Il Torino Film Fest ha sempre dedicato
molta attenzione e riservato molto spazio al cinema orientale
e ai suoi autori. Quest’anno ha riservato alcune chicche,
l’anteprima in Europa del film di Kurosawa Kiyoshi,
una delusione, la conferma del talento di un grande come Suzuki
Seijun con la sua operetta, e la svolta tardiva, ma efficace,
dal cinema degli estremi al road movie introspettivo di Wakamatsu
Koji.
A sorpresa un premio ex equo per una nuova leva, Tsubokawa
Takushi, con un film intenso e costruito con abilità,
forse un pò troppo cerebrale, ma affascinante.
Ho seguito una parte limitata del programma che era molto
nutrito, dedicandomi soprattutto al cinema giapponese e in
parte a quello di autori quali Sokurov, che comunque parla
di Giappone, Khoo, Tsai e Hou perché autori che mi
hanno sempre interessata personalmente e incuriosita.
Le retrospettive di quest’anno erano monumentali, in
particolare quella dedicata ai settanta film, quest’anno
ne era prevista solo una parte, di un maestro come Chabrol,
a Hill, al filippino Lav Diaz e a Lino Broca, oltre all’omaggio
a Rogerio Sganzerla. Insomma ce n’era per tutti, cinefili
e non, appassionati di film d’essai, giovani e meno
giovani.
Con l’intento di accontentare tutti, amanti ed esperti
del cinema di genere e di film tout court o semplici curiosi,
attratti dai nomi, o dal passaparola, si è creato un
panorama variegato e dalla qualità decisamente eterogenea.
Di Giappone si è parlato e in modo nuovo, critico e
decisamente fuori dagli schemi. Kurosawa purtroppo non ha
saputo incatenare il suo pubblico, tanto nel corto, quanto
nel lungometraggio in anteprima, Loft; sempre lui,
ma francamente ci si aspettava qualcosa di meglio, Nishijima
ce la mette tutta per salvare una storia che di inquietante
ha ben poco e che non sorprende mai veramente, e come cattivo
risulta abbastanza ambiguo, forse il vero errore di casting
è il buono, Toyokawa, che recita come se fosse in uno
dei soliti drama interminabili e che, se la dobbiamo dire
tutta, comincia ad essere un po’ ridicolo a non voler
mai invecchiare. Questo per quanto riguarda l’eroe,
non parliamo dell’eroina, sarà bella? Forse,
ma le caratteristiche dei personaggi femminili nel cinema
horror orientale non credo che debbano essere così
canoniche. I personaggi sono troppo poco approfonditi e anche
l’idea del doppio non convince affatto.
Il musical di Suzuki è puro intrattenimento di superficie
realizzato magnificamente, niente da eccepire, in questo nessuno
gli sta al pari e le due ore scorrono rassicuranti e piacevoli
e va benissimo così.
Tsukamoto, come sempre, mette i brividi e dimostra un’efficacia
e una capacità di sintesi incredibili.
Ma la vera novità arriva con Wakamatsu e con Tsubokawa.
Il premio che è stato assegnato ex aequo a quest’ultimo
sta a indicare una precisa volontà di introdurre nel
panorama ormai saturo dei soliti grandi nomi, qualcosa di
ancora imperfetto, ma che ci dica di più sulla vera
indole di un paese e di un popolo e sui suoi reali problemi.
