Di certo Barcellona non ha bisogno
di presentazioni, anche se Sitges non è proprio Barcellona
bensì un delizioso paesino di mare e design a mezz’ora
dalla città. Sicuramente neanche il “Festival
di Sitges” è sconosciuto, ma forse nessuno avrebbe
scommesso che quello che era nato nel lontano 1968 come la
“Settimana Internazionale di Cinema Fantastico e di
Terrore” sarebbe diventato il primo festival di cinema
fantastico del mondo. Ebbe si, il rinominato da qualche anno,
“SITGES, Festival Internacional de Cinema de Catalunya”
è dopo 38 edizioni un appuntamento fisso per gli amanti
del genere e non solo. Due tendenze si affermano anno dopo
anno nella manifestazione; lo sguardo al cinema fantastico
e di terrore più underground, nascosto e diverso, e
l’attenzione verso l’innovazione tecnica, visiva
e tematica. La cinematografia asiatica è importante
in entrambi i fronti e perciò all’interno del
festival occupa una posizione decisiva. Quest’anno il
festival ha presentato più di una cinquantina di titoli
asiatici distribuiti nelle diverse sezioni, con una presenza
maggioritaria della produzione della Corea del Sud, Giappone,
Hong Kong e Cina ma anche vantando film provenienti da Tailandia,
India, Taiwan, Malesia, Vietnam e Indonesia.
.-. Sezione ufficiale Fantastic .-.
Anche se la sezione “Premiere”, la più
importante e dedicata a film più o meno commerciali,
non ha contato nessuna partecipazione asiatica, la sezione
riservata al migliore cinema fantastico e di terrore dell’anno
ha compensato abbondantemente con 8 titoli. Il primo film
proiettato è stata l’ultima avventura di Takashi
Miike, The
Great Yokai War, che già due anni fa aveva
ricevuto per mano di Tadanobu Asano il premio “Machina
del temps” per Gozu, allora allucinato per
il pienone in sala per vedere il suo film. In quest’occasione
l’ambasciatrice ufficiale della guerra degli Yokai è
stata l’attrice giapponese Chiaki Kuriyama (Battle
Royale, Kill Bill), che interpretava la perfida
Agi e che nel suo passaggio per il festival si è dimostrata
un angelo cool seguito da una corte di parrucchieri, stilisti,
truccatrici che tenevano d’occhio il suo look in ogni
momento.
Altri due film che, come quello di Miike, sono stati anticipati
dalla mostra di Venezia sono stati Seven Swords,
di Tsui Hark, che è stato premiato come miglior fotografia,
e Sympathy for Lady Vengeance che è stato
presentato personalmente dal regista Park Chan-wook, che,
anche se in preda ad un potente raffreddore ci teneva ad essere
al festival che l’anno scorso gli aveva concesso il
premio alla migliore regia per Old Boy. In quest’edizione,
è stata premiata Lee Yeong-ae come migliore attrice.
E se il festival veneziano aveva anticipato questi titoli
in Italia, il festival di Sitges ha proiettato in questa sezione
alcuni film che poi sono stati presentati anche al Festival
di Torino. E’ il caso di Election, di Johnnie
To che dopo l’apoteosi a Cannes l’anno scorso
arriva come uno dei thriller asiatici del 2005. Con un montaggio
trepidante e una storia semplice ma potente, assieme ad interpretazioni
più che azzeccate, il film di To ha vinto secondo la
giuria giovane il premio come miglior film in questa categoria,
e ha procurato al regista e produttore anche il premio come
miglior regia del festival per il secondo anno consecutivo,
dopo il riconoscimento nel 2004 per Breaking News.
Un altro dei film più premiati al festival, e anche
tra i più discussi, è stato The Wayward
Cloud, la co-produzione franco-taiwanese di Tsai Ming-Liang,
con il titolo d’El sabor de la Sandía
(Il Gusto dell’Anguria). I protagonisti sono
la giovane Shiang-Chyl che abita da sola in un blocco d’appartamenti
e un ex-venditore ambulante d’orologi che ora lavora
come attore porno girando un film proprio nel condominio.
