Milano Korean Film Festival 2019


Milano, prima edizione

(23 novembre 2019)

Arrivo trafelato all’Anteo di Milano (non lontano dalla stazione di porta Garibaldi) e riesco a vedere solo gli ultimi corti, che comunque lasciano trasparire la bontà e la varietà della selezione. In particolare quello con i pezzetti di corpo animati, caratterizzato da un eccentrico umorismo macabro, ha degli effetti notevoli.

Dopo un breve intervento del prestante console coreano di Milano, si entra nel vivo del programma con un film che, in giro per festival di mezzo mondo, ha raccolto ben 17 premi; niente male per un esordio! Park Jeong-beom scrive, dirige e interpreta le vicende di un profugo nordcoreano e della gente a lui vicino in una pellicola che colpisce duro allo stomaco. I colori slavati e gli ambienti miserabili e decadenti fanno da cornice a una narrazione asciutta e lineare, mentre preziosi giochi stilistici —gli specchi, i fuori fuoco, le inquadrature alle spalle — allietano di tanto in tanto una visione altrimenti squallida e disarmante di un mondo fatto di assoluta disperazione e povertà, senza possibilità d’uscita o riscatto, totalmente in opposizione ai facili buonismi e moralismi che sull’argomento si sono sprecati nel cinema locale. Seung-cheol è un personaggio drammatico al massimo grado, pieno di freni e contraddizioni, gran lavoratore e fervente credente, ma un po’ stalker, integerrimo eppure capace di fregare un amico per egoismo. La sua vita di schiaccianti, piccole e grandi sconfitte e di magre rivincite muove la pancia dello spettatore, che cerca di tenere a bada disgusto, pietà e apprensione, sbilanciandosi verso quest’ultima nella parte finale. The Journals of Musan sceglie programmaticamente di infischiarsene della questione Nord-Sud, preferendo scandagliare le profondità dell’animo di un escluso, un perdente, un ultimo della società per portarne a galla pregi e difetti, idiosincrasie e meschinità, bassezze e umiliazioni, erigendo, sul fango e sulle macerie, un monumento all’eroismo e alla dignità che i dettami capitalistici tentano (con un certo successo) di estirpare da ogni individuo.

Il secondo film proiettato, sempre di Park Jeong-beom, ovvero il suo ultimo (2019), riedizione di un film uscito in televisione e già premio speciale della giuria a Locarno, è ugualmente freddo e disperato rispetto alla visione precedente (entrambi ambientati in un inverno del mondo e dell’uomo). Se da una parte il regista ha affinato la tecnica e opera delle scelte interessanti su scenografie e colori, dall’altra ha perso per strada un po’ del mordente e dell’impeto del passato e qua e là si notano delle approssimazioni di scrittura —anche se, a detta dello stesso Park, o forse proprio a causa di ciò, il copione è stato perfezionato per quattro anni. Non che i temi affrontati, ad ogni modo, siano leggeri o scontati: prostituzione minorile, isolani in combutta, fuga nei boschi e, anche qui, i perdenti che non vogliono / non possono trovare un riscatto e un proprio posto nel mondo. Un film evidentemente diretto con passione e dedizione che riesce a coinvolgere lo spettatore soprattutto grazie al trittico di figure femminili, segnate da problematiche irrisolte e conflitti laceranti. In particolare la protagonista — non è chiaro se affetta da una lieve disabilità mentale o segnata dal luogo in cui è cresciuta — come un Cristo moderno catalizza su di sé i peccati dell’isola venendo bandita e braccata fino alla resa dei conti finale, in cui si deciderà se cancellare l’onta o portare a galla la verità. Ma la verità nei film di Park ristagna nascosta, rimossa e, come le alte onde del mare, non può infastidire chi è al sicuro nella propria abitazione. Il titolo proprio a questo fa riferimento: Height of the wave (Pago), l’altezza delle onde.

In coda alla proiezione si conclude l’evento con le preziose parole dello stesso regista, prima interrogato dal critico Lee Sang-young, poi dal pubblico. Presenti in sala anche i genitori del regista — il padre è apparso come attore in entrambi i film visionati. È stato in definitiva un festival gustosissimo e alla mano, rispettoso degli ospiti e del pubblico, per un pomeriggio di emozioni impetuose, con proposte ricercate e lontane da popolarità e banalità, lasciate volentieri a ben più blasonate manifestazioni. Un plauso particolare lo merita l’organizzazione che non solo ha mantenuto l’accesso del tutto gratuito, ma ha perfino offerto una gradita e fornitissima merenda. I suggerimenti che mi sento di proporre per la prossima edizione sono di indicare chiaramente all’ingresso della multisala dove dirigersi (ho fatto la coda alla biglietteria!), di indicare altresì la sala dedicata al festival (ho visto mezz’ora di trailer in un’altra sala!) e infine di continuare assolutamente con questa formula, sia per la scelta “monografica” che per la selezione di pellicole indipendenti, mature e dai temi forti quanto impopolari.

 

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