Liu Chia-Liang


Liu Chia-liangCoreografo marziale, regista e attore.

 

Presentiamo di seguito la fondamentale intervista, ben nota tra gli appassionati, fatta dai Cahiers du Cinéma al regista Liu Chia-liang (Lau Kar-leung), per l’indispensabile, quanto storico, speciale Made in Hong Kong (n. 362-363, Settembre 1984).
Probabilmente si tratta dell’intervista a Liu più conosciuta, almeno per quanto riguarda l’occidente. Per questo, pur essendo vecchia di 23 anni, abbiamo deciso di renderla disponibile per i nostri lettori, per la prima volta in lingua italiana.


Intervista a Liu Chia-liang: L’ultimo Shaolin

 

Cahiers: Lei è cresciuto in una famiglia, che si guadagnava da vivere con le arti marziali tradizionali. Suo padre è stato egli stesso un grande maestro di kung fu. E’ stato inevitabile per lei, che la sua vita venisse dedicata alle arti marziali o ha avuto altre scelte?

Liu Chia-liang: Ho iniziato a studiare le arti martiali all’età di sette anni. Mio padre, a quell’epoca, ero un maestro di arti marziali a Canton, dove io stesso sono nato. Più tardi, siamo andati a vivere a Hong Kong. Mio padre non era particolarmente … come dire, un uomo di cultura, a parte la sua conoscenza delle arti marziali. Una volta ad Hong Kong, non ebbe altra possibilità che riprendere ad insegnare kung fu. Io studiavo con mio padre, senza neanche sognare, a quell’epoca, di fare del cinema. Pensavo che dopo avrei insegnato kung fu insieme a lui. Quasi per caso, molti degli amici di mio padre, che erano cantanti d’opera cantonese, gli proposero di fare del cinema. A me i film piacevano abbastanza, ma non sapevano come si realizzassero. Per curiosità partecipai alle riprese di un film. Un giorno, due giorni, fu divertente, ma mi annoiavo anche, per via delle lunge pause tra le riprese. Quando mio padre mi chiese se volessi fare dei film, gli risposi: No, troppo noioso. Ero impaziente e volevo fare qualcosa di diverso.

C: Quanti anni aveva, quando fece il suo primo film? E quale?

LCL: Quindici. Oh, è stato così tanto tempo fa. Quale film? Con quell’attore, che era ancora un bambino all’epoca. E’ ancora vivo. Quale era già il suo nome? Yu Jie (Yu Tai in cantonese, Yu Jia in mandarino). Mi dia un pezzo di carta. Le scrivo il suo nome.

C: E il regista?

LCL: Ku Long Zhong, no, Ku Wen Zhong. No so come si scriva il suo nome. E’ morto così tanto tempo fa. All’epoca, negli studios c’era una pratica particolare. Noi attori e una piccola parte della categoria “marziale”, di cui facevo parte, non venivamo pagati, se quel giorno non eravamo stati chiamati. Se ricevevamo una telefonata, venivamo sul set e aspettavamo.

C: Quando cominciarono ad affidarle ruoli più importanti? Nel cinema mandarino?

LCL: No, fu nel serial di Wong Fei Hung.

C: All’epoca, per recitare in un film di kung fu, era necessario avere esperienza o negli studios c’era una specie di scuola?

LCL: No, non c’erano scuole kung fu per attori, come quella che gli Shaw crearono più tardi. All’epoca, quelli che facevano scene di combattimento nei film facevano parte di quello che veniva chiamato “Wu Heng” (la disciplina del “marziale”), come quelli che fanno salti mortali e che non sono necessariamente adepti del kung fu, come noi.

C: I maestri di Kung Fu disapprovavano i loro colleghi, che per la prima volta accettarono di fare cinema?