Per operare giustamente un confronto ci propone la svolta
di un veterano, che stavolta sembra aver lavorato con energia
per ribadire ancora una volta la sua rabbia e la sua frustrazione
di fronte a una società che sembra non volersi scuotere
e non voler ammettere realmente i propri torti. Finalmente,
è quello che penso in tutta sincerità, finalmente
era ora che qualcuno si accorgesse di quello che sta al di
sotto della vernice. Non perché il cinema giapponese
di genere non abbia cominciato da un pezzo a cambiare rotta,
Miike in primis, ma perché noi occidentali abbiamo
anche noi i nostri gusti e le nostre manie e a volte non riusciamo
proprio a voler vedere e a voler capire. E diciamocelo, anche
i giapponesi e gli orientali, hanno un po’ la presunzione
di non poter essere apprezzati se fanno qualcosa che sia troppo
calato nella loro realtà e nella loro cultura, che
si discosti dall’idea che ci siamo fatti di loro, sempre
che rispondano a una qualche definizione. Perché in
effetti il loro pregio è proprio che non vogliono rispondere
a nessuno stereotipo, non sono mai uguali a se stessi. Quando
lo sono per noi è più facile, ci mettono a nostro
agio e ci divertono, ma non è il loro modo di essere,
semplicemente ne hanno tanti e nessuno.
Tornando a Torino, un piccolo squarcio di quello che potrebbe
essere è arrivato fin qui.
Speriamo che questa tendenza, alimentata anche dall’interesse
crescente del pubblico, continui e cresca.
VENERDI’ 11/11/2005
Oggi è la giornata di apertura e l’evento più
atteso è il film scelto per inaugurare il festival:
Election di Johnny To, già selezionato per
il concorso a Cannes e che sicuramente avremo modo di vedere
distribuito. Mi dispiace, da brava snob e appassionata di
cinema d’essai l’ho mancato, perché so
che in un modo o nell’altro lo recupererò, mi
sono invece buttata sul digitale e su Kurosawa Kiyoshi, questa
volta in vena decisamente di bassi budget e poche pretese.
The House of Bugs (Mushitaki No Ie), fa
parte di una serie di corti dell’orrore basati sulle
storie e sui fumetti di Umezu Kazuo.
Una misteriosa donna trasformata in insetto dalle sue nevrosi
o dalla ossessiva gelosia di un uomo, o riflessione kafkiana
sull’identità e sulla psiche e su un amore malato
o entrambe le cose?
La costruzione narrativa è molto accurata e gioca su
diversi punti di vista e su diversi piani temporali.
Inizia al presente, un marito solo che taglia della verdura,
l’incontro con una vecchia fiamma e poi la narrazione
in flashback della metamorfosi o meglio della malattia mentale
di Ruiko.
Ma Kurosawa ha imparato alla perfezione la lezione del suo
illustre omonimo in Rashomon, ed ecco che propone
tre versioni di uno stesso avvenimento, quella di Ruiko stessa,
del marito, Renji, geloso e violento, soggetto a improvvisi
isterismi, che narra in prima persona al presente, per il
quale la moglie infedele è solo convinta di essere
diventata un insetto, del presunto amante e cugino della donna
a cui le si rivolge per avere aiuto. Il racconto si interrompe
e riparte, riprendendo dallo stesso punto in cui si era fermato,
addirittura con le stesse immagini, con delle vere e proprie
ripetizioni.
Più che risultare inquietante e pauroso, anche nei
momenti di maggiore tensione il film risulta francamente grottesco.
Kurosawa non dà al pubblico quello che lui si aspetta
e gioca a fargli prevedere ciò che accadrà per
poi deludere le sue attese. Il riferimento letterario e le
immagini del set sono solo un preziosismo inutile, e spesso
si arriva a rasentare il ridicolo. Lo stile è quello
di un qualsiasi drama televisivo, abbastanza mediocre. Ruiko
dovrebbe far parte di una lunga serie di personaggi femminili
demoni, posseduti da uno spirito maligno nella migliore tradizione,
e ci si attende da lei una vendetta plateale, che si traduce
invece in un ribaltamento inatteso dei ruoli di vittima e
carnefice tra marito e moglie, forse l’unico vero colpo
di scena.
SABATO 12/11/2005
Ancora un lavoro presentato da Tsukamoto al Jeonju Film Fest,
Haze, contenuto in una raccolta di tre cortometraggi.
Irrespirabile, doloroso, frustrante, un vero viaggio nei recessi
dell’angoscia e dell’amnesia. Perdere il senso
del tempo, dello spazio, cercare vie di fuga impossibili.