Entrambi sono profondamente soli con le proprie fantasie deliranti
che il regista trasforma in provocatori numeri musicali. In
superficie, il film racconta la relazione dei due protagonisti
con ritmo molto pacato, ripetitivo, con piani fissi lunghi,
estenuanti e con incontri sessuali smitizzati. In sostanza,
come affermato grazie al “Premio Speciale della Giuria”,
l’opera presenta un “audace discorso estetico
e morale contro l’alienazione sessuale”, e un’insoddisfazione
nascosta riguardo alla solitudine e all’individualismo.
Ha ottenuto anche il “Premio della Critica Jose Luis
Guarner”, e il premio al migliore attore del festival
per il suo protagonista maschile, Lee Kang-sheng.
Dalla Corea del Sud hanno partecipato due produzioni che appartengono
a due soggetti assai diversi; Voice,
è l’opera prima del regista Choe Ik-hwan, che
debutta con un horror di ambientazione scolastica. Il film,
quarta parte della saga Whispering Corridors, racconta
di come una studentessa ascolti la voce di una sua compagna
morta in strane circostanze. La storia si contorce e si sviluppa
coinvolgendo una misteriosa professoressa di musica e un’altra
ragazza che anche lei sente voci in uno scenario quasi limitato
ai corridoi della scuola, con un’atmosfera incarnata
da musica classica cantata con voce infantile, ormoni adolescenziali
e una piccola dose di paura.
L’altro rappresentante coreano è stato A
Bittersweet Life di Kim Jee-woon, regista d’importanti
film contemporanei come The Quiet Family, A Tale
of Two Sisters, e di uno degli episodi di Three. In quest’occasione,
il regista dirige una storia di buon cinema nero con ambienti
raffinati e una crudeltà pungente. Il protagonista
è interpretato dall’attraente Lee Byeong-heon,
nel ruolo di Seon-woo, gestore di un albergo di lusso e scagnozzo
efficiente e fedele di un boss. La sua freddezza disumana
lo fa essere il prescelto per vigilare la giovane amante del
capo sospettata di tradimento sentimentale. I dubbi sono giustificati,
e Seon-woo sa cosa deve fare, ma indugia, incantato dalla
bellezza della ragazza. Le conseguenze saranno fisicamente
dolorose e mentalmente sconvolgenti. Scene di tortura, d’emozioni
represse, d’azione disperata, girate con un elegante
stile. Premiato a Sitges con il premio alla migliore colonna
sonora.
L’ultimo film asiatico di questa sezione arriva dalla
Tailandia; dotato di una sorprendente fattura tecnica è
stato un successo commerciale in tutta l’Asia. Si tratta
di Shutter, della coppia di registi Parkpoon Wongpoom
e Banjong Pisanthanakun, un horror che inizia con una classica
serie di morti misteriose che s’incrociano con uno sfortunato
incidente stradale dove i protagonisti, un giovane fotografo
e la sua bella fidanzata, investono una donna e si danno alla
fuga. I rimorsi non tardano ad apparire, ma presto questi
si convertono in qualcosa in più, un qualcosa che appare
soltanto in foto, e che ha a che vedere con le altre morti.
Lentamente la trama muta, passa dell’astratto al concreto
e mette allo scoperto la ragione di tutto quanto. Infatti,
i due registi presenti al festival hanno dichiarato che era
loro intenzione fare qualcosa di più di un semplice
horror; volevano che la gente all’inizio del film si
chiedesse che cosa fosse successo e che poi il racconto diventasse
una sorta di spirale in cui gli spettatori rimangono intrappolati;
volevano che il finale si collegasse con l’inizio e
che tutto fosse spiegato nel modo più razionale possibile.
Shutter è un film sconvolgente, crudele e
pessimista focalizzato più sulle conseguenze della
paura che sulla paura stessa, e che presenta un prodotto diverso
dal solito all’interno della cinematografia tailandese.
.-. Sezione ufficiale “noves visions” (nuove visioni)
.-.
Come il suo nome indica questa parte del festival è
votata alla promozione di film che apportano una novità
creativa, una nuova forma di vedere il terrore o la fantascienza
sia per il modo in cui si esplorano le tematiche fantastiche
sia per l’utilizzo di nuove tecnologie, sia per la radicalità
o l’originalità dell’approccio.