LCL: No, non ci fu disapprovazione da parte loro. L’unico problema era che in quel periodo questi film non erano fatti per persone, che praticavano il kung fu. In quei film, i combattimenti erano finti; non c’era contatto (fisico: ndt)! Mentre noi, che praticavamo il vero kung fu, dovevamo colpire l’avversario, e velocemente! Gli attori protagonisti facevano fatica a resistere ai nostri colpi. Una volta fui chiamato per una settimana, ma alla fine del primo giorno gli attori non mi vollero più, avevano troppa paura di me.
L’attrice Yu Su Qiu, ad esempio, non ha mai dato un vero pugno nei suoi film. Nel mondo del cinema, dicevano guoshu, ma non gongfu (kung fu). Fu solo con la serie di Wong Fei Hung, che il vero kung fu apparve sullo schermo. I maestri di arti marziali si erano detti: “Perché non mostrare nei film il vero kung fu, come lo pratichiamo noi?” Perciò, parecchie scuole di kung fu si associarono tra loro, ognuna contribuendo al budget per produrre la serie di Wong Fei Hung. Tutti i ruoli principali vennero affidati a professionisti, non a dei dilettanti. Dopo l’inizio della serie, i registi non vollero più attori che non conoscessero le arti marziali.

C: E’ kung fu “del Sud”, quello che vediamo in Wong Fei Hung?

LCL: Sì, è del Sud. Wong Fei Hung, che fu il patriarca della scuola di cui faccio parte, era lui stesso del Sud. Molte scuole furono fondate da suoi discepoli di terza generazione: per esempio mio padre ed i suoi commilitoni. Io ero troppo giovane per essere allenato da vecchi maestri come Lu Acai, Lam Sai Wing, Wong Fei Hung.

C: All’epoca della serie di Wong Fei Hung, il pubblico stava abbandonando i film cantonesi, preferendo invece quelli mandarini con un budget più alto?

LCL: Si, quando giravamo Wong Fei Hung, eravamo un gruppo separato. Gli altri produttori o registi non ci volevano nei loro film. Pensavano che sapessimo solo il kung fu e fossimo incapaci di fare commedie o qualsiasi altra cosa. C’era una separazione molto rigida. I drammi venivano prodotti da Yonghua, i film d’opera da cantanti cantonesi. A parte questo, gli studios di lingua mandarina come la Shaw Brothers o Cathay erano piuttosto sprezzanti nei nostri confronti. Pensavano che il loro livello di produzione fosse molto più alto. Avevano attori ed attrici come Li Lihua o Yan Jon, che non si sarebbero mai abbassati a girare un film cantonese.

C: Quando ha iniziato a mettersi dietro la macchina da presa, in veste di coreografo dei combattimenti?

LCL: E’ stato all’incirca 21 anni fa. E’ un film cantonese, intitolato South Dragon, North Phoenix (Nan long Bei feng, 1963).

C: Il suo primo film famoso era stato prodotto dalla Great Wall (Movie Enterprise Limited: ndt)?

LCL: Si, con protagonisti Fu Qi e Chen Sisi. Il regista (Cheung Sing Yim: ndt) era lo stesso che dopo diresse Shaolin Temple (Shaolin Tzu, 1982). Ma non ricordo il titolo. Ah si, Jade Bow (Wan Hoi Yuk Gung Yuen, 1966).

C: Era un film parlato in mandarino?

LCL: Si, il mio primo. Prodotto dalla Great Wall, una compagnia pro-mainland, filo-comunista. Questo film fu un grande successo al botteghino, perché i combattimenti erano così originali. Dopo aver visto il film, la gente della Shaw disse a se stessa: come hanno fatto a fare un film di spadaccini (wuxia) di così grande successo, e noi no? Si informarono e vennero a sapere che io ero il coreografo dei combattimenti e mi assunsero su due piedi.

C: Lei è stato assunto dalla Shaw negli anni Sessanta?

LCL: Si, per lavorare con Chang Cheh.

C: I film di spadaccini della Shaw usavano principalmente effetti speciali, ma non il vero kung fu, giusto?

LCL: Con Jade Bow ho iniziato a mischiarli, adattando il kung fu agli effetti speciali. Prima di Bruce Lee, la Shaw vedendo il grande successo dei film con i samurai presso il pubblico di Hong Kong, chiese a Chang Cheh di inserire nel proprio (film: ndt) molti elementi di quelle pellicole d’azione – il soprannome film di kung fu non esisteva ancora – al tempo stesso, esaltando l’eroismo cinese. Perciò, c’era questo eroe che mentre teneva le sue interiora in una mano continuava comunque a combattere! Il pubblico amava questi eroi che non morivano mai! L’atmosfera era molto giapponese.

