Gordon Liu Chia-Hui


Gordon Liu Chia-Hui Attore e artista marziale.

La seguente intervista è stata realizzata in occasione della presentazione de L’Urlo di Chen Terrorizza ancora l’Occidente (Dragonland), documentario sui film di arti marziali degli anni Settanta, realizzato da Lorenzo De Luca.
Gordon Liu, per la prima volta in Italia, era presente a Roma come ospite d’onore.
La carriera cinematografica di Gordon Liu (Liu Chia-hui o, in cantonese, Lau Kar-fai, ma il suo vero nome è Sin Kam Hei) ormai dura da più di 35 anni, ma fino a qualche anno fa, era praticamente conosciuto soltanto tra gli appassionati e cultori di film di arti marziali, per via dei molti classici che lo vedono protagonista. Dopo aver interpretato un memorabile doppio ruolo in Kill Bill di Quentin Tarantino, l’interesse intorno a lui si è nuovamente (e giustamente) acceso.
L’intervista, per cui abbiamo avuto a disposizione la bellezza di 70 minuti, contiene anche alcune affermazioni raccolte durante la conferenza stampa e al dì fuori dell’intervista “ufficiale” (in entrambi i casi a domande poste dal sottoscritto). Per comodità i brani sono stati inseriti in diversi momenti dell’intervista, invece di riportarli separatamente.
Parlare con Gordon Liu è stato un piacere difficilmente descrivibile, ma che ogni appassionato potrà sicuramente immaginare. Nei diversi incontri che abbiamo avuto durante la sua permanenza, si è dimostrato una persona gentile, umile e sempre pronta allo scherzo, rispondendo con dovizia di particolari ad ogni mia domanda.
Speriamo che la seguente intervista possa rispecchiare, almeno in piccola parte, questo grande artista.

Asian Feast: Ho letto che sin da ragazzino era già appassionato di cinema e che per via dei film di  kung fu, che vedeva all’epoca, iniziò a studiare le arti marziali. Mi può raccontare un po’ dei suoi inizi?

Gordon Liu Chia-hui: Da bambino, negli anni Cinquanta, frequentavo un collegio cattolico inglese e nel tempo libero si giocava a calcio o basket. Ogni due settimane però tornavamo a casa per il weekend e subito dopo aver mangiato, correvo al cinema. Anche a scuola, una volta a settimana, ci facevano vedere un film, ma soltanto quelli con argomenti religiosi. Negli anni Cinquanta si proiettavano soprattutto film stranieri d’amore o di guerra, ma ogni tanto usciva anche qualche film di arti marziali. I film erano ancora in bianconero e vidi un film di Wong Fei Hung …

AF: La famosa serie di Wong Fei Hung (la storica serie, con protagonista Kwan Tak Hing, comprende quasi ottanta pellicole realizzate tra il 1949 e il 1970. Lo stesso personaggio è stato poi protagonista della saga di Once Upon a Time in China e di altre decine di film, nda) …