Tre le proposte asiatiche in questa sezione. Del Giappone,
due registi consolidati, Tsukamoto Shinya e Aoyama Shinji,
presentano i loro ultimi progetti. Haze è
il mediometraggio, nella versione originale lunga di 49 minuti,
che Tsukamoto ha realizzato per commissione del festival coreano
di Jeonju che ha scelto tre cineasti asiatici per un’esplorazione
della tecnologia digitale. Tsukamoto nelle vesti di regista,
produttore, sceneggiatore, protagonista nonché direttore
della fotografia e del montaggio, presenta con un’angoscia
estrema la storia di un uomo finito in una stretta trappola
mortale, senza ricordi, senza motivo e senza scelta. Un po’
Cube ma in solitario nell’oscurità di
un tunnel, il film è disperato nel suo inizio e sconcertante
nel suo finale tra limpide e bianche lenzuola con una serenità
nostalgica. Essenziale il rapporto tra i due personaggi, lui
(Tsukamoto) e lei (Kaori Fujii).
Aoyama partecipa al festival con una stridente e filosofica
Eli, Eli, Lema Sabachtani? (Dio mio Dio mio, Perchè
mi hai Abbandonato?), ambientata in un ipotetico 2015 dove
un virus porta irrimediabilmente gli infettati al suicidio.
Soltanto le note di due musicisti contemporanei che ricercano
i limiti del suono sembrano fare qualche effetto, e quindi
un uomo d’affari porta loro la nipote malata nella speranza
di una apparentemente impossibile guarigione. Tadanobu Asano
interpreta il musico protagonista in questa pacata storia
di fantascienza con paesaggi infiniti e sperimentazione acustica
al limite della pazzia.
Invece della Tailandia arriva Citizen Dog, una surreale
commedia, piena di effetti digitali e di sketch assurdi con
la regia di Wisit Sasanatieng, autore nel 2000 di Le Lacrime
della Tigre Nera. Con influssi d’Amelie,
il film ci racconta le difficoltà di Pod nel suo arrivo
dalla campagna innocente e strana, alla spietata città,
e la sua accidentata storia d’amore con Jin, una particolare
ragazza delle pulizie nella ditta dove Pod lavora come addetto
alla sicurezza. Bizzarri giochi di trama, in un crescendo
irrefrenabile di sciocchezza, mille colori e stravaganze varie,
alti e bassi nel ritmo della storia, in un film urbano e tenero.
.-. Sezione Orient Express - Casa Asia .-.
Nella sezione espressamente dedicata al cinema orientale,
più di 10 titoli dai più variegati stili. Già
visti dal pubblico italiano durante il Far
East Film Festival di Udine 2005, arrivano a Sitges due
film; il primo Zee-Oui, lungometraggio tailandese
girato da due registe che racconta la storia di un assassino-cannibale
di bambini con una narrazione apertamente polemica. Il secondo
segue invece le più leggere avventure di ladri buoni
e cattivi Andy Lau e Rene Lui; A
World without Thieves del regista cinese Feng Xiaogang.
Da Hong Kong è stato presentato l’ultimo lavoro
di Oxide Pang (questa volta nella regia senza suo fratello),
AB-Normal Beauty, sempre prodotto dai Pang Brothers.
La protagonista è Race Wong, metà del duo pop
2R insieme alla sua gemella Rosane, che ha anche una parte
nel film, nelle vesti di una fotografa ossessionata dal ritrarre
la morte. Tutto ciò agiterà la sua vita e sveglierà
in lei vecchi traumi passati. Sempre da Hong Kong, un altro
episodio della saga Police Story che segna il ritorno
dei film classici di Jackie Chan. New Police Story mostra
un Chan maturo, senza l’immagine di eroe comico contando
sulla regia di Benny Chan e sul talento degli attori spalla,
Daniel Wu e Charlene Choi.
In questa sezione è suonata anche la suoneria più
terrificante del Giappone...la
seconda parte di One Missed Call, con Renpei Tsukamoto
anziché Miike alla regia, ma ugualmente piena di suspense
e brutti scherzi. Renji Ishibashi ritorna nel ruolo dell’investigatore,
mentre continuano imperterrite le strane morti annunciate
sempre dalla misteriosa chiamata, questa volta anche con il
supporto di videofonini. Sempre dal Giappone, The Neighbor
N. 13, primo film del regista di videoclip Yasuo Inoue
basato sul manga omonimo (in giapponese, Rinjin 13-go)
dell’autore di culto Santa Inoue, che ha lasciato passare
10 anni prima di venderne i diritti per il cinema. Storia
dell’alter-ego scatenato e violento di Juzo, un giovane
timido dal triste passato, che con stile alla Ichi the Killer
vendicherà senza pietà gli abusi subiti. Takashi
Miike ha una breve parte dove però non finisce in buone
condizioni.