C: Crede che sia possibile combinare i due tipi di arti marziali, quella giapponese e quella cinese?

LCL: Chang Cheh c’è riuscito. Per quanto mi riguarda – io ero il coreografo – dovevo allestire le scene di combattimento, secondo le istruzioni del regista. Non avevo voce in capitolo. Prima che le nostre strade si separassero, Chang Cheh mi disse che l’eroe non deve mai morire per una ferita, ma sempre rialzarsi e continuare a combattere e quello era il tipo di eroi che il pubblico ammirava. E quando mi fece presente come tale vitalità fosse perfettamente giustificata, gli chiesi di dimostrarmelo. Mi rispose: “Un uomo sviscerato può ancora muoversi, anche con le sue interiora fuori, giusto?”, poi aggiunse: ”In ogni caso, più sanguinoso, tanto meglio!”

C: L’arrivo di Bruce Lee, come ha cambiato tutto questo?

LCL: Quando Bruce Lee venne a Hong Kong, contattò prima la Shaw, ma loro lo respinsero, perchè pose una condizione, che era inaccettabile: che gli lasciassero i diritti americani dei suoi futuri film. Più tardi, Lo Wei, che capiva chiaramente il valore di Bruce Lee, andò a trovarlo. Da quel momento ci fu una distinzione tra i film di kung fu (quelli di Bruce Lee) e i film di spadaccini (quelli di Chang Cheh). Più tardi Chang Cheh, lasciò la Shaw per andare a lavorare in Taiwan, perché a quell’epoca i veri wuxia stavano gradualmente diminuendo.

C: Ma rimase sempre strettamente associato con la Shaw?

LCL: Si, perchè lo studio taiwanese per cui lavorava era solo una sezione della Shaw. La Shaw aveva guadagnato una quantità incredibile di denaro a Taiwan, ma le era proibito di farlo uscire dal paese. Così mandarono Chang Cheh a spenderlo facendo film.

C: E’ vero che, durante la vostra collaborazione, Chang Cheh riuscì a fare film di kung fu più autentici?

LCL: All’epoca Chang Cheh aveva due coreografi, Tang Chia e me. Tang Chia non voleva andare a Taiwan, così Chang Cheh venne a trovarmi, chiedendomi di dargli una mano. Mi disse: “ Senza di te, non sarò in grado di farcela.” Mi chiese cosa fare per salvare i film di arti marziali. Risposi: “Le scene d’azione devono essere più realistiche, come quelle nei film di Bruce Lee.” “Ma come?” mi chiese ancora. Gli dissi che dovevamo ritrarre eroi, realmente esistiti e far rivivere il kung fu, come lo praticavano loro.

C: Chang Cheh viene da Shanghai?

LCL: Si, non è cantonese e non è pratico di quelle parti. Chang Cheh mi chiese che tipo di storia fosse la più adeguata per essere portata sullo schermo. Allora gli suggerii le storie del tempio Shaolin. La sua prima reazione fu quella di dire: “Attori come David Chiang e Ti Lung non accetteranno mai di farsi rasare le teste.”

C: Cosa pensa del kung fu di Bruce Lee?

LCL: Da bambini ci conoscevamo molto bene. Bruce Lee era appassionato di arti marziali. Erano la sua vita. Il suo contributo è stato apprezzato da noi che praticavamo kung fu. Lo introdusse in tutto il mondo. Ma gli mancava qualcosa, cioè il “Wude” (la filosofia delle arti marziali) e il “Xiu yang” (l’auto-controllo). Sapeva solo come combattere. Colpiva per ferire, per il piacere dei colpi. Era troppo occidentale. La tradizionale cortesia cinese gli era estranea. Quando si guardano i suoi film, non sfuggono la violenza e forza dei suoi colpi. Per noi, il principio è “Dian dao ji zhi” (fermarsi quando colpiamo l’avversario, sapere come trattenere se stessi e rallentare l’attacco proprio nel momento  del colpo). Si è veramente forte nel kung fu, solo se si è in grado di fare questo. Bruce Lee aveva una conoscenza limitata delle arti marziali, i suoi calci e pugni erano tutto. Anche il suo “zhaoshu” (gestualià) era piuttosto limitato.

