Chen Daming – Li Yixiang


Chen Daming - Li YixiangRegista – Attore.

 

Altra doppia intervista. Asian Feast ha intervistato stavolta Chen Daming e Li Yixiang, rispettivamente regista e protagonista del film One Foot Off the Ground, splendido esempio di intimo cinema cinese contemporaneo. Una lunga chiacchierata che ci racconta molto del cinema locale e della sua evoluzione, rapportata a quella sociale.
Intervista raccolta nel corso della nona edizione del 9° Far East Film Festival di Udine.

 

Asian Feast: Questa sua rappresentazione possiede anche un risvolto ironico su un problema importante che sono le sorti attuali dell’Opera di Pechino. Perchè ha scelto questo argomento?

Chen Daming: Nel film si raccontano questi tre personaggi, tre amici. C’è da dire che il film è un po’ autobiografico in quanto io stesso ho avuto esperienze sia nell’ambiente del teatro che nell’Opera di Pechino. Con il mio film ho voluto mettere in luce l’impatto che ha avuto sul teatro e soprattutto sul teatro d’opera, questa grande trasformazione che sta avvenendo al giorno d’oggi in Cina. In particolare ho voluto concentrarmi sulla città di Kaifeng, la mia città d’origine, in cui la popolazione stessa è diminuita sostanzialmente, perchè le possibilità di crearsi un futuro lì sono molto scarse, soprattutto ora. Si vive soprattutto nel dilemma tra il modificarsi, urbanizzarsi per seguire il ritmo del resto della Cina, oppure mantenere le proprie tradizioni. E’ la difficile scelta del mantenere gli aspetti più conservatori, cercando di combattere i grandi cambiamenti anche se in ogni caso sarebbe abbastanza deleterio. La città di Kaifeng, che è la mia città di origine, ha una lunga tradizione nell’Opera di Pechino, una tradizione anche di insegnamento. Il problema appunto è che quello che sta affrontando anche il resto della Cina è uno sviluppo così “gigante” che cozza poi di fatto con la realtà locale, e si crea quindi il dilemma che porta a scegliere tra l’abbandono delle attività tradizionali alla ricerca di nuove vie, o proprio il non partecipare al cambiamento, all’essere condannati ad essere isolati.
In realtà l’Opera di  Pechino non ha nulla a che fare con l’opera italiana. Un artista come Pavarotti ha fama e può essere esportato, per questo l’opera italiana può vantare fama fuori d’Italia ed essere conosciuta internazionalmente, può continuare la tradizione anche grazie alla fama estera. Mentre invece l’Opera di Pechino è una cosa più complicata, difficile da capire e da esportare.
In realtà non volevo concentrare il discorso sull’Opera di Pechino, quanto invece sulla vita di questi personaggi, sulla realtà di questi protagonisti, che si sono dovuti scontrare con una lunga crisi. Sono persone che provengono da un background differente da quello attuale, che hanno studiato negli anni ’70, quindi non la generazione dei grandi maestri, ma quella subito successiva, e hanno vissuto un periodo in cui lo status degli attori d’opera era molto alto poiché i teatri erano frequentati ed erano tutti considerati dei grandi artisti. Nel periodo maoista, anche se la quarta moglie di Mao era un’appassionata dell’Opera di Pechino, questi artisti hanno avuto limitatamente ancora la possibilità di esibirsi e soprattutto in una città come Kaifeng, ma solo perchè era famosissima per queste cose. Infatti, la città fu un’antica capitale della Cina, era storia. Quindi si può dire che a lungo hanno vissuto di un certo status che ora non c’è più, che la realtà di oggi non prevede. Vi è la costante ricerca di lavori richiesti dal mercato e quindi la storia vuole essere di questi personaggi che si trovano a scontrarsi con la realtà. Ormai le attività che affondano le radici nel passato, non sono nemmeno più sostenute dal governo e quindi si trovano abbandonati a loro stessi, quando invece un supporto a certe arti dovrebbe essere il loro futuro.

AF: Come vede oggi la situazione dell’artista e soprattutto del regista in Cina? La situazione è migliorata rispetto agli anni precedenti o è stato obbligato a scegliere tematiche particolari dovendone trascurare altre?

