Kong Soo-chan


Kong Soo-chan_fotoRegista e sceneggiatore.

 

Kong Soo-chan è uno dei più interessanti registi sudcoreani contemporanei il cui talento è stato prevalentemente votato all’horror, solitamente intrecciato ad un contesto bellico. Sua la firma dell’eccellente R-Point terrorizzante horror esploso in piena new wave del genere. Oltre al lavoro come sceneggiatore (sua la scrittura di Tell Me Something) quest’anno ha realizzato l’atteso The Guard Post.
Abbiamo intervistato il regista nel corso del 10° Far East Film Festival di Udine. Con noi altri colleghi (Glooc TV e Rai Sat Cinema) di cui includiamo le domande ai fini della completezza.

 


Asian Feast: Perché il Vietnam?

Kong Soo-Chan: La questione Vietnam non è mai stata sufficientemente trattata, né in letteratura né al cinema, quindi ho voluto in qualche modo cercare di ovviare a questa assenza piuttosto grave. Ritengo che R-Point e Guard Post siano due film gemelli, che continuino un certo discorso perché, tutto sommato, oggi i figli di chi negli anni ’70 ha combattuto in Vietnam sono mandati come soldati in Iraq, oppure si trovano in prima linea nella zona smilitarizzata, quindi sono all’avanguardia nelle zone di pericolo. Volevo che questa verità uscisse.

AF: L’horror deve avere una connotazione politica?

KSC: Certamente. Ritengo che l’horror equivalga a una situazione di forte oppressione. L’ambiente militare, dalla forte strutturazione gerarchica, è l’ambiente ideale dove questa oppressione-repressione-assenza di libertà prende vita più che altrove. La mia esperienza militare è ormai vecchia di oltre quindici anni, eppure ogni volta che mi trovo in situazioni di grande pressione e tensione, mi capita di avere dei sogni che hanno per protagonisti proprio i momenti del mio servizio militare. Per cui avverto questa forte necessità di parlare, spiegare, elaborare sul sistema repressivo e sulla gerarchia tipici degli ambienti militari.

AF: Ci parli dei suoi progetti.

KSC: Ho varie idee. Attualmente molti dei nostri giovani si trovano in Iraq e ho intenzione di parlare di loro. Analogamente a loro, anche i giovani iracheni vivono una situazione analoga, per cui la mia speranza è di poter riuscire a raccontare come comunicano tra di loro, come gestiscono le contraddizioni che nascono e come cercano le possibili soluzioni. Anche perché sono individui che vivono comunque il periodo più bello della vita, la giovinezza, in una situazione di guerra, di tensione e di grandi difficoltà.

Mentre vengono sistemate le luci per la ripresa televisiva, KSC chiede all’interprete se la leva in Italia sia obbligatoria e le confessa le proprie preoccupazioni per il figlio. Ora il servizio militare obbligatorio coreano prevede due anni di durata e KSC, inviso al Ministero della Difesa per le sue posizioni, teme che ci possano essere ritorsioni contro il figlio quattordicenne che potrebbe essere mandato in prima linea.

AF: Come è nata l’idea del film e cosa racconta?

KSC: Innanzitutto bisogna tenere presente che la Corea è un paese diviso tra Nord e Sud e che noi cresciamo con le radici del fucile, del volersi sparare a vicenda perché c’è lo spauracchio della reciproca invasione. Io stesso ho servito il mio paese in quella che immagino sia stata un’esperienza paragonabile alla vostra sotto un regime autoritario e dittatoriale come quello di Mussolini. Uno degli elementi comuni sia a R-Point che a Guard Post è il concetto di “nemico”. Io non credo che il nemico sia qualcosa al di fuori di noi, della nostra società, del nostro Paese; io credo che sia al di dentro, da questa parte, dentro di noi. Nell’ambiente militare quindi, nel quale ho vissuto, sono insiti repressione, sensi di colpa e terrore. In Guard Post ho voluto proprio cercare di trattare questi temi.

AF: E perché scegliere il genere horror? Per gli argomenti che tratta si poteva adottare un dramma, un melodramma, un dramma intimo, un dramma da camera. Per quale ragione questa scelta?