E un altro adattamento, questa volta da un’opera di
teatro kabuki, è la fantasiosa Ashura, sotto la regia
di Yojiro Takita (The Yin-Yang Master) con Rie Miyazawa
(The Twilight Samurai) come protagonista femminile.
Con delle scenografie molto teatrali, racconta una storia
di amore impossibile tra Izumo, un vecchio ex-guerriero caccia
demoni ora diventato attore teatrale di culto, e una giovane
acrobata il cui destino è diventare la regina del male.
Altro film presentato nella sezione “Orient Express”
è Naina, unico rappresentante indiano della
categoria che racconta un horror fin troppo simile a The
Eye, con cui un regista, presidente di un importante
gruppo finanziario a Bombay realizza il suo primo lungometraggio
con un’eccellente fattura e con l’interpretazione
principale della famosa attrice bollywoodiana Urmila Matondkar
(Bhoot).
Di tutto altro genere è il secondo film tailandese
della sezione, Born
to Fight, un film di azione frenetica, coreografie
da urlo e adrenalina pura, girato dallo stesso cast dell’
ormai mitico, Ong Bak e interpretato da personaggi
popolari dello sport tailandese. Il film, come Ong Bak,
è un remake che lo stesso regista ha realizzato partendo
da un suo lungometraggio girato nel 1990, e racconta la storia
di un poliziotto che accompagna un gruppo di atleti a una
gara benefica in un villaggetto dove un gruppo terrorista
scatena il caos.
I due rappresentanti coreani nella sezione dedicata specificamente
al cinema asiatico, presentano due film di particolari ambientazioni
e entrambi molto curati sia tecnicamente sia formalmente.
Blood Rain è una storia ambientata nel XIX
secolo, dove un detective arriva su una lontana isola per
investigare su un misterioso incendio in apparenza doloso.
Nel frattempo, avvengono una serie di omicidi crudeli e spaventosi
che la popolazione imputa allo spirito di un politico locale
giustiziato anni prima.
E da un’isola del passato, si passa al terrore psicologico
del vuoto bianco del circolo antartico di Antartic Journal,
magnificamente interpretato da Yu Ji-tae, il “cattivo”
di Old Boy, e Song Kang-Ho, protagonista di Memories
of Murder. Angosciante avventura di un gruppo di
spedizionieri che cercano di sorpassare il punto più
lontano dell’ Antartide mai raggiunto dal uomo. Diverse
personalità, diverse motivazioni, diverse relazioni
tra i membri della spedizione che raggiungono limiti di pazzia
quando la natura e il sovrannaturale sfideranno l’ uomo.
Con tensione ben distribuita in una trama ben sviluppata,
il film attinge dalle storie di scoperte e avventure varie
e le mescola con una linea confusa e spiazzante che collega
il continente bianco a qualcosa di misteriosamente inesplicabile.
Il film ha vinto il premio in questa categoria.
.-. Retrospettiva Johnnie To .-.
Il regista di Hong Kong è stato una delle presenze
forti di questa edizione del festival di Sitges. Da un lato
l’omaggio alla sua splendida carriera cinematografica
per cui si sono proiettati sei suoi film, più un documentario
di produzione francese, Milkyway Images, La Ciné-Factory
de Johnnie To, incentrato sul lavoro della sua casa di produzione,
seguendo i lavori di ripresa di Breaking
News fino alla postproduzione e alla presentazione
al festival di Cannes. Dall’altro lato, To ha vinto
per due anni di seguito il premio per la migliore regia al
festival (con Breaking
News nel 2004 e con Election in questa edizione).
Ma non basta, perché quest’anno Sitges ha voluto
proprio concedergli il premio alla carriera “La máquina
del tiempo” che il regista ha ricevuto in una cerimonia
speciale.
