Johnnie To Kei-Fung – Josie Ho


Johnnie To Kei-Fung - Josie HoRegista – Attrice.

Per il suo nuovo lavoro, Exiled, Johnnie To sceglie la vetrina di Venezia e lo fa con un’opera che dimostra un particolare amore per l’Italia. Sul Lido sbarcano le più grandi star di Hong Kong in massa a promuovere quello che sembra essere la consacrazione di un autore da parte dei suoi collaboratori più amati. Sentiamo cosa ci dice Johnnie in compagnia della splendida Josie Ho, vera rivelazione del film. L’intervista è stata raccolta insieme a colleghi di altre riviste e quindi contiene domande indipendenti dal nostro volere che lasciamo comunque per motivi di completezza.

 


Asian Feast: In Exiled sembrano esserci diversi omaggi all’Italia ed alla cultura italiana, il più esplicito il “vaffanculo” cantato in coro dai protagonisti, ma non solo. Quando nella parte iniziale del film, i protagonisti aspettano in un vicolo di Macao, l’atmosfera sembra quasi quella di una stradina di un quartiere popolare italiano. Per non parlare delle citazioni al cinema di Sergio Leone. Ha voluto riprendere questi elementi come omaggio all’Italia?

Johnnie To: Per quanto riguarda l’immagine della stradina, sono stato nel ’99 qui a Venezia ed ho notato che in giro a un certo orario non c’è nessuno. Diversamente che da noi, dove 24 ore su 24 c’è gente per le strade, qui dopo il tramonto le vie diventano deserte e mi sembrava un aspetto affascinante da mettere nel film.
Per quanto riguarda la parolaccia che dicono i banditi, non ha legami con la storia in sé. E’ solo che loro conoscono questa parola in italiano e ci scherzano su (ride).

AF: In questo film ci sono degli elementi in comune con dei suoi lavori passati. Non solo con The Mission, ma anche con A Hero Never Dies e Expect the Unexpected. Quali sono i punti di congiunzione con i suoi film precedenti?

JT: A differenza degli altri miei film, questo non aveva uno script compiuto. Ho iniziato a girare la prima parte e a mano a mano che andavo avanti scrivevo le scene successive. L’ho fatto in totale libertà e senza avere un’idea precisa di cosa ne sarebbe uscito.

AF: Una delle scene più complesse e innovative di Exiled è la sparatoria finale. Puoi raccontarci come hai affrontato registicamente una prova così complessa?

JT:  La ripresa della sparatoria simultanea è stata una cosa interessante ma anche molto difficile. Abbiamo usato 20 pistole che sparavano contemporaneamente, avevamo 3 o 4 camere e ci sono volute 12 riprese. E sono stati sparati oltre 1000 colpi. La cosa più pericolosa nel girare quella scena era che anche se le pistole erano a salve, ovviamente sulla traiettoria la pressione che si creava poteva ferire in faccia qualcuno perchè erano sempre 20 pistole che sparavano contemporaneamente. Per cui gli attori dovevano stare comunque attenti a non puntarsi la pistola addosso e questa è una cosa che ci tenevo a sottolineare agli interpreti fin da subito. D’altro canto tutti gli attori erano esperti nell’uso delle armi quindi non ci sono stati problemi, si lavorava con gente qualificata. Dato che la produzione mi dava la responsabilità delle sparatorie, riguardo alle scene in cui si vede l’esplosione di sangue immaginavo come una doccia di liquido e la camera che riprendeva gli attori che si sparavo contemporaneamente, e in quel caso ho usato la computer grafica.

AF: L’azione si svolge a Macao in un momento di grande cambiamento. Allo stesso modo, i protagonisti vanno alla ricerca dell’oro senza una vera meta. Questo vuole rispecchiare la situazione politica del luogo?

JT: La Cina sta perdendo… dico Cina per dire anche Macao e Hong Kong… sta perdendo la sua tradizione verso qualcosa di completamente nuovo. Io sono ancora un tipo tradizionalista, a dirla tutta. Da cinese posso dire che non so in che direzione stiamo andando come Paese. Forse le cose saranno un pò meglio ma non posso dirlo per certo. E questo smarrimento che c’è nel film rispecchia il mio stato d’animo e quello di tutti i cinesi.