KSC: Ci sono essenzialmente due motivi. Il primo è finanziario: mi sono posto il problema del produttore e mi sono chiesto se egli avesse accettato di finanziare un film con dei generi insoliti. Ho scelto l’horror perché, con la sua popolarità, avrebbe potuto facilitare i finanziamenti. La seconda ragione, come accennavo poco fa, è anche quella che sta dietro alla scelta dell’ambiente militare: l’intenzione di affrontare il tema della repressione, spiegato al meglio in un contesto del genere, con la gerarchia e le problematiche che si diceva. Per me è stata una scelta logica.

AF: Anche il suo film precedente trattava la guerra del Vietnam. Vorrei che mi parlasse della responsabilità del cinema dal punto di vista politico e sociale e quindi il rapporto che lei ha con un cinema che è di genere ma è anche politico.

KSC: Io appartengo alla generazione degli anni ’80, quella che dopo 50 anni di dittatura è riuscita finalmente a sconfiggerla e rovesciarla. È una generazione rivoluzionaria se vogliamo e magari ha respirato la stessa aria dell’Europa del ’68, Italia compresa. Vi potrei citare i film di Bertolucci e Pasolini, che ha poi fatto scelte piuttosto estreme. Da noi abbiamo molti registi appartenenti alla mia stessa generazione, che si pongono problemi sulla situazione politica e sociale e su come far arrivare il loro messaggio alla maggior parte del pubblico, con un occhio al risvolto economico della faccenda. Im Sang-soo, Bong Joon-ho, Park Chan-hook sono tutti registi estremamente impegnati e interessati a parlare nei loro film di argomenti di interesse sociale e politico. Anche a me interessano queste tematiche e ritengo non se ne possa fare a meno. Pensate alla situazione che viviamo, a Bush, a Blair; abbiamo questi problemi e non possiamo fare a meno di parlarne. E vorrei aggiungere che i registi italiani del neorealismo sono stati per me dei maestri, amici e padri, dei mentori. Come il regista Dario Argento, per quanto riguarda il mio genere.

AF: Anche altri registi orientali si sono detti influenzati da Dario Argento (ho scoperto che Suspiria ha avuto in Asia una distribuzione impressionante). Nel suo film però mi è sembrato di vedere dei riferimenti chiari a un film horror americano, La Cosa di Carpenter. La storia sostanzialmente è la stessa, là il virus alieno veniva dall’esterno, qui non viene spiegato e rimane ambiguo. Però ci sono elementi di drammaturgia classica, a tratti il film sembra Rashomon di Kurosawa con il cambiamento delle versioni e la trasformazione della verità a seconda dei punti di vista. Mi conferma queste ispirazioni? Argento compreso, sul quale, se vuole, potrebbe dirci qualcosa; ad esempio, se ha visto Suspiria

KSC: A proposito di Suspiria, ho visto sia la parte 1 che la parte 2 più di trent’anni fa, quando ero uno studente delle medie e fui talmente terrorizzato da quel film che per trent’anni non ho visto più un film d’orrore. Non solo, ma era sicuramente il genere che non avrei mai voluto scegliere. Con R-Point la scelta del genere horror è stata obbligata. Se i finanziatori non hanno il sentore di guadagnare da un progetto non danno i soldi. Io avevo idee diverse ma, parlando con i produttori, mi sono reso conto che avrei avuto i soldi solo in quel modo. Ho visto La Cosa e non posso negare che ci siano delle influenze. Per quanto riguarda Kurosawa devo ammettere che non è uno dei miei registi preferiti. Anche in Corea mi hanno fatto domande del genere però hanno intravisto nei miei film anche degli elementi buddisti, soprattuto per quanto riguarda il concetto della reincarnazione della ciclicità della vita. Tuttavia devo dire che io, stranamente per un asiatico e per un coreano, sono cattolico – e di quinta generazione –, non ho quindi legami col buddismo, anche se mi piace come filosofia.

AF: Ci parli delle vicende produttive di Guard Post, che a quanto pare sono state un delirio, tra ricerche si finanziatori e crisi generali del mercato che hanno portato alla riconsiderazione dell’intera struttura produttiva.