Il protagonista si risveglia in uno spazio ristretto, ferito
e non riesce a ricordare perché sia lì, cerca
di liberarsi, di muoversi, tutti i suoi sforzi finiscono per
essere vanificati. Si sente una minaccia, come se qualcuno
volesse ucciderlo, e si stesse divertendo a sperimentare su
una cavia da laboratorio a infliggergli le peggiori torture.
E’ come se stesse affondando in una palude, più
si muove e si divincola, più viene martoriato. E sentiamo
tutto, direttamente sotto la pelle, nella carne, i denti che
affondano nel metallo, le pareti che si restringono, gli spuntoni
che penetrano nei muscoli e i colpi. In tutto questo lo sforzo
sfibrante e sovrumano di restare sveglie coscienti, di cercare
di ricordare, di essere razionali in una situazione che non
ha niente di razionale. Poi degli sprazzi di luce, il passato
è luminoso, ritorna in visioni brevissime, bianco,
immacolato, una speranza di ritorno alla normalità.
Un trauma è stato rimosso, allontanato, poi arriva
inaspettata la salvezza e la scelta di continuare a vivere.
Il corto di Tsukamoto, condensa in pochi e brevi passaggi
una riflessione sulla nostra condizione esistenziale di esseri
umani, costretti a lottare e a sfuggire a continue persecuzioni,
deboli, indifesi, in balia delle avversità, e tuttavia
capaci di reagire, di trovare uno spiraglio, la forza e la
capacità insospettata di trovare una via d’uscita
e di sopportare l’inverosimile e adattarsi a qualunque
situazione anche la più inconcepibile. Tsukamoto prosegue
nella sua analisi sul rapporto tra carne e metallo, uomo e
macchina e sulla mutazione già alla base dei suoi primi
e fondamentali lavori, da Tetsuo in poi.
Kawase Naomi, cineasta indipendente, volutamente e fieramente
non allineata in tutti i suoi film ha sempre cercato di esorcizzare
la propria tragedia personale, quella di essere stata abbandonata
dal padre e con la macchina da presa incollata sul volto di
una giovane ragazza di trent’anni ci descrive come se
si trattasse di un programma basato su storie vere o di un
documentario di casi umani, cosa accade quando la protagonista
scopre che a filmarla è il suo padre biologico che
non aveva mai saputo chi fosse. “Perché, ma perché
proprio adesso me lo vieni a dire, e che cosa vorresti ottenere
da me dicendomelo”, questa in sintesi la normale e ovvia
reazione di rabbia e incredulità iniziale. Poi un pianto
liberatorio e un lungo abbraccio. Nasce una nuova amicizia,
e noi scopriamo che tutto è fittizio, che è
stato ricreato appositamente, la regista è lì
e si intravede, non è il padre, l’uomo che vediamo
con la telecamera in mano fin dall’inizio a filmare.
La spontaneità e l’immediatezza di Shadow
(Kage) sono stati solo il risultato di un’operazione
a tavolino. “Chissà cosa penseranno gli spettatori”
dice “il padre”, “quando capiranno che è
una finzione, si sentiranno traditi?”
No, devo ammetterlo, no, si fa perdonare volentieri.