AF: Come mai hai scelto un montaggio così inusuale per un film d’azione e sostanzialmente lento?

JT:  Questo film non è solamente un action tradizionale ma anche un film drammatico e in genere il montaggio dell’action è estremo e veloce; invece io volevo fosse tutto più lento e chiaro. Di solito i montatori di Hong Kong non sono abituati a questo tipo di lavoro, ma David Richardson, con cui avevo già lavorato in Fulltime Killer (ndr: ma anche in Throw Down e Breaking News) ha fatto un ottimo lavoro.

AF: Lavora spesso con gli stessi attori. Che rapporto ha avuto con loro, hanno partecipato attivamente alla stesura del film? E per te, Josie, come è stato lavorare con un All Star Game del genere?

Josie Ho: E’ stato grande. Alcuni li conoscevo già molto bene ma sono stati tutti fantastici e abbiamo fatto un ottimo lavoro insieme. Mi hanno insegnato molto.

AF: Per cui non eri spaventata da tutte quelle pistole…

JH: No…forse il primo giorno…

JT:  Ho lavorato già con tutti loro in The Mission. All’inizio della prima ripresa non mi sono permesso di dirgli cosa fare ma già alla seconda ho deciso che non erano esattamente come volevo che entrassero nei personaggi, per cui ho fatto il dittatore e gli ho detto cosa fare (ride).

AF: Si fanno tanti film sul passaggio politico di Hong Kong e pochi su quello di Macao. Recentemente su quello di Macao ha avuto un certo successo Isabella di Pang Ho Cheung. Cosa ne pensa di Isabella e perchè ha scelto Macao.

JT:  Con Isabella non ho niente a che fare, riguardo al mio film dovete sapere che inizialmente dovevo dirigere il film a Cuba che è un posto che trovavo più romantico e affine al film.
Purtroppo per motivi di budget, di produzione e di permessi, per il problema di portare le pistole etc,ci siamo dovuti spostare a Macao nel periodo del passaggio perchè in quel periodo diventò una città caotica e ci fu una esplosione di criminalità quindi era perfetta per la storia.

AF: Ha sentito che Muller l’ha paragonata a Tarantino, che poi è un suo fan?

JT:  I film di Tarantino sono commedie nere più che altro e le scene d’azione sono molto diverse da quelle che propongo per i miei film.

AF: Dopo la serie di noir di Election e Election 2 pensa di tornare alle commedie o a film sperimentali come Running on Karma?

JT:  Adesso ho 4 film in produzione. Una commedia romantica, il secondo, diretto da Wai Ka Fai è un film psicologico, il terzo è Pickpocket e il quarto è la collaborazione con Ringo Lam di cui dirigerò un terzo di film e sarà molto diverso da Election.

AF: Quanto gli Yakuza Papers di Fukasaku l’hanno influenzata per Election?

JT:  La tradizione gangster di Hong Kong è abbastanza ampia da non necessitare di attingere a influenze esterne. Per Election ha forse avuto più risalto Kurosawa come influenza giapponese.

AF: Josie, in patria sei una pop star. Ti senti più a tuo agio con le pistole o con il microfono?

JH: E’ lo stesso ma è al contempo diverso. Cantare è un modo per esprimere i miei sentimenti attraverso la voce e i testi che scrivo. La recitazione è più un lavoro per me. Posso mettermi nei panni degli altri e analizzare le personalità di altre persone e il loro viaggio emozionale. Mi piace. E’ come un viaggio.

AF: Johnnie, ci parli delle coreografie del film, soprattutto nelle sparatorie.

JT:  Io ho un’idea ben precisa delle scene e ho tutto stampato nella testa. Quindi devo avere un buon operatore di camera per catturare le scene più che di un buon coreografo che mi è inutile per disegnare le sequenze. Per esempio, se devo far vedere che una porta gira, devo sapere come far aprire la porta o rompere un vetro senza far del male a nessuno. In genere mi affido alle cose pratiche.

AF: Non fa storyboard, quindi?