KSC: Sì è vero, i fondi per questo film sono terminati e per quattro mesi abbiamo dovuto sospenderne la lavorazione, fino a quando un altro finanziatore non è entrato a far parte del progetto permettendoci di finire le riprese e la post-produzione. Il problema dei fondi è vissuto quotidianamente, non solo in Corea ma in tutto il mondo, anche nel cinema italiano probabilmente è la stessa cosa. Credo che su questo argomento tutti gli addetti ai lavori debbano riflettere. Si dovrebbe cercare di risolvere una situazione che minaccia di ostacolare il nostro lavoro. Probabilmente dovremo trovare altri modi per finanziare i nostri film. Quanto alla crisi del cinema coreano, non ritengo che ci sia siato un periodo di non-crisi, e la situazione continuerà anche in futuro.

AF: Tecnicamente, come diceva lei stesso nella presentazione al pubblico, Guard Post non è un horror classico, però le dinamiche, i temi e la violenza visiva sono tipici del genere. È nelle sue intenzione rinnovare il genere tramite questi innesti da altri generi (guerra) e altre tematiche (politiche)?

KSC: Tengo a precisare che il mio film ha molte scene che rispettano in tutto e per tutto la tradizione del cinema horror più classico, ma in realtà in questo film ho fatto una scelta su come pormi. Molti registi si pongono come cineasti, ci sono vari modi di affrontare la costruzione di un film, dal punto di vista del regista. Io mi prefiggo di essere un narratore di storie, ma nel processo della narrazione mi propongo di introdurre elementi di novità.

AF: Diversamente da altri film sulla zona demilitarizzata il nemico qui è interno e sebbene ci siano al confine i militari della Corea del Nord, il vero nemico rimane dentro il “guard post”. La malattia è un veicolo molto efficace per far uscire non solo questo concetto, ma anche il tema del doppio, dell’altro da sé, del diverso – la scena degli specchi è esplicativa a riguardo – tema presente anche nel suo precedente film. Ce ne può parlare?

KSC: Io sono un regista di formazione letteraria, nel senso che la mia laurea in Corea è stata in letteratura coreana. Gli scrittori che più mi hanno influenzato sono stati Kwang So-kyeong [un suo libro sulla guerra del Vietnam è stato tradotto anche in italiano dalla prof. Vincenza D’Urso, come precisa lei stessa], poi Remarque e Hemingway, ma soprattutto Joseph Conrad. Quello che mi piace di questi autori, e che io stesso cerco di fare, è che cercano di descrivere la parte interiore più profonda e più nascosta dell’essere umano. Anche quando ero un militare ci veniva sempre detto che il nemico era il Nord, ma io ritengo che il vero nemico sia interno, soprattutto nel caso di un crimine. Andare a cercare eventuali sensi di colpa, momenti di terrore puro, dar voce all’oppressione che si vive in queste situazioni, descrivere il rapporto tra il sadismo e il masochismo in situazioni di grande oppressione o violenza è quello che ho sempre cercato e che mi interessa fare.
Il disordine, la complicatezza delle scene girate all’interno dello stesso “post”, ha proprio voluto sottolineare il senso di disordine, la perdita di controllo dell’ambiente in cui uno si trova e l’impossibilità di poterlo riconoscere. Il virus che si nasconde nel “guard post” ritengo che in realtà sia una metafora per tutto ciò che di marcio, di malato, di pericoloso, di contraddittorio c’è anche all’interno della società coreana contemporanea dal punto di vista economico e politico.

AF: Appunto. Nel corso del film ci sono dei momenti di confusione, soprattutto a causa di flashback raccordati in maniera non netta tra passato e presente. D’altra parte ci sono dei momenti (come le sparatorie) molto efficaci dal punto di vista dell’impatto immediato sullo spettatore. Come sono strutturate queste dinamiche nel film?

KSC: Una volta girato tutto il film, finita la pre-lavorazione, la lavorazione, la post-produzione, il taglia-e-cuci delle scene, ho chiesto il parere a miei collaboratori a cui avevo mostrato la pellicola prima che uscisse. Alcuni mi hanno detto che non si capiva niente, che era troppo confuso, e suggerivano di differenziare visivamente i flashback per renderli più chiari al pubblico. Io mi sono volontariamente opposto perché la confusione, il non avere netto e chiaro il senso di cosa succede, di come succede, queste slabrature nella razionalità e nella logicità del film sono per me fondamentali, sono proprio il focus di quello che io avrei voluto trasmettere al pubblico. Ma forse non è giusto che io lo dica. La critica si è divisa nettamente tra sostenitori del mio film che hanno definiuto come l’apparizione di un nuovo genio del mistero e altri che hanno detto “R-Point è bellissimo, questo non vale niente, è un fallimento”. Io mi ritengo un narratore, devo raccontare una storia e questa fumosità che esiste nella storia è la caratteristica di questa trama.

