Quasi un’edizione estiva del
“Far East Film Festival” di Udine.
L’edizione 2005 del festival veneziano è stata
una vera e propria manna per i fans e studiosi di cinema asiatico.
Una versione ridotta della scorsa “storia segreta del
cinema bis italiano” e un palinsesto a tratti interessante
ha lasciato spazio ad una indigestione di cinema dell’estremo
oriente. Tre erano le fonti da cui abbeverarsi: Primo, la
retrospettiva voluta con forza dal direttore Marco Muller,
“la storia segreta del cinema asiatico”, retrospettiva
che faceva eco a quella dello scorso anno e che a quanto pare
resterà un’evento fisso e ogni anno tematico.
Seconda, la forte presenza all’interno degli altri spazi
della mostra di film almeno sulla carta “grossi”
ed importanti. Terzo, l’arrivo abbastanza numeroso di
ospiti.
L’evento era gravato da una specie di stato d’assedio
con ciurme di poliziotti armati e metal detector ad ogni ingresso.
Sulla carta poteva andare peggio, le file scorrevano nonostante
le insistenze talvolta esagerate dei “guardiani dei
portali” che si intestardivano nei controlli di custodie,
termos, macchine fotografiche o addirittura il cellophane
dei panini.
La passerella è stato il fulcro e il metro di giudizio
dello stato attuale del cinema in Italia. Colme di bambine
frignanti e orgasmatiche per i soliti due divetti, vuote per
altri artisti di altissimi livelli (ma questa è la
norma), le solite battutine razziste sugli ospiti asiatici,
poca organizzazione di quello che lì sopra doveva accadere
tra fotografi urlanti e auto che arrivavano a bordo ingresso,
annientando così l’utilizzo base della stessa.
Altra consapevolezza che la passerella ha fatto emergere è
l’ignoranza dei distributori italiani e la loro totale
inconsapevolezza di quello che comprano e distribuiscono.
Il paradigma di questa situazione è stata la presentazione
ufficiale di Initial
D. La rigidità nelle priorità di ingresso
a fatto si che la sala fosse mezza vuota. Ma quando il produttore
si è reso conto di avere tra le mani un film comunque
importante e una star del calibro di Jay Chou ha tentato in
tutti i modi di evitare la figura canina trascinando spettatori
dentro la sala a mano, prelevandoli dal bordo passerella e
costruendo ad hoc un nucleo di fans cinesi urlanti. Una scena
patetica avvenuta più di una volta.
Patetica anche la figura becera fatta dal 90% dei giornalisti
presenti in loco. Essendo praticamente privi di una cultura
cinematografica che vada oltre l’accademico sembravano
fare a gara a chi dovesse scrivere svarioni più grandi
e perle di demenza e ignoranza ogni volta che si doveva pubblicare
una riga sul cinema asiatico. A tal proposito va notato come
il “daily” di Ciak si sia rivelato una lettura
quasi comica sempre farcito di refusi, errori anche grossi
e grossolani. Ma non sono di certo stati gli unici. I più
saggi evitavano di parlare di cinema ed erano pronti a tirare
fuori qualche classico luogo comune che va di moda in questo
periodo sull’”invasione cinese” e su come
anche nel campo cinematografico i “cinesi” ci
stiano venendo a depredare. Razzista, fastidioso, di cattivo
gusto e patetico.
La Storia Segreta del Cinema Asiatico.
Accompagnata da un corposo e ottimo catalogo che copre la
zona cinese della retrospettiva, quasi una versione riveduta
e corretta del pionieristico “Ombre Elettriche –
Saggi e Ricerche sul Cinema Cinese” del 1982 sempre
curato da Marco Muller, ha avuto l’unico difetto di
essere presentata in una sala assolutamente piccola, la sala
Volpi. In quanto a capienza era ottima e perfetta, ma dotata
effettivamente di uno schermo troppo minuto per la qualità
e potenza visiva dei film proiettati, tenendo presente che
ci sono stati spettatori che hanno praticamente trascorso
i 10 giorni di festival lì dentro.
Effettivamente pochi e in netta minoranza i film cinesi, una
quindicina, mentre la bilancia pendeva sui giapponesi che
hanno fatto la parte del leone con una buona quarantina di
titoli.
Sui titoli cinesi nulla da dire, Muller sa il fatto suo, ogni
titolo era ben calibrato, solo classici hanno illuminato lo
schermo della sala Volpi.