LUNEDI’ 14/11/2005
Era l’opera più attesa dagli appassionati di
cinema orientale ed è talmente raffinata e carica di
riferimenti all’immaginario iconografico giapponese
e cinese da risultare addirittura ostica per il pubblico occidentale,
che rimane indifferente. Suzuki si è costruito una
fama sul suo stile delirante e psichedelico, ma la sua mano
è inconfondibile e il suo cinema possiede una ricchezza
visiva praticamente irraggiungibile per chiunque altro, anche
per un eclettico come Miike, o per Kitano. Il suo Princess
Raccon (Operetta Tanukigoten) è una mescolanza
tra fiabe, musical e pittura. Un po’ Biancaneve cantata,
un po’ Shakespeare, Romeo e Giulietta in forma di numeri
e coreografie. Suzuki è un’esteta, cura la messa
in scena e le scenografie come fossero visioni, in cui ogni
dettaglio, ogni accostamento di colori, ogni fondale sono
perfetti. D’altro canto non dimentichiamo I Racconti
del Cuscino di Sei Shonagon e il Genji Monogatari
di Murasaki Shikibu. Il diletto preferito dei cortigiani Heian
era sfoggiare vesti perfettamente intonate e dagli accostamenti
cromatici più soddisfacenti dal punto di vista del
gusto estetico. E il cinema di Suzuki è così,
Immagini che scorrono, che appagano il nostro senso del bello
e scivolano via come la vernice, lo smalto. I riferimenti
sono talmente tanti che elencarli qui sarebbe noioso e assurdo,
Azuchi Momoyama, è un periodo ben preciso della storia
giapponese, tanuki è un animale in cui la leggenda
vuole che si trasformino le donne furbe e astute, ma sono
solo i due più evidenti e banali, tanto per citarli,
ce ne sarebbero molti altri. Ci sono immagini della scuola
pittorica Kano sui fondali, si potrebbe lungamente disquisire
sulla incredibile varietà di conoscenze artistiche
e non che Suzuki mette in mostra. Come lo definiamo? Iperrealismo,
postmodernismo, la sua è una stilizzazione portata
all’estremo, fatta di passato e presente, pop art e
Rinascimento, cultura popolare giapponese, persino country
e tiptap. Usa due divi Zhang Ziyi e Odagiri Joe, idolo delle
adolescenti giapponesi, e fa parlare lei in cinese e lui in
lingua cortese, come gli altri cortigiani. Il suo è
un mondo inventato, fantastico, variopinto e brillante e definito
nei contorni, evanescente e puramente superficiale come può
esserlo un sogno. Non dimentica mai un tocco d’ironia,
la capacità di non prendersi mai troppo sul serio,
il senso dell’umorismo. Da’ vita con grande dispendio
di effetti visivi al mondo del teatro Kabuki e No, ma il suo
è uno spettacolo pieno di vita, gioioso, mai monotono,
mai risaputo. In certi momenti riesce a far dimenticare, a
trascinare nei suoi pensieri e nel suo ritmo chi guarda, a
incantarlo, a trasportarlo di peso, per poi abbandonarlo di
nuovo, come i ciliegi simbolo per eccellenza dell’effimero
e molto presenti naturalmente in tutto il film.
Usa sempre fondali statici e accosta il paesaggio e gli ambienti
naturali con elementi artificiali, ricostruiti o rielaborati.
Suzuki ha confessato di volersi porre in controtendenza rispetto
a un cinema giapponese contemporaneo che sente come interiore
e molto luminoso, e di voler realizzare un film che fosse
spensierato, una semplice festa rumorosa e rutilante, senza
troppe complicazioni, ottimista. Non a caso il sogno d’amore
dei due giovani si corona proprio in un modo di pura fantasia
che va oltre la morte. Suzuki sembra quasi essere cosciente
del fatto che la vera felicità non è qui su
questa terra, nella vita e mescola senza la minima preoccupazione
echi di credenze scintoiste, sembra quasi prendere in giro
il cattolicesimo e la sua fede in una resurrezione, così
come l’aspirazione buddista ad allontanare lo spirito
da qualunque desiderio.
MARTEDI’ 15/11/2005
E’ il grande giorno della presentazione a Torino del
film di Alexander Sokurov, Il Sole (Solnze),
già molto apprezzato alla Berlinale. Ma prima in attesa
mi hanno incuriosita il documentario di Alina Marazzi Per
Sempre e l’ultimo film di Zeze Takahisa, Yuda,
Secret Journey.
Iniziamo da quello che trovo giustamente un film molto particolare,
non bello e non conciliante, ma a volte stonato.