AF: La DMZ non è proprio una meta ambita per un militare, anzi trovarsi lì rappresenta una sorta di punizione. Come mai vi ritroviamo il figlio di un generale?

KSC: Sì è vero, la DMZ è una luogo dal quale tutte le persone di potere – generali, politici… – cercano di salvare i propri figli, evitando che ci vengano mandati. Tuttavia nella storia il protagonista si diploma all’Accademia e fa poi carriera. Tralasciando il fatto che se non fosse mandato nella DMZ la storia non funzionerebbe, mi chiedo se non avesse bisogno di andare lì proprio per far carriera, come motivo per un’ulteriore promozione, per diventare generale. Allora è molto probabile che sia stato aiutato dal padre, una figura che io ho immaginato estremamente “macho”, forte e autoritaria.

AF: Per quanto riguarda R-Point, visto che pare un elemento abbastanza scollato dal resto del film, la presenza del fantasma in sottoveste è stata imposta dalla produzione o c’era nella sceneggiatura originale?

KSC: [Ride di gusto] C’era! L’ho messa io! Non credo ai fantasmi, secondo me non esistono, ma, se vogliamo essere precisi, in quel film non viene fuori neanche un fantasma. Sono estremamente convinto che queste apparizioni – che sono diverse per ciascuno dei personaggi – si manifestino per i propri rispettivi sensi di colpa. Il protagonista vede il suo fantasma ma non vede quelli degli altri e gli altri non sono in grado di vedere quello del protagonista. Ognuno vede il proprio perché ogni fantasma è la manifestazione della consapevolezza del proprio senso di colpa e dei rimorsi per quello che ognuno ha di non risolto con la propria coscienza. Quindi lo spirito della ragazza vietkong appare al suo assassino, è una manifestazione del suo rimorso. Ma non solo, in questo fantasma ho visto un po’ anche il dramma e la sofferenza di tutto il popolo vietnamita per una guerra subita.

AF: Quasi tutti uomini nel suo primo film e tutti uomini nel secondo. I militari suggeriscono altre analogie. Quali sono invece le differenze maturate nella lavorazione del secondo film? In cosa è cambiato il suo modo di lavorare?

KSC: Nel caso di R-Point io sono stato il terzo regista. Sono subentrato quando il film era in fase avanzata di lavorazione, in una situazione in cui già erano stati spesi circa un milione di euro per le riprese, con due registi che non avevano portato a termine il progetto e in totale assenza di fondi. Essendo io anche lo scrittore della sceneggiatura, mi hanno proposto: “Che fai? Lo vuoi fare tu il regista di questo film oppure lo finiamo qui e non se ne parla più?” (e tanti saluti al milione di euro). Sebbene stessi lavorando su un’altra sceneggiatura mi sono detto “Ma perché no? Facciamolo!” Così sono partito per la Cambogia. Ero talmente impegnato con tutto quello che c’era da fare che non mangiavo, non dormivo, se dormivo avevo gli incubi e avevo addirittura pensato che, una volta finito di girare il film, al rientro in Corea avrei ucciso produttore, co-produttore e compagnia perché non era possibile, mi stavano sottoponendo a delle torture quotidiane che non potevo proprio sopportare. Una volta superata questa esperienza così travagliata delle riprese del mio primo film mi sono trovato a girare The Guard Post che, di conseguenza, per me è stata proprio una passeggiata.

AF: Ne suo primo film aveva già avuto qualche esperienza come regista o è stata una cosa improvvisata?

KSC: È stata la prima, ero uno sceneggiatore.

AF: Ma quanto del girato precedente è stato usato nel taglio finale?

KSC: I due registi erano soltanto stati contattati, c’erano stati contratti, erano state programmate tutte le scene in Cambogia quindi il milione di euro speso era servito per la pre-produzione perché si doveva andare “on location”, dormire, mangiare, viaggiare, c’erano i contratti, le assicurazioni, le royalties, garanzie varie… Quando i due registi hanno rinunciato metà del budget se ne era già andato senza girare nemmeno le scene del prologo e mi sono trovato a lavorare con i rimanenti fondi.