GL: … esatto. Il cinema di arti marziali nasce con questa serie. Quando vidi il film con Wong Fei-hung, questo personaggio così buono che aiutava la gente e che non uccideva, entrò nel mio cuore, divenne il mio eroe. A quattordici anni quando, terminato il collegio, tornai a casa, volevo imparare il kung fu. Era la mia passione. Ad Hong Kong c’erano scuole di karate e judo, oltre a diverse scuole di arti marziali cinesi, tutte con stili diversi, e non sapevo quale scegliere. Mi piacevano il judo e karate perché erano discipline straniere e anche perché le uniformi erano molto belle [ride]. Ma non sapevo cosa scegliere, ero confuso. Io ero uno studente e avevo paura quando andavo in una scuola di kung fu, perché pensavo che soltanto la gente cattiva praticasse il kung fu. Wong Fei-hung però era un personaggio positivo e allora scelsi l’Hung Gar come stile. E’ un personaggio che mi ha segnato profondamente. Non avrei mai pensato che un giorno, io stesso l’avrei interpretato al cinema (nei film Challenge of the Masters e Martial Club, nda). Mio padre era un uomo d’affari e non mi permetteva di studiare il kung fu perché, come dicevo prima, all’epoca le persone perbene non lo praticavano. Mio padre voleva che continuassi a studiare e che poi, una volta cresciuto, prendessi in mano gli affari di famiglia. Come ogni giovane, quando mio padre mi proibiva qualcosa, lo facevo comunque e così andavo di nascosto [ride]. Così ogni sera per uscire, dovevo trovare una scusa. Dopo cena, dicevo sempre che dovevo andare a casa di qualche compagno per studiare e invece andavo a praticare il kung fu. Così mi portavo dietro sempre i libri di scuola [ride]. Le lezioni duravano tre ore, dalle otto alle undici. Ci sono voluti quattro anni prima che mio padre mi scoprisse [ride]. Ad Hong Kong ogni anno si tiene una festa, in cui si esegue anche la Lion Dance. Avevo 16 anni e fui coinvolto in una grande rissa e ripreso dalla telecamere del telegiornale. Così mio padre mi vide in televisione e scoprì che praticavo il kung fu [ride]. Quando tornai a casa, era molto arrabbiato. Gli dissi che avevo sbagliato, ma che durante questi anni in cui avevo praticato il kung fu, non avevo mai perso un giorno di scuola e non avevo trascurato lo studio. Così mio padre accettò la cosa, dicendomi che se avessi continuato a ottenere buoni voti non ci sarebbero stati problemi, ma che in caso contrario avrei passato dei guai.

AF: Vorrei passare direttamente alla sua filmografia come attore, partendo subito dal classico The 36th Chambers of Shaolin (1978), che da molti viene considerato uno dei più belli, se non il più bello film di arti marziali di sempre. Secondo lei, perché a trent’anni di distanza ha ancora questo grande successo?

GL: Credo che il film, anche dopo trent’anni, piaccia ai giovani perché non si fa uso di effetti speciali. Tutto quello che si vede sullo schermo è reale e nel film ci sono combattimenti molto lunghi. Nel film ogni camera è come una scuola e si capisce come si impara il kung fu dal principio. Si può assistere alla formazione del protagonista, in contrasto ad altri film di kung fu, in cui l’eroe sa già combattere. Il kung fu non è una cosa che si impara così facilmente. Invece lo spettatore è più interessato a capire come si arriva a tale capacità, come ad esempio la scena della prima camera (San Te, il personaggio di Gordon, e gli altri studenti devono attraversare un fossato saltando su dei tronchetti di legno galleggianti, nda). Si vede l’inizio e il risultato finale. Invece oggi si è abituati a vedere il protagonista esperto di kung  fu, ma non si sa come lo sia diventato. Il pubblico forse però è più interessato a vederne il percorso. Un altro aspetto importante è che il film mostra come ci si può allenare, anche senza essere ricchi. L’esercizio è tutto. Nel film, il pubblico vede come il mio personaggio inventa una nuova arma, la “The 3-sectioned Staff”. Inizialmente non riesco a battere il mio avversario, armato di due spade (il monaco interpretato da Lee Hoi-san, nda), ma grazie alle caratteristiche della nuova arma riesco ad avere il sopravvento. In questo momento il pubblico vede che è tutto reale e ci crede. Per tutti questi motivi, ai ragazzi di oggi piace ancora il film. Forse perché ne hanno visti troppi in cui l’eroe è già esperto. O forse perché il cinema è come un cerchio. Tutto ritorna. Il film piace ancora, perché quello che si vede è credibile e non fantascienza.

AF: I ritmi alla Shaw Brothers erano molto serrati. E’ vero che le riprese durarono sei mesi?

GL: Si, sei mesi per completare il film, di cui ottanta giorni per le riprese.

AF: Ma era la media delle riprese per un film alla Shaw Brothers, o riguarda solo questa pellicola?