C: Il kung fu di Bruce Lee era un miscuglio di molte tecniche.

LCL: Si, ci sono elementi derivati da Aikido, Taekwondo, Karate, boxe occidentale, tutto questo con un po` di kung fu cinese. Ma Bruce Lee era molto intelligente. Imparò, applicandosi molto, e quando praticava kung fu, dava tutto se stesso. Era uno splendido attore, aveva iniziato molto presto a fare film.

C: Nei film che ha fatto su Shaolin, lei sottolinea con forza la descrizione del rapporto tra maestro e studenti.

LCL: Si, in Cina teniamo molto all’educazione, al “Lijiao” (l’etica di Confucio). Tra il maestro e discepoli, tra anziani e giovani, la distinzione è molto chiara e netta. Come maestri, bisogna essere degni di rispetto e come discepoli dobbiamo rispettare il maestro. Chang Cheh è un non-cantonese. Per questo non è mai stato in grado di descrivere bene la connessione tra maestro e discepoli nei suoi film di kung fu. Sapeva scrivere una sceneggiatura, ma non capiva molto bene il kung fu. Inoltre all’epoca quando mi separai da Chang Cheh, i film di kung fu iniziavano a stancare (il pubblico: ndt). Quando ritornai alla Shaw, avevo intenzione di concludere il mio contratto con loro, perché, a dispetto dei nostri sforzi sia nella realizzazione del film, sia dei combattimenti, i nostri film non si vendevano. Dissi a Mona Fong (Presidente Esecutivo della Shaw Brothers), che non volevo più fare film per la Shaw Brothers e che d’ora in poi mi sarei dedicato ad insegnare kung fu negli Stati Uniti. Mona Fong, che non voleva lasciarmi andare, propose invece di dirigere io stesso i miei film. Mi chiese se mi sentissi in grado di dare una boccata d’aria fresca ai film di kung fu, che all’epoca non attiravano molto pubblico. Il fatto è che il kung fu non è molto vario, con sempre le stesse gestualitá e movimenti. Il pubblico si stufa molto velocemente. Accettai la proposta, dicendo a me stesso, che avrei provato a cambiare completamente lo stile dei combattimenti. Per me, un film d’azione deve avere parti divertenti. Fino ad allora, i film di kung fu finivano sempre con ammazzamenti o con un grande massacro. Io, dissi, non lo voglio fare. Nella mia opinione, non è indispensabile uccidere il villain per far felice il pubblico. Un furfante che si pente e trova la retta via, può essere altrettanto soddisfacente. Poi promisi a Mona Fong di fare un film: Spiritual Boxer (Shen Da, 1975), è una “commedia kung fu”. Fu un grande successo al botteghino e da lì in poi molti hanno seguito quella strada, Jackie Chan per primo.

C: Abbiamo visto e amato Executioner from Shaolin (Hong Xi-guan, 1976). La descrizione della vita coniugale era meravigliosa.

LCL: Si, il rapporto tra marito e moglie, madre e figlio. Per me era come raccontare la storia della mia famiglia. Anche mia madre praticava le arti marziali, ma non della stessa scuola di mio padre. Ogni giorno mi diceva: “Tuo padre ti insegna male. Dovrei darti lezioni io!” e continuava: “Il kung fu di tuo padre è obsoleto”.

C: Quello che vediamo sullo schermo, è il kung fu di sua madre o di suo padre?

LCL: Di entrambi. Mia madre praticava lo stile Wing Chun e mio padre quello Hung Gar. Quando si esercitavano insieme, uno contro l’altro, era impossibile separarli.

C: Girerà in Cina con Li Lian-jie (Jet Lee)?

LCL: È vero. Andrò in Cina il tre di maggio per le riprese. In realtà, ci sono due film. Il primo si chiama North and South Shaolin (aka Martial Arts of Shaolin, 1986) e il secondo The Burning of Shaolin Temple (il film non è mai stato realizzato, almeno non da Liu Chia-liang: ndt