Zeze girava pink eiga e non è che qui il sesso non
gli interessi. Gira tutto a mano in digitale, per dare l’impressione
di qualcosa di non studiato e di non mediato. Un uomo, un
narratore, che racconta in prima persona, una sorta di voyeur,
gira per le strade attorno all’enorme stazione di Shinjuku,
un luogo in cui transitano giornalmente milioni di persone,
con i suoi negozi, i suoi locali e i suoi bar. Cerca una faccia,
un volto tra la folla che lo catturi, che lo incuriosisca
e lo segue. In una metropoli come Tokyo, circondati e accerchiati
dai corpi e dai volti, dagli odori, dai rumori, dalle voci,
è difficile incontrarsi, impossibile, ci si sfiora
e basta, è un luogo in cui ci si sente più soli
che in un deserto, esattamente come se ci trovassimo completamente
fuori dalla civiltà.
Yuda, una ragazza, un ragazzo, resta sempre il dubbio. Il
suo corpo non presenta alcun segno esteriore di femminilità,
potrebbe essere una ragazza mascolina o un ragazzo effeminato,
Zeze gioca sull’ambiguità di questo personaggio.
E quando scompare lui e un’altra donna, insieme a lui
entrambi amati e abbandonati da Yuda, iniziano un viaggio
per cercarla. In mezzo al racconto una sorta di documentario
sullo sbandamento dei giovani sedicenni giapponesi, senza
valori e senza aspirazioni.
Michi e Yuda hanno intrapreso a loro volta un viaggio alla
ricerca di un’altra ragazza, Fujii Kaori, che non sappiamo
se esista davvero o meno. Ma la ricerca non ha importanza,
l’importante e continuare a cercare. Yuda deve sfuggire
a relazioni occasionali, incontri occasionali con uomini che
approfittano di lei, Michi è sola, insoddisfatta, triste,
viene picchiata dal marito, anche lei deve cambiare vita e
l’occasione gliela dà proprio l’incontro
casuale con Yuda. Michi diventa la reale protagonista di quest’avventura,
non sente dolore, subisce senza lamentarsi qualunque tipo
di umiliazione. Quello che interessa al regista è la
casualità che due esseri che ignoravano l’uno
l’esistenza dell’altro si incontrino senza nessuna
predeterminazione e arrivino a instaurare una relazione profonda,
a entrare l’una nel mondo e nei sentimenti dell’altra.
In realtà Michi e Yuda non arriveranno mai a conoscersi
davvero. Nessuno riesce ad afferrare la vera essenza di questo
ragazzo/ragazza. Michi usa spesso il verbo “connettere”,
proprio per indicare questa impossibilità di cogliere
l’essenza più profonda e vera di un essere.
Zeze, però, è troppo incerto, ha troppa voglia
di sperimentare, spesso diventa inutilmente melodrammatico,
senza coinvolgere.
Il masochismo e la voglia di mostrare le disgrazie altrui
sono eccessivi e risultano dopo un po’ difficili da
sopportare.
GIOVEDI’ 17/11/2005
Nuages D’Hier (Utsukushiku Tennen).
Film delicato e molto complicato da seguire nel suo continuo
gioco di rimandi e parallelismi. La costruzione narrativa
è ondivaga e altalenante. Tsubokawa si rifà
alla tradizione del muto e dei benshi, narratori dei primordi
del cinema giapponese, secondo gli esperti responsabili del
forte ritardo con cui il sonoro e apparso nell’arcipelago.