GL: No, questo è stato il più lungo. Di norma le riprese duravano molto meno. Ma mio fratello (Liu Chia-liang, nda) voleva che tutto fosse perfetto. Ci è voluto molto tempo, perché faceva ripetere molte volte le scene. Mi faceva ripetere i movimenti, affinché fossero perfetti. Mio fratello, oltre ad essere un regista, è anche un grande maestro, perciò nel film tutto è molto realistico. Se una scena prevedeva l’uso della spada, si doveva per forza saper usare una spada vera. Gli chiesi come mai dovevo usare armi vere e non quelle finte. Mi rispose che se avessi usato un’arma finta, la mia espressione facciale sarebbe stata diversa, sapendo che l’arma non era reale [ride]. Altrimenti la gente se ne sarebbe accorta. Dovevo avere realmente paura, per reagire nel modo giusto. Se so che l’arma può farmi male, mi comporto diversamente.

AF: Pare che alla Shaw Brothers i ritmi fossero massacranti con orari molto lunghi, tanto che molti attori vivevano all’interno degli Studios per arrivare prima sul set.

GL: La situazione era peggio per quelli che avevano appena firmato il contratto, visto che non avevano un appartamento e dormivano in camerate. Dipendeva dal livello che si aveva all’interno della Shaw Brothers.

AF: Ma le giornate di lavoro erano molto lunghe?

GL: Come attore si lavorava per dieci ore al giorno, come minimo. Era fissato da contratto. Però se si facevano dodici ore non c’era alcun straordinario, la paga era fissa. Il cast tecnico invece veniva pagato per le ore di lavoro in più.

AF: Suo fratello, Liu Chia-liang era anche responsabile delle coreografie. Lei eseguiva solamente le coreografie indicate o contribuiva sul set alla loro creazione?

GL: Liu Chia-liang all’epoca era già un grande regista e maestro di arti marziali, mentre io avevo poco più di vent’anni e non osavo dare dei suggerimenti. Se lui mi diceva una cosa, io facevo esattamente quella cosa.

AF: Ma questo anche più in là, quando ormai era una star affermata?

GL: E’ successo molte volte, che non fossi capace ad eseguire un movimento perché non ero abbastanza bravo, mentre mio fratello ci riusciva sempre. Non voleva che usassi uno stunt-double, ma se dopo molte volte non ci riuscivo, lo usava. Io uscivo dal set e mi mettevo a piangere e mi chiedevo come mai non ci riuscissi [ride].

AF: Qualche giorno fa ho rivisto il suo combattimento con Phillip Ko in The 8 Diagram Pole Fighter (1983), in cui lei gli leva le scarpe con il bastone. E’ una grande scena. Se la ricorda?

GL: Sì. Abbiamo fatto tutto senza fili. Una scena molto veloce.

AF: E Heroes of the East (1979), dove nel finale combatte contro i sette giapponesi?

GL: Si, sette! Ho lavorato duramente in quel film.

AF: Ognuno di loro ha uno stile diverso.

GL: Si, ed erano maestri veri, prima che attori!

PG: In quel periodo molti dei film da lei interpretati hanno delle scene di combattimento molto complesse. Quanto impiegavate a coreografare e girare scene di questo tipo?

GL: Se dovevo combattere contro un paio di persone, mio fratello mi indicava quello che bisognava fare. Si provava per cinque minuti e poi si girava.

PG: Non è molto.

GL: Sì, perché conoscevamo già tutti i movimenti, perciò ci mettevamo poco.

PG: Ma anche per le scene più difficili?

GL: Spesso Liu Chia-liang improvvisava sul set, nel senso che gli venivano nuove idee, poi magari a realizzarle ci mettevamo di più.

AF: Il combattimento con Johnny Wang Lung-wei in Martial Club (1981) …

GL: L’abbiamo girato in dieci giorni, lavorando dieci ore al giorno. All’epoca un attore di kung fu, sapeva realmente il kung fu e ci metteva il sentimento. Invece oggi è diverso. Se si ha a che fare con qualcuno che sa le arti marziali lo si capisce dagli occhi.

AF: Veniva ferito durante le scene di combattimento?

GL: Sì [ci mostra le sue numerose cicatrici su entrambe le braccia].

[interviene Lorenzo De Luca, presente all’intervista]

LDL: Si facevano male veramente. Combattevano sul serio, altro che controfigure. Mi ha raccontato che lui per esempio con Jet Li non ha mai combattuto.