Inoltre, in parallelo a film e premi cinematografici, il festival
di Sitges, con la rivista di cinema asiatico Cine Asia, ha
pubblicato un libro monografico dedicato al regista, con il
titolo “Johnnie To, Redefinendo el Cine de Autor”
(Ridefinendo il Cinema d’Autore). Il libro vanta un
prologo di Sabrina Baracetti, presidentessa dal Far East Film
Festival, e presenta una serie di saggi che analizzano l’opera
di To nei più diversi aspetti: dal cinema noir al ruolo
del buddismo, dal profilo dell’ autore al lavoro nella
sua casa di produzione, dalle arti marziali, alla comicità
in generale e alla commedia romantica in particolare. In coda,
il volume raccoglie la filmografia completa del regista.
Come nel libro i film proiettati nella rassegna dedicata a
Johnnie To, oltre ad Election che partecipava nella
sezione ufficiale, hanno percorso la sua carriera con opere
eterogenee e di successo. Esempi degli inizi marcati per l’uso
particolare delle arti marziali sono The Barefoot Kid
e l’opera pulp ormai di culto The Heroic Trio
che fece scoprire il suo cinema in Occidente. Il genere thriller
è stato rappresentato da due film essenziali nella
filmografia di To, The Mission, con una particolare
famiglia di membri delle triadi, e PTU, cinema noir
nella notte blu di Hong Kong. E’ stato proiettato anche,
Running out of Time che può essere considerato
un thriller d’azione dove gli attori, Andy Lau e Lau
Ching-wan interpretano il ladro e il poliziotto che si rincorrono
in un’animata narrazione con tocchi di commedia. Throw
Down è l’ultimo dei 6 film presentati.
In parallelo alle aree ufficiali, nello spazio alternativo
“Brigadoon” è passato l’elettrizzante
film Breaking
News con cui Johnnie To aveva vinto per la prima
volta il premio come miglior regista al festival.
.-. Sezione Anima’t .-.
La sezione dedicata al cinema d’animazione, in quanto
al cinema orientale, è occupata da produzioni giapponesi.
Sette su dieci dei film presentati provengono del Giappone,
con nomi assai conosciuti come Mamorou Oshii o Rintaro.
Dead Leaves è il primo lavoro come regista
dell’animatore di Neon Genesis Evangelion,
ambientato in un futuro abitato da cloni anziché umani,
dove una strana coppia di fuggitivi scatena eventi caotici
nella sua fuga dalla prigione lunare che intitola il film.
Sempre rimanendo nell’ambito del fantastico, è
stato proiettato il film Le Portrait de Petite Cosette,
del regista Akiyuki Shinbo, una favola che si snoda in un
mondo gotico in cui il progonista, Eiri, uno studente d’arte
è trascinato dalla lolita enigmatica Cosette che lui
scopre all’interno di un cristallo.
Basato su un manga di Robin Nishi, Mind Game è
un’innovativa produzione che mette insieme grafica digitale,
animazione classica e fotografia. La storia ha come protagonista
Nishi, un timido disegnatore di manga che ritrova il suo amore
del liceo e che per una serie di avvenimenti insoliti finirà
all’interno di una balena. Il regista arriva dal mondo
del cortometraggio e della televisione dove ha curato la regia
della serie Shin Chan.
In quest’edizione nel festival faceva bella mostra di
sè il secondo film della serie di
Lamù Urusei Yatsura: Beautiful Dreamer
del 1984 che come il precedente lungometraggio vanta la regia
di un Mamoru Oshii a inizi di carriera.
Dopodichè Final Fantasy VII: Advent Children
presentato anche nella passata edizione del Festival del Cinema
di Venezia con Tesuya Nomura come regista. Come dato curioso
va notato che la voce del personaggio Tifa nell’originale
viene dall’attrice Ayumi Ito (All about Lily Chou-Chou).
Un’altro dei film presentati è X/1999,
realizzato nel 1996 da Rintaro sempre con tematica apocalittica
e chiare influenze da Osamu Tezuka.
All’interno di questa sezione, è stato proiettato
il documentario Ghibli et le Mystère Miyazaki,
filmato del francese Yves Montmayeur dove si penetra nell’universo
poetico del famoso regista e del Giappone tradizionale mostrando
anche il lavoro della mitica casa di produzione Ghibli.
.-. Altri film asiatici in Sitges .-.