La parte iniziale è un muto divertentissimo con la
storia della fioraia povera e sfortunata Okiku, insidiata
dal viscido padrone e dal di lui figlio, e il divertimento
sta proprio nelle coloriture e nei commenti del benshi, che
stonano con le immagini. Il film è in realtà
un costante andirivieni, che sembra ricordare molto da vicino
un autore come Anghelopoulos, tra spettacolo di finzione e
realtà, tra teatro e cinema, ma i rimandi sono spesso
bruschi e faticosi. Fondamentali sono qui il dialogo mancato
tra le diverse generazioni e l’importanza della memoria
e delle radici familiari. Molto bella la scena in cui il nonno
anziano tenta di insegnare alla nipote ad andare in bicicletta
e le visite della ragazza a un avventore e amico di famiglia
che le aggiusta un vecchio grammofono con cui ascolta musica
d’altri tempi. Tsubokawa usa spesso il piano sequenza
per descrivere i personaggi e si sofferma sui volti e sui
dettagli. L’idea forse più riuscita è
quella del gruppo di teatranti girovaghi, che somiglia a un’orchestrina
klezmer, che appare e scompare come se si trattasse di fantasmi.
I piani di lettura di Utsukushiku Tennen sono molti,
e il film vive, prende corpo in diverse dimensioni spaziali
e temporali. Il regista sceglie di sottolineare questi passaggi
con variazioni dal bianco e nero virato al seppia della narrazione
al presente, al colore della narrazione teatrale, del passato
e del ricordo. Soprattutto di Utsukushiku Tennen
resta l’importanza di un legame tra padre e figlia e
nonno e nipote che oltrepassa ogni barriera.
Wakamatsu, nonostante gli anni e la malattia che lo ha colpito
non ha esitato a far sentire nuovamente la sua voce e il suo
messaggio è uno dei pochi rimasti davvero e autenticamente
controcorrente, fuori dagli schemi precostituiti e dal sistema.
In una società come quella giapponese dove nessuno
ormai ha più il coraggio di esprimere le proprie opinioni,
Wakamatsu chiede al suo pubblico, soprattutto a noi spettatori
occidentali, ma anche ai suoi concittadini, di interrogarsi
con sincerità e senza vergogna su dove stia andando
la società giapponese contemporanea. Per la prima volta
non ci propone la solita tiritera su come siamo soli e tristi
e alienati, ci accusa senza timori e senza reticenze. E’
una società ormai alla deriva in cui anche un ragazzo
diciassettenne può per rabbia, senza motivazioni profonde,
arrivare ad uccidere la madre, in cui i più giovani
sentono ricadere su di sé le pressioni e la responsabilità
di una generazione, quella del dopoguerra, allo sbando. Il
regista segue appunto un ragazzo diciassettenne che fugge
da solo in bicicletta e viaggia percorrendo tutta la costa
del Giappone e inevitabilmente incontra molte realtà
e molte persone diverse. Cycling Chronicles è
insieme road movie atipico e storia di formazione di un adolescente.
Ma è anche un modo diverso e poetico di esprimersi
politicamente, è un film profondamente e squisitamente
politico. Cosa è rimasto alle migliaia di soldati morti
nel nome e nel mito del militarismo e dell’imperatore
durante la seconda guerra mondiale? Nessuno li ricorda più.
Le nuove generazioni hanno dimenticato la storia e il passato,
il governo al potere vuole ad ogni costo che questa pagina
della storia giapponese così come gli eccidi e le stragi
compiuti dallo stesso esercito del Sol levante in Cina, Manciuria,
Sud- est asiatico venga cancellata, e gli Alleati stessi hanno
imposto questa linea precisa. Gli americani non hanno voluto
nel processo di democratizzazione da loro imposto alla fine
della Seconda Guerra Mondiale a un paese sconfitto, non eliminare
la figura dell’imperatore, ma privandolo sostanzialmente
di ogni forma di potere e mantenendone il valore esclusivamente
simbolico, così facendo, sostiene lo stesso Wakamatsu
hanno indebolito il paese rendendolo ancora più instabile
e insicuro.
Parla di povertà, di fatica, di immigrazione Wakamatsu,
e parla soprattutto del vuoto, il vuoto dilagante di ragazzi
che ormai non sentono che obblighi e responsabilità
su di sé, ma non sanno a chi rivolgersi. Vuole che
il racconto si snodi lentamente, senza fretta, che il film
e le immagini penetrino nella coscienza di chi guarda e lasciar
loro il tempo di agire, come una medicina amara ma salutare.