CD: In realtà quello che sta succedendo in Cina è che tuttora difficilmente si realizzano i film come vorremmo. Però bisogna analizzare bene la situazione, perchè vengono prodotti sempre più film. Se vogliamo parlare dei film che si cominciarono a fare negli anni ’90, film fatti sotto un più blando regime, dobbiamo paragonare la situazione attuale nella quale vi è libertà di produzione, ma sappiamo già che trattando certi argomenti non potremmo mai farli uscire in Cina. Tuttavia non esiste un clima di attacco deliberato da parte nostra, anche nell’ambito underground non si fanno film che vogliano esprimere un’opposizione, che vogliano esprimere un particolare messaggio. Questi film underground, non girano mai veramente, possono uscire a festival, ma non raggiungono il largo pubblico. Poi ci sono i film con i grossissimi budget, come Chen Kaige, Zhang Yimou, che fanno ottimi incassi al botteghino e che quindi il governo guarda con più interesse e da cui pretende un maggior rispetto di certe regole. I film come il mio, si trovano un po’ in difficoltà perchè se da una parte affronta i problemi dal punto di vista ironico, cerca di mostrare comunque una realtà più cruda. Dall’altra parte vi è pure il discorso dell’Opera di Pechino che è legato ad un contesto prettamente artistico, ma affronta problemi e significa andare contro i pilastri della tradizione. E’ come proporre degli elementi scottanti, gli elementi della realtà, della lotta dei personaggi nell’affrontare le problematiche vere della società attuale, ma allo stesso tempo mostrando l’opera e la tradizione di cui vanno orgogliosi. Quindi è un film che si trova a metà tra il film commerciale e quello che ha voglia di affrontare certe tematiche e quindi rischia di allontanarsi dal largo pubblico. La critica dice per esempio che il film sarebbe potuto essere più forte nell’analizzare le problematiche della realtà, visto che comunque presenta due elementi forti. Ho dovuto affrontare grossissimi problemi, ma cercando di equilibrare.
In realtà la sceneggiatura è molto importante, però alla fine hanno richiesto di aggiungere una frase. Il personaggio di Ma San giocava con i polli ed è un’attività illegale in Cina. Hanno quindi richiesto che dopo che tutto si era concluso, lui avesse promesso di smettere di giocare con i galli per sempre. Per me in realtà quella cosa non serviva e non sarebbe cambiato molto se lui avesse continuato a giocate o meno, comunque è stata una scelta obbligatoria.
In realtà ci vuole anche un po’ di fortuna. La commissione che si occupa dei visti censura è in realtà fatta da membri del circolo cinematografico, anche registi. Va a fortuna, perchè se la commissione quel giorno è più aperta ti va bene, altrimenti dipende proprio dalle idee della commissione che il tuo film superi il controllo della censura o meno.

AF: Si parlava del film come di ispirazione autobiografica. Ma solo per l’ambientazione e la storia, oppure anche i personaggi si ispirano a persone reali?

CD: Ci sono molte realtà dall’aspetto autobiografico in tutto il film. Ci sono interi spezzoni presi dalla mia vita; i personaggi principali, l’allevatore di galli, il venditore di cani e il fotografo… Gli attori sono proprio ad immagine dei miei amici che non hanno più potuto fare il loro lavoro. Molti sono ispirati anche dalla vita reale raccontatami dai miei amici e da cosa si sono trovati a fare. Solo i tre protagonisti sono attori professionisti di cinema, gli altri sono proprio i miei amici che vivono e conducono la loro vita lì. Anche il personaggio fotografo, ad esempio, è un amico di vecchia data che ha lì il suo studio.

AF: Una domanda a Li Yixiang: ha avuto problemi nell’interpretare il suo personaggio? Siamo stati tutti molto stupiti dalla sua dimestichezza con i galli.

Li Yixiang: Non ho avuto problemi, mi sentivo molto affine sia al personaggio che agli animali con cui ho dovuto lavorare. Oltretutto i galli erano molto collaborativi. Eppure era la prima volta che ci lavoravo e non avevo mai visto neppure un luogo di combattimento dei galli, per cui sono stato felice di trovarmi in quella situazione.

AF: Durante una scena, nell’incontro tra i due amici alle prese con problemi familiari, si sente la Casta Diva. Come mai la scelta di questa musica, lontana dal resto della colonna sonora?

CD: In realtà da un lato l’aria mi piace moltissimo, ma dall’altra la scena è basata sui personaggi e la sofferenza emerge attraverso loro e per motivi diversi. Sono sofferenze d’amore e di vita, piena d’altri impegni, che ora non possono più godere. I personaggi vivono due situazioni diverse: Infatti il fotografo ha acquisito una sicurezza economica, non vive la precarietà, ma non è felice. Ha un suo ambiente e un lavoro ed ascoltando questa musica mostra di avere una cultura diversa. La musica è diegetica, è quello che sta ascoltando in quel momento. Non si capisce bene, poiché in realtà c’era una scena in mezzo, nella quale ballava alle note di quella musica, che avrebbe spiegato meglio il contesto…l’ho dovuta tagliare, ma così noto che non si capisce esattamente cos’era successo prima dell’arrivo dell’amico…

AF: Ma San è un personaggio molto particolare, nonché forse quello che emerge maggiormente rispetto agli altri. Come si è trovato a recitarlo?