AF: Anche in questo secondo film ci sono stati dei problemi di produzione. Sono dipesi in qualche modo dall’abbassamento delle quote del cinema casalingo e dalle restrizioni conseguenti?

KSC: Sì. Lo “screen quota system” ha influito negativamente sull’acquisizione di altri fondi perché con una minore presenza nelle sale i produttori ovviamente sono meno propensi a rischiare.

AF: Quindi cosa ha determinato il subentro di nuovi finanziamenti?

KSC: La mia casa di produzione. La prima casa di produzione è andata in fallimento e quindi il film è rimasto in sospeso. Dopo R-Point, le altre case di produzione esitavano nel farsi carico di questa nuova emergenza, lasciandosi coinvolgere in un progetto che aveva già visto il fallimento della precedente produzione. Erano in ballo cose come il nome della compagnia e la sua credibilità. Tuttavia il finanziatore vero e proprio voleva continuare il suo investimento, ma aveva bisogno di una casa di produzione, perché per motivi legali non si possono dare i soldi direttamente a una persona, ma devono essere le compagnie a colloquiare tra loro, per cui io ho fondato una mia casa di produzione, anche perché delle case che avevo contattato, nonostante i fondi ci fossero, nessuna voleva intervenire in questo progetto per timore che potesse portare delle cattive conseguenze o perché il progetto finisse male anche alla luce della precedente esperienza sfortunata.

AF: Quali sono i registi che l’hanno maggiormente influenzata nella sua carriera, sia di scrittore che di regista?

KSC: Per quanto riguarda gli scrittori, come dicevo prima: Kwang So-gyeong, Conrad, Remarque e Hemingway e come registi uno è Bertolucci. Quando ero molto giovane ho visto Il Conformista. Non avevo particolari aspirazioni di diventare regista, ma l’ho deciso dopo aver visto questo film perché già dalle prime scene mi resi conto di stare in presenza di un poeta. Poi Bertolucci ha fatto anche delle scelte discutibili in seguito… E, forse non ci crederete, anche Truffaut è uno dei registi che più ho amato e che forse mi hanno più influenzato.

AF: Per quanto riguarda i registi coreani?

KSC: Kim Ki-yeong [regista del famoso The Housemaid del ’60; recentemente è uscito un box di DVD con quattro suoi classici”], Chong Ji-yeon [nell’86 ha girato Nambugun, sulla guerra del Vietnam, uscito in DVD per la Spectrum]. Della mia generazione Lee Myeong-se [Nowhere to Hide, The Duelist] mi piace talmente tanto che sono geloso di lui.

AF: Una curiosità sulla sceneggiatura di Tell Me Something. Lei ha tenuto i presenti i classici della letteratura noir americana o era sua intenzione aprire una strada alternativa?

KSC: Prima ho già avuto modo di definirmi come un regista narratore di storie, un regista che più che gli aspetti tecnici del cinema, ama gli aspetti narrativi. Io sono uno che dei tanti media di cui possiamo usifruire ancora ama il libro, la carta stampata in qualsiasi sua manifestazione, più dell’immagine. E sono uno che crede fermamente che la storia, il libro sia sempre un passo avanti rispetto al film. Quindi tutto ciò che scrivo, lo scrivo con questa convinzione.

AF: A proposito della rappresentazione della violenza nel suo film, come ci ha lavorato? E, soprattutto, una questione che magari esula dal film, le commissioni di censura sudcoreane sono rigide o lei ha adottato delle particolari misure per aggirarle, per presentare certe scene che magari non potevano essere mostrate?

KSC: La censura è molto migliorata rispetto a qualche decennio fa, ma per quanto riguarda le scene di violenza non è mai stata proibitiva. La società coreana è costruita su rapporti di dominazione e subordinazione, quindi su rapporti di gerarchia e superiorità e anche di violenza: tra re e suddito, padre e figlio, maestro e allievo, marito e moglie. Questi soprusi e queste violenze ci sono stati sempre, sebbene, anche nella mia generazione, noi non li abbiamo mai avvertiti come violazioni alla persona, perché siamo stati completamente abituati a questo tipo di vita. Stranamente, se una donna appare a seno nudo in un film, allora questo viene proibito ai minori di 14-16 anni; film estremamente violenti invece, come ad esempio Terminator, non vengono proibiti a nessun livello di età. Non ho perciò avuto problemi da questo punto di vista.

 

Foto di Marco Tregambi:

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