JT:  Niente Storyboard. La maggior parte delle volte non so neanche cosa devo girare (ride). Loro, gli attori, non sanno neanche quante scene devono girare. Sperano solo di sbrigarsi presto per andare a riposarsi (ride). E’ tutta improvvisazione.

AF: Ci parla della realizzazione del piano sequenza di Breaking News?

JT:  La “one shot sequence” in Breaking News è stata una grande sfida. La sequenza più difficile della mia carriera. Dopo quel girato mi sono cadute le braccia per la stanchezza. Volevo girare questa scena per due ragioni. Una è per una sfida con me stesso come regista, sfidare la troupe, gli attori, i cameraman, perchè dura 10 minuti. E per il film stesso, perchè i due protagonisti venivano dalla commedia e l’unico modo per farli entrare nell’ottica delle operazione di polizia era metterli direttamente dentro l’azione in tempo reale. E’ andata bene.

AF: Josie, com’è stato essere l’unica donna di tutto il film?

JH: Inizialmente ero un pò intimidita. Poi sono stati tutti fantastici e mi hanno messo a mio agio e non ho trovato grandi differenze. Siamo diventati ogni giorno più amici. Abbiamo lavorato talmente bene che non mi sono quasi accorta di essere la sola donna del set.

AF: Il film è più concentrato sull’azione o sul sentimento? E come si sviluppa il tema musicale di Exiled?

JT: La musica voleva esser differente dalla media dei film action di Hollywood oltre a voler catturare l’atmosfera di Exiled.
Il tema di Exiled è la transizione. Un gruppo di persone che cambiano in un’era che cambia e loro sono confusi. Non sanno cosa gli aspetta e in che modo le cose cambieranno ma, in un tale stato di confusione, se riesci a buttare ogni cosa dietro e catturare un unico momento di gloria nella tua vita tutto il resto non conta nulla.

AF: Ci sono diversi elementi anni ‘60 nel film. Però in una scena madre la fa da protagonista una lattina di Red Bull, come mai? Hanno finanziato il progetto?

JT:  Gli elementi anni ‘60 non sono voluti perchè non volevo dare un’ambientazione precisa ma ci sono alcune scelte come questi gangster pericolosi e la scena della finestra che possono considerarsi omaggi al cinema di quel periodo. Per quanto riguarda la lattina…è un oggetto come un’altro.

AF: Ormai è rimasto l’unico ad avere una certa integrità a Hong Kong. Cosa ne pensa dei suoi colleghi, Ringo Lam e Tsui Hark?

JT: All’inizio c’eravamo solo noi. Non c’è stato nessuno per anni. Quando diventai un regista televisivo, il primo giorno di lavoro incontrai Ringo Lam e Tsui Hark e mi incoraggiarono molto. Per quanto riguarda l’action Tsui Hark è il numero 1 a Hong Kong anche se non ha avuto influenza su di me. Ringo Lam ha uno stile più emozionale, muscolare ed è fantastico. Ognuno di noi ha il suo stile ma non credo che ci siamo influenzati a vicenda.

AF: Antony Wong o Francis Ng sono personaggi espansivi, dalla personalità dirompente,”larger than life”, mentre Roy Cheung è un tipo silenzioso. E’ così taciturno anche nella vita?

JT: Non è che è muto. Solo che non è bravo nei dialoghi quindi evito di farlo parlare.

AF: Che differenza ha trovato tra l’atmosfera di Udine e quella di Venezia che è più competitiva?

JT:  Quando faccio un film non penso dove andrà. Lo faccio e basta. Quando un film va a Cannes o a Venezia è una cosa positiva perchè so che il film sarà visto e questo è una forma di incoraggiamento per me.

AF: Hai qualche altro progetto per il futuro, Josie?

JH: Attualmente no.

AF: Preferisci fare action o commedie?

JH: Per me è uguale. Se mi dà emozioni positive mi piace comunque. Una cosa è certa, mi piace lavorare con Johnnie To.

 

Non c’è bisogno di dire che Exiled verrà salutato con una lunghissima standing ovation, durante la proiezione serale, ennesima prova, come se ce ne fosse bisogno, del prestigio del guru di Hong Kong.

 

Foto di Michelangelo Pasini, Martin de Martin e Gianluigi Perrone:

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