Spring in a Small Town (Xiaocheng Zhi Chun)
di Fei Mu, un classico tra i classici era il titolo d’obbligo
e chiave di porta della rassegna. Seguivano a ruota Princess
Iron Fang (Tieshan gongzhu) di Wan Laiming e
Wan Guchan, ipnotico primo lungometraggio animato sonoro cinese,
attinge dal romanzo classico Viaggio in Occidente e si sviluppa
in modalità frenetica e surreale pari allo stile di
scrittura della fonte letteraria. Tra questi due estremi si
snodava un percorso composto di soli classici tra cui vale
la pena citare lo straordinario Wutai Jiemei (Sorelle
del Palcoscenico) di Xie Jin, epopea propagandistica
permeata di tutte le forme di arte cinese, una proiezione
indimenticabile. O come dimenticare lo struggente e straziante
melodramma disperato Tao Li Jie (Le Sventure
del Pesco e del Pruno) di Ying Yunwei, l’horror
di Maxu Weibang, Yeban Gesheng (Canto a Mezzanotte)
fino ad arrivare ad una memorabile proiezione del capolavoro
di King Hu Valiant Ones (Zhonglie Tu) in
una copia cristallina dopo che per anni lo abbiamo visto su
copiacce VHS di quarta generazione?
Se la selezione cinese non aveva una falla qualitativa, meno
equilibrata era la selezione nipponica, giocata sulla quantità,
ma al contempo comunque entusiasmante e fonte di visioni inedite
e imperdibili. Scegliere un percorso coerente è a dir
poco impossibile, si può quindi seguirne uno emotivo
che inserisce come film simbolo la proiezione a sorpresa del
rarissimo Horror of the Malformed Man di Teruo Ishii
(già presentato ad una vecchia edizione del Far East
Film Festival). In tributo al regista recentemente scomparso
è stato scelto proprio questo anomalo e estremo film,
una pietra di scandalo della cinematografia giapponese. A
presentare in pompa magna il film, i ragazzi del CEC di Udine,
il direttore della mostra e il regista Shinya Tsukamoto.
Dopodichè un nome riassume la sezione più importante
della retrospettiva: Kinji Fukasaku. Dalle origini fino ad
inizi degli anni ’80 un numero elevato di film della
carriera del regista è stata mostrata agli occhi avidi
degli spettatori. Classici come Battle without Honour
and Humanity (primo episodio di una serie in cinque parti),
il crepuscolare e disperato Graveyard of Honour,
l’ intenso Cops VS Thugs, il giovanile Okami
to buta to ningen e il più recente chambara
Yagyu ichizoku no inbo. Ma perché fermarsi qui?
Per continuare sulla strada a dir poco entusiasmante a livello
qualitativo di uomini machisti e virtuosi c’erano i
film di Seijun Suzuki e un paio di episodi sparsi della vecchia
saga di Zatoichi. Per venire incontro ai bisogni femministi
delle fanciulle spettatrici arrivavano poi due episodi (nemmeno
i migliori però) di un’altra saga classica però
tutta al femminile, Red Peony Gambler di Kato Tai,
con protagonista la splendida Junko Fiju. Non paghi di tutto
ciò, come non sorprendersi di fronte ad una commedia
giovanile sorprendente del regista maestro dell’horror
Nobuo Nakagawa, il suo Enoken no gambari senjutsu
e il classico della paura Tokaido Yotsuya Kaidan?
Poi? Poi altri classici più riconosciuti come i film
di Mizoguchi, Yamanaka Sadao (tra cui un Tange Sazen) e alcuni
Ito Daisuke. Insomma un programma davvero incredibile. Di
tanto in tanto qualche ospite faceva anche capolino a presentare
i film (come John Woo), evento accaduto però assai
raramente rispetto soprattutto allo scorso anno in cui Joe
Dante e Quentin Tarantino erano sempre in sala.
Al di fuori della Sala Volpi c’era un intero mondo
filmico da esplorare. Peccato il dover disertare molti film
minori a causa dell’assiduità di presenza alla
retrospettiva ma non siamo mancati in sala in occasione dei
film più attesi.
Innanzi tutto il film d’apertura, l’evento Seven
Swords di Tsui Hark inaugurato da una cena privata notturna
nella spiaggia dell’Hotel Excelsior alla luce dei fuochi
pirotecnici e sulle note della ost del film. Del film abbiamo
già parlato tantissimo, un’opera rivoluzionaria,
coraggiosa e imperfetta da guardare e studiare nell’attesa
di un sequel e/o di una versione estesa che possa dare compimento
all’opera voluta dal maestro.