LY: Ho avuto occasione di parlare parecchio tempo col regista del mio personaggio e definirne le caratteristiche. Il grosso problema è che Ma San è dieci anni più vecchio di me e quindi ho dovuto discutere per capire se potevo essere adatto al personaggio e soprattutto per comprendere come entrare in esso. Poi mi sono trovato a lavorare anche con gli animali, ma devo dire che spesso è andata bene la prima, quindi sono stato fortunato. Non tutti i giorni lavoravamo sulla scena della lotta dei galli, ma quando ci lavoravo, vi era una specie di intesa con gli animali e, bene o male, quello che volevo facessero, lo facevano.

AF: Si è trovato bene, sentendosi simile al personaggio, o per altre ragioni?

LY: Il personaggio di Ma San mi è sembrato subito molto interessante. E’ vero che in una realtà come la provincia cinese vi sono molte persone nella sua stessa situazione e mi piacciono poiché vivono con una semplicità e una felicità tutta loro. Questo mi è piaciuto soprattutto del personaggio. Chiaro, ci sono le vicissitudini che gli rovinano la vita, ma lui cerca comunque un modo di spassarsela, un modo di ridimensionarla maggiormente.

CD: In realtà all’inizio del casting non volevo nemmeno scegliere lui, non era l’attore che avevo immaginato, perchè era dieci anni più giovane del mio protagonista. Però nel firmare il contratto con un altro attore, mi sono reso conto che seppure quello scelto fosse perfetto, mancava qualcosa che avrei voluto nel personaggio di Ma San, quel contrasto tra il suo essere molto alla mano, amichevole e nascondere l’imbarazzo per il contrasto con la moglie. La necessità di essere più virile, il suo vero problema. Questo è in realtà un segno di debolezza che il personaggio vuole nascondere e non rendere pubblico è un doppio aspetto, quasi una doppia personalità; il nascondere l’imbarazzo, ma essere socievole, l’altro attore non riusciva ad esprimerlo. Per cui ho deciso di contattare Li Yixiang e parlarci a lungo, soprattutto di aspetti di recitazione e non solo un “mi piace o non mi piace”.
Non sono un regista che costringe gli attori a recitare in un modo o nell’altro, mi piace fare lo spettatore, vedere il personaggio come lo sente lui dentro.

AF: Oltre al problema della situazione attuale dell’Opera di Pechino, qui si parla di emigrazione, della fuga dalle campagne. Voi come vedete questa situazione?

CD: In realtà per il più delle persone viene vissuta come un’occasione, un’opportunità. La città di provincia limita moltissimo nel trovare un’occasione di lavoro, per cui ognuno immagina una vita migliore altrove. Non lo si prende mai alla leggera, si valuta tutto prima di partire. Bisogna rendersi conto che comunque si parla di persone che non hanno un’educazione universitaria e non vanno via per studiare, ma devono solo cercare un lavoro. Il fatto che le famiglie si separino per lunghi periodi, anche anni, lontano, ognuno per mantenere gli altri membri, funziona solo perchè la famiglia stessa è l’unica cosa importante. In Cina resiste questo modo di organizzarsi, magari in occidente non lo si farebbe, ma lì va bene, perchè l’unico scopo per cui ci si allontana è migliorare la situazione della famiglia e si vive solo per essa. Nel film è la donna, una moglie, quella che vuole partire e dall’altra parte vi è un’altra donna, l’attrice, che torna da un viaggio. Le ho messe per dimostrare l’individualità che ha guadagnato la donna in Cina e questi due personaggi mostrano quanta forza può avere una donna in situazioni particolari come queste.

AF: Progetti per il futuro o lavori in corso?

CD: In questo momento sto scrivendo una sceneggiatura per un’altra black comedy con un personaggio che lavora nelle assicurazioni e si sposta nella grande città. Voglio mettere in luce il passaggio e come viene vissuto. Sarà ambientato a Pechino nel gigantesco quartiere con le società più grosse della città; mi interessa molto questa storia perchè ho notato che il Central Business District vive come se fosse un mondo a parte. Si discute dell’impatto delle olimpiadi sulla finanza, si parla di miliardi…cose lontanissime dalla gente comune. E’ tutto lontanissimo dalla gente comune, è finanza ed economia, crisi della valuta, petrolio…cose che nessuno, preoccupato a sopravvivere ogni giorno, si porrebbe come domanda. Voglio concentrarmi sulla semplicità del personaggio che passa in questa realtà lontanissima da lui. Comunque quello che si sta verificando in Cina è che la differenza tra il distretto dell’economia e la gente comune è un baratro stratosferico. Pensate che gli operai che hanno costruito il distretto, con le loro mani, non sanno neppure cosa hanno costruito e cosa ci sarà dentro. Lavorano senza porsi domande.

 

Foto di Marco Tregambi:

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