro nei bicchierini.

Il mio modello ricalcato.

La maestra monta la tela su un telaietto in bambù fatto di bastoncini incrociati, cosa che serve ad impedire il contatto della tela con qualsiasi superficie.

Il mio disegno dopo essere stato ricalcato con la gomma, da davanti e dopo esser stato montato sul telaio.

Momento delicato in cui la maestra passa della benzina sul retro della tela per fissare bene la gomma. Dopo ogni passaggio con sostanze liquide la tela viene asciugata col phon.

La mia vicina di banco (Marzia) opera alla distribuzione dell’amido di riso sulla corolla e le foglie e poi la mia tela dopo la medesima procedura.

Segatura di legno finissima, sparsa per addensare e seccare l’amido, poi da asciugare a phon. Il mio risultato.

Delicatissimo passaggio in cui si inzuppa la tela con una speciale mistura a base di alga funori, per fissare il colore.

La scelta dei colori.

La maestra crea e testa il colore che ho scelto per lo sfondo.

Come bisogna distribuire il colore e come sono riuscita a distribuirlo io.


Il bollitore a vapore nel quale bisogna cuocere varie volte la tela.

Colori! E l’orribile pasta d’alga con cui addensarli…

Compagni al lavoro e il mio risultato prima dell’asciugatura (per evidenziare quando ho sbavato il colore…)

La tela avvolta in tessuto-non tessuto e posizionata nel bollitore.

Le opere quasi concluse, i colori sono quasi quelli definitivi.

Lavando via la gomma con la benzina.

Il lavoro completato!

Giunti ormai alle 17.30, avendo cominciato alle 9.30, è quasi indescrivibile la gioia provata nel togliere con la benzina i residui di colla, e vedere che il tuo disegno, per quanto imperfetto, sbavato o solamente un poco storto, sembri un lavoro assolutamente fantastico. E non si fa nemmeno caso a come si sta dopo essersi rovesciati addosso per sbaglio un mezzo secchio d’acqua e amido, mentre si aiuta a mettere in ordine…
Questo workshop, comunque, è stato un ottimo corso, che si è presentato come una carrellata propositiva di uno stile, così diverso da quelli a cui si è abituati, che può esercitare un incredibile fascino. Naturalmente, il difetto di essere un corso singolo e non una serie di lezioni, deve essere superato con la buona volontà di ciascuno, persino nella ricerca dei materiali base, per buona parte reperibili solo in Giappone.

CHIUSA PARENTESI

Tuttavia non bisogna scordare che nel frattempo, la vera vita dell’Higan si svolgeva al Teatro Congressi. Interessanti e, come ha già detto Mark3, pericolosamente subdole le bancherelle al pian terreno, ricche di libri ed oggettistica, nonché di yukata (kimono) molto belli e di un curioso banco con un’esposizione di thè, su cui non ho potuto indagare molto, a causa della calca che lo circondava. Un attentato alla gola, inoltre, il banchetto di degustazione di cibo indiano, che spargeva odore di spezie e condimenti in tutto il teatro, invogliando alquanto, nonostante l’immensa coda, soprattutto in orario pasti.
Inoltre, fondamentali in questo weekend, grazie alla collaborazione del centro Tara Cittamani di Padova, sono state le rappresentanze tibetane, per affrontare temi legati al buddhismo. Bellissimo soprattutto il mandala che per i tre giorni dell’Higan è stato costruito pian piano dai monaci al primo piano del Teatro Congressi. Unica pecca, il luogo di collocazione poiché, essendo un punto di grande transito, non dava l’atmosfera giusta ad un arte così intima, ritmica, elegante e straordinaria, com’è la creazione di queste opere di sabbia tanto belle quanto sfuggevoli.

Testi e foto a cura di Ameonna

 

 

 

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