Oltre alle grandi sezioni, il festival di Sitges ospita anche
piccole rassegne con film scelti e cercati appositamente,
che sono il tocco di differenza rispetto ai grandi nomi e
alle grandi produzioni. Ad esempio, la sezione “Seven
Chances”, che come indica il suo nome, propone 7 film
selezionati da critici e scrittori cinematografici come prova
d’alta qualità visiva. Tra le proposte, il film
Sanctuary, una produzione Malese girata in formato
digitale che presenta una poetica sull’identità
e i rapporti umani con uno stile quasi documentaristico dove
si osservano le influenze di registi come Hou Hsiao-hsien.
Un’altra sorpresa della sezione dei film di mezzanotte
“Midnight X-Treme”, è stata la proiezione
di Demond Pond, una piacevole sorpresa visto che
si tratta di un’opera dell’eterogeneo Takashi
Miike, che questa volta passa al teatro. Miike ci offre le
riprese di uno spettacolo teatrale di cui lui stesso ha curato
la regia l’anno scorso. Basato sulla popolare opera
omonima dello scrittore Kuoka Izumi, racconta un mondo fantastico
dove Yuri e Akira devono suonare tre volte al giorno una campana
per mantenere addormentato un terribile mostro. Miike gira
questa tragicommedia di teatro Noh con una sola scenografia,
dei costumi molto curati e giochi di luci rosse e nere. Tra
gli attori, Ryuhei Matsuda che già aveva lavorato con
Miike in Izo.
La rassegna intitolata “Mondo Macabro” ha presentato
in quest’edizione del festival due programmi con doppia
proiezione di film asiatici. Da una parte l’abbinamento
tra il film giapponese ormai di culto Lady
Snowblood, una storia di vendetta e odio guidata
dalla spada dalla protagonista, che ha inspirato Kill
Bill di Tarantino, e Spirits, coproduzione di Stati Uniti
e Vietnam, che narra tre racconti fantastici legati alla tradizione
vietnamita di collegamenti tra mondo dei morti e mondo dei
vivi. L’altra coppia di film asiatici che ha formato
questa sezione è Virgins from Hell, film d’origine
indonesiano che ha come protagoniste due sorelle che si uniscono
ad un gruppo di motociclisti per vendicare la propria famiglia.
Cuoio, tortura e sesso per un esempio nascosto e underground
della cinematografia Indonesiana. Invece di un’industria
cinematografica molto più importante anche se ugualmente
sconosciuta, si è proiettato Bandh Darwaza,
la versione bollywood di Dracula con gusto bizzarro e miscuglio
di generi. Realizzata dalla casa di produzione specialista
in horror dei fratelli Ramsay.
.-. Brigadoon .-.
“Brigadoon” è lo spazio alternativo all’interno
del festival che mediante una serie di cortometraggi, mini
rassegne, proiezioni DVD fuori norma, presenta il materiale
più underground, gore e feticista del cinema fantastico.
Riguardo al cinema asiatico, è stata presentata la
minirassegna che si ripete ogni anno intitolata “Ai
giapponesi piace il sangue”, chiaramente dedicata ai
film più sadici dell’universo filmico giapponese.
Lo splatter più rilevante proviene dalle immagini dell’episodio
più “poetico” della serie Guinea Pig: Mermaid
in a Manhole, da Laboratory of the Devil, e
dal film estremo ultragore Psycho: the Snuff Files
aka Niku Daruma.
Organizzato per la rivista di cinema asiatico, il ciclo “Cine
Asia presenta...” ha proposto uno sguardo ampio, diverso
e contemporaneo sul cinema orientale rappresentato da cinque
film che spaziavano dalla Corea alla Tailandia, passando per
Giappone, Hong Kong e India, con Ghost House di Kim
Sang-jin, il mediometraggio e il corto di Ryuhei Kitamura,
Longinus + The Messenger, l’horror indiano
Vaastu Shastra, l’hongkonghese Shaolin vs Evil Dead
di Douglas Kung, e il tailandese Necromancer.
Sempre all’interno dell’ universo “Brigadoon”,
è stata presentata una maratona anime, con la proiezione
di Comando G, lo speciale dedicato a Miyazaki con
il suo Sherlock Holmes e due rappresentanti dello Studio Gonzo,
Blue Submarine n.6 e Hellsing.
A cura di Alejandra Armendáriz
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