Sovrappone i ricordi della tragedia alle onde del mare invernale,
al rumore delle ruote della bicicletta che scorrono sull’asfalto,
all’ansimare del protagonista per il freddo e lo sforzo.
Il suo è un flusso, un flusso di coscienza ininterrotto.
E non possiamo non fare riferimento a un altro grande modello,
Una Storia Vera (The Straight Story, 1999)
di Lynch.
Come Lynch è il cantore per eccellenza della provincia
americana nella sua ingenuità e purezza, così
Wakamatsu diventa in Cycling Chronicles il portavoce del Giappone
che vive nell’emarginazione e nel degrado, il Giappone
del vuoto, il Giappone inafferrabile di chi non sa ancora
bene dove è destinato ad atterrare, e soprattutto non
ha paura di mostrarci le cose per come stanno, forse estremizzando
per renderci il messaggio più chiaro, ma cogliendo
nel segno.
Loft di Kurosawa Kiyoshi. Tipico film in cui il
fantasma è generalmente una donna, giovane, dai lunghi
capelli neri, possibilmente molto bella. Si chiamano Kaidan,
Kurosawa, come i suoi colleghi Shimizu e Nakata eccelle in
questo genere, anzi è considerato un maestro indiscusso.
Ha imparato una lezione fondamentale della suspence: la paura,
il vero terrore viene da ciò che è solo accennato,
appena suggerito, solo intuito e la applica come un bigino
a piene mani. Montaggio, uso degli effetti sonori, ambientazione,
location suggestive immerse nella natura, tutto contribuisce.
Kurosawa sembra prediligere abitazioni spaziose, possibilmente
infestate, con scala che porta ai piani superiori e stanze
in rifacimento con teli di plastica appesi ai muri a fare
da pareti. L’idea è ovviamente il trasferimento
in una nuova casa di una scrittrice vincitrice di uno dei
premi letterari più ambiti con tanto di editor comprensivo
e gentile, che pur di farle superare il blocco creativo sarebbe
disposto a qualsiasi cosa. Ed ecco in arrivo la mummia, intatta
dopo mille anni, conservata dal professor Yoshioka nel vicino
laboratorio. Lui è Toyokawa Etsushi, famoso attore
giapponese di melò, che però qui, ci dispiace
molto, proprio non è adatto e recita davvero maluccio.
Nakata spande la sua infezione, i germi dell’orrore
mescolando i generi e radicandolo in un contesto sociale,
Kurosawa è abilissimo a creare atmosfere, a darci costantemente
l’impressione che qualcosa debba succedere, ma poi anche
quando sappiamo che sta per accadere o accade non ci sorprende.
E a questo punto, anche leggermente misogino, le donne distruggono
gli uomini o li fanno impazzire. La mummia che è sopravvissuta
intatta ingerendo fango, non spaventa nessuno. Mi sono posta
una domanda: Dov’è che il tutto fa acqua, perché
non terrorizza come altri celebri film dei maestri del terrore
giapponesi? E in che cosa si differenzia il modo di fare cinema
di Kurosawa da quello di Nakata o Miike? Non voglio permettermi
di dare qui una risposta, ma visto che ci siamo provo ad azzardare
una delle tante ipotesi. Kurosawa prova compassione per i
cattivi, sì, ecco, dev’essere questo, i suoi
mostri non sono mai mostri fino in fondo, ma sono profondamente
umani. Comunque sia, deludente e imbarazzante, secondo i fan
e gli appassionati, e il pubblico comune. Anche l’idea
del doppio e della mimesi non riesce a salvare in corner l’operazione
che sa molto di fatta a tavolino per compiacere chi si aspettava
un successo commerciale.
Solnze. Non dimenticherei Sokurov, regista russo,
ma che dimostra una competenza in fatto di storia contemporanea
impressionante.
Questa volta Sokurov affronta uno dei capitoli più
delicati e più discussi della storia del Giappone moderno,
e riesce a ritrarci una figura, che culturalmente e ideologicamente
resta tuttora per i giapponesi irrapresentabile: L’imperatore
Hirohito, incarnato con impressionante mimetismo da un Issey
Ogata straordinario. Forse anche per questo il film ha suscitato
notevoli polemiche in Giappone al momento della sua uscita,
nei numerosi ambienti di estrema destra che ancora sopravvivono
nel paese e che ancora possiedono un peso politico non indifferente
all’interno delle sue istituzioni. Sokurov prosegue
nel terzo capitolo della sua trilogia a indagare sulle ragioni
che hanno mosso alcuni dei più feroci dittatori della
storia recente, Hitler in Moloch, Lenin in Taurus.
L’imperatore è stato per secoli in Giappone,
in quanto discendente della dea del sole Amaterasu, detentore
di un potere tanto temporale quanto religioso, che può
essere paragonato solo a quello di un Papa capo religioso
e al contempo capo di stato, e considerato di natura divina.
Hirohito è per Sokurov soprattutto un essere umano,
che spiega ai suoi servitori e ai vari ministri della casa
imperiale di non essere diverso nella sua natura e nel corpo
da loro stessi. Hirohito viene presentato da Sokurov come
un essere tutt’altro che onnipotente e superiore, in
apparenza è un ometto indifeso, inerme, in balia degli
eventi, che si lamenta di non essere amato da nessuno, se
non dai familiari. Lo dimostra chiaramente la scena emblematica
in cui egli, essere mai fino allora ritratto, accetta di farsi
fotografare dai giornalisti americani ”affinché
il sole appaia a illuminare i popoli sprofondati nel buio”.
All’inizio i fotografi rozzi, rumorosi e irrispettosi,
non lo riconoscono, è un ometto piccolo e buffo in
bombetta, ridicolo come Chaplin, che si mette rigidamente
in posa accanto alle rose. Entomologo e biologo marino, poeta,
poliglotta, colto e sensibilissimo, Hirohito, appare un uomo
fuori dal mondo, che non si rende conto, avendo pochissimi
e limitatissimi contatti con la realtà esterna, che
il suo paese e la sua gente sono ormai al collasso, Tokyo
è ormai solo un cumulo di macerie e arriva persino
a chiedere al suo segretario se deve cambiarsi d’abito
per uscire per recarsi al comando delle forze armate alleate
a negoziare la resa. Famosa è rimasta la frase del
generale Mac Arthur che definisce i giapponesi e il loro imperatore
ingenui come dei bambini. Durante il colloquio però
Hirohito dimostra una fermezza che contraddice decisamente
questa apparenza dimessa, negando recisamente le proprie responsabilità
storiche e sociali, ed è molto chiaro: “ Non
ho ordinato io quei massacri” afferma. La vendetta e
la vittoria vanno secondo lui ricercati ad ogni costo. Importanti
sono poi le dichiarazioni che egli detta al suo assistente
in laboratorio, quando ormai la situazione è disperata,
in cui indica nelle leggi americane sull’immigrazione
emanate dal governo dello stato della California nel tredicesimo
anno dell’era Taisho, che proibiva l’ingresso
degli asiatici in America, l’onta che ha causato la
reazione giapponese, portando alla guerra. Nonostante ciò,
in nome dell’affetto che il suo popolo nutre per la
sua figura e ciò che egli rappresenta per loro, egli
si rammarica di non essere riuscito a far cessare il conflitto.
Il Sole è innanzitutto un trattato di storia contemporanea
e un’amara elegia sul potere e sulle sue distorsioni
e Sokurov, già noto per essere un cineasta elitario
e concretamente non alla portata di tutti, amato o detestato
senza mezze misure, richiede effettivamente allo spettatore
che non abbia una preparazione adeguata uno sforzo di comprensione
sicuramente al di sopra della media, ma la fatica è
decisamente ricompensato da un’opera claustrofobica
e affascinante.
A cura di Cecichan
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