AF: In Last Hero in China (1993)?

LDL: Si, Gordon combatteva contro l’attore che solitamente lo controfigurava, agghindato per l’occasione come Jet Li per simularne la presenza nel set.

GL: Ci sono rimasto male e mi chiedevo come mai non volesse combattere con me.

LDL: Non combattendo Jet Li, che pratica il Wu Shu, lui (Gordon, nda) ha chiamato il suo assistente personale e questo ha controfigurato Li. Nei primi piani e colpi più facili vedi Jet Li, ma tutto il resto è la controfigura.

GL: Nei primi anni Ottanta Jet Li faceva tutto da solo, ma già con Once Upon a Time in China (1991) usava molto più la controfigura.

AF: Uno dei suoi primi film Jet Li l’ha girato proprio con LiuChia-liang, Martial Arts of Shaolin (1986).

GL: Shaolin North and South?

AF: Esatto. Ma in quel caso era lui a combattere, no?

GL: Anche lì, in alcune scene hanno usato la controfigura. Mio fratello era molto arrabbiato per questo.

AF: Con Jet Li?

GL: Si, perché diceva “se lo sai fare, perché non lo fai tu stesso? Non è giusto nei confronti del pubblico.” Ci sono cose che non sono realizzabili, se non con qualche trucco, ma se tu sai eseguire le scene, devi farle. E’ questa la differenza. Un’altra cosa che ancora oggi non capisco è che senso ha se in un film del genere, che dura novanta minuti, in realtà poi appaio soltanto per dieci minuti. Come attore cerco sempre di cogliere ogni occasione. Forse alcuni pensano che sono già così bravi e conosciuti che non ne hanno più bisogno, ma allora perché fare ancora film? Non lo capisco.

AF: Nei film di kung fu di inizio anni Settanta, la motivazione principale spesso è la vendetta e/o la morte dell’avversario come nei film di Bruce Lee o Chang Cheh. Nelle pellicole di Liu Chia-liang da lei interpretati però non è affatto così, ad esempio in Legendary Weapons of China (1982), in cui dopo un lungo combattimento finale l’avversario non viene ucciso. E’ d’accordo?

GL: Sì, perchè in quel momento si trattava di dare un messaggio positivo. I film di Bruce Lee avevano un’ambientazione contemporanea e un forte messaggio anti-giapponese. Dopo la sua morte il genere attraversava una crisi, così tre anni dopo si tentò di rivitalizzare il genere ritornando a trame più storiche, in cui la vendetta non è il motivo centrale e la morte dell’avversario non è necessaria. C’è anche la possibilità del perdono.

AF: Lei viene identificato soprattutto con il ruolo del monaco pelato, ma negli anni Ottanta e poi Novanta ha interpretato più volte ruoli da bad-guy. Si è divertito ad interpretare dei personaggi così negativi, dopo anni di ruoli da eroe?

GL: Dipende dal regista. Inizialmente interpretavo spesso il monaco o l’eroe, ma non sapevo se il pubblico mi avrebbe accettato nel ruolo di cattivo. Però io mi sono molto divertito a interpretare altri ruoli, per non fare sempre la stessa cosa. Altrimenti la gente mi identificherebbe solo con il ruolo del monaco. Come attore mi piace fare ruoli diversi, ma la gente quando sente il mio nome pensa subito al monaco.

AF: Lei in quei ruoli però era molto cattivo, penso a My Heart is that Eternal Rose (1989) di Patrick Tam.

GL: E’ un film d’ambientazione contemporanea [Gordon non ricorda subito il film ed insieme controlliamo la sua filmografia]?

AF: Sì.

GL: Nel film violentavo per caso una ragazza (una fulgida Joey Wong, nda)?

AF: Sì, sì, e lei aveva pure i capelli.

GL: Sì, lo ricordo [ride].

AF: Guardando la sua filmografia c’è un buco tra il 1995 e il 1998. Cosa ha fatto in questi anni?

GL: Ho fatto televisione.

AF: Televisione? E’ strano, non appare in nessuna filmografia.