Avevamo già visto Initial
D, film ispirato all’omonimo manga/anime; è
una delusione e un’occasione mancata, un circo di attori
incapaci e fuori ruolo su cui spicca un Anthony Wong prossimo
alla santità.
Sympathy for Lady Vengeance di Park Chan-wook. Chi
ne parlava addirittura male, chi lo paragonava a Old Boy
chi non lo andava a vedere timoroso di non capire nulla della
trama perché non aveva visto i primi due capitoli della
trilogia (giuro, è vero!). Invece il film è
una fastidiosissima e immensa fetta di cinema talmente diverso
da Old Boy (e da Sympathy for Mr. Vengeance
e da ogni altra cosa esistente) da rendere impotente ogni
paragone.
E poi la rivelazione su cui, a dire la verità riponevamo
le nostre più segrete speranze e i nostri più
silenti timori,
Yokai Daisenso di Takashi Miike. Di nuovo il
regista mostra il proprio talento nel rievocare una mitologia
assai complessa e con una tradizione storica e tre film alle
spalle assai duri da affrontare. Invece la sfida è
totalmente vinta e Miike dirige un film per ragazzi con una
leggiadria, tenerezza, capacità e senso del meraviglioso
da far impallidire, ricordando il cinema per ragazzi USA degli
anni ’80, quando Hollywood riusciva ancora a meravigliare
e a commuovere. Così come fa bene al cuore vedere Bunta
Sugawara, il giovane yakuza passionale dei film di Fukasaku
della Sala Volpi interpretare un saggio e tenero nonno nel
film.
Ancora? Ancora. Il dittico autoriale di Peter Chan (Perhaps
Love) e Stanley Kwan (Everlasting Regret), due
film contaminati da quel mostro che è la co-produzione
con la Cina. Piacevole ma inutile il film di Chan, spettacolare
e esteticamente ricercato con uno stile che ricorda i film
dei Pang Brothers (che Chan di solito produce), con tanti
attori bravi e belli (Zhou Xun, Takeshi Kaneshiro, Jacky Cheung
). Il film di Stanley Kwan è stato accolto come un
capolavoro preventivo facendo gridare al miracolo per il montaggio.
Sarà, ma secondo me il coming out del regista e la
sua revisione tematica della propria filmografia ha fatto
più danni che altro. Sicuramente un interessante esperimento,
personalmente non un film memorabile, racconta storia e paesi
chiudendosi dentro spazi chiusi e angusti e appiccicandosi
a corpi e visi fortunatamente straordinari come quello di
Sammi Cheng che di nuovo modella il proprio fisico invecchiando
e aumentando di dieci chilogrammi di peso.
Final Fantasy VII, di cui avevamo avuto un
assaggio lo scorso anno è il film di animazione
ispirato all’omonimo videogioco. Grafica e animazioni
spettacolari, per un film che farà la gioia dei fans
del videogame. Mentre il pubblico casuale poco riuscirà
a penetrare di questa visionaria mitologia e di un immaginario
in cui di punto in bianco strani personaggi entrano in scena
saltellando divertiti e ammiccanti. Un prova immensa di tecnica
comunque.
Grossa commozione e chiusura ideale del festival, il leone
d’oro alla carriera al maestro dell’animazione
Hayao Miyazaki.
“Se chiedete a qualsiasi animatore del mondo, a chiunque
fa questo lavoro chi è Hayao Miyazaki, bhè,
questo vi risponderà, Dio!”
Con questa frase il presidente della mostra Marco Muller consegnava
il premio al regista. E il festival si illuminava di alcune
proiezioni immense. Sullo schermo delle sale veneziani passano
le immagini cristalline di classici come Porco Rosso,
Nausicaa of the Valley of the Wind e il corto On
your Mark.
E il festival si spegneva con dolcezza in una placida dissolvenza
in nero.
Nell’attesa del prossimo anno e di una desiderata Storia
segreta del cinema asiatico – parte seconda.
A cura di CZ:
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I Fuochi d'Artificio per la Festa di Seven
Swords

L'Arrivo di Tsui Hark con la Moglie Nansun
Shi

Jay Chou e i Fans
Estratti dell'intervista a Takashi Miike

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