[Gordon sembra sorpreso e ricontrolla la sua filmografia]

GL: Si, si, ho fatto televisione.

AF: Pensavo che magari fosse andato in tournee o qualcosa del genere, visto che lei è anche un musicista.

GL: No, no [ride].

AF: In Kill Bill (2003/2004) ha interpretato il monaco Pai Mei. Essendo il personaggio molto conosciuto tra gli appassionati, visto che è apparso in altri tre film (Executioners from Shaolin, Clan of the White Lotus, Abbot of Shaolin, nda), la sua interpretazione vuole essere un omaggio a Lo Lieh (che interpreta il personaggio nei film sopraccitati, nda)? Tarantino le ha indicato come rendere il personaggio oppure è stato libero nella sua interpretazione?

GL: Pai Mei è un personaggio negativo, pieno di odio. Tarantino inizialmente voleva interpretarlo lui stesso, ma gli ho detto che sarebbe stato ridicolo, soprattutto per il pubblico asiatico. Ne conosce solo le caratteristiche cinematografiche e non storiche. Oltretutto non sa le arti marziali. Così mi ha lasciato libero di interpretarlo a mio piacimento. Pai Mei in Kill Bill è una mia creazione.

AF: Prima di Kill Bill hai mai ricevuto offerte per recitare in un film americano?

GL: No, è stata la prima volta.

AF: Dopo l’esperienza di Kill Bill sarebbe disposto a girare un film in America?

GL: Si, ma non solo in America. In qualsiasi parte del mondo, se mi interessa il progetto. Ho appena girato un film in India.

AF: E’ un film di arti marziali? Quando esce?

GL: Si è un film di arti marziali. Esce ad Ottobre. Faccio di nuovo il cattivo [ride]. L’abbiamo girato in India, Thailandia e Pechino.

AF: Con che budget?

GL: Medio [ride]. Sono l’unico cinese del cast, gli altri sono tutti indiani. Ogni giorno si mangiava curry. Mangiavano tutti con le mani [ride]. La mattina curry, il pomeriggio curry, la sera curry. Non c’era maiale o manzo, solo pollo. Perciò la combinazione era sempre chicken-curry [ride]. A volte c’era il pesce. Comunque le riprese sono durate un mese, di cui solo una settimana in India. Il resto l’abbiamo girato in Thailandia e Pechino.

AF: Un famoso gruppo Rap, The Wu Tang Clan ha basato i suoi primi album sui suoi film, soprattutto sulle pellicole Shaolin. Lo sapeva? Li conosce?

GL: Si, li ho anche sentiti.

AF: Le ha fatto piacere?

GL: Si, sono molto contento. Come dico sempre, se uno prende qualcosa di vecchio e ci aggiunge qualcosa di proprio, allora diventa una cosa nuova. Si parte da una base e poi si costruisce. Mi ha fatto molto piacere. Questi ragazzi hanno preso spunto dai miei film perché sono degli appassionati. In un certo senso il kung fu è come la musica. Mi piacerebbe incontrarli. La loro musica mi piace molto. Gli canterei una canzone [ride].

AF: Lei prima raccontava che usciva di nascosto per praticare le arti marziali. So che ha quattro figli, che non praticano per niente le arti marziali. Le dispiace?

GL: Mio figlio, che ha sedici anni pratica la scherma, perché gli piace l’uniforme. Ho un dialogo molto aperto con i miei figli e non impongo loro nulla.

AF: Lei è per la prima volta in Italia. E’ sorpreso dall’affetto della gente?

GL: Sì. Non mi aspettavo un’accoglienza del genere, ma sono molto contento. Mi ha fatto molto piacere.

AF: Maestro, la ringrazio moltissimo per l’intervista.

GL: Grazie a te.

 

L’intervista è stata condotta da Paolo Gilli, con la collaborazione di Wang Jianguo, il 6 giugno 2008. Adattamento di Paolo Gilli.

Un ringraziamento speciale a Lorenzo De Luca per aver reso possibile questo memorabile incontro.

 

Foto di Gianluigi Perrone, MacroMajora Flms e Paolo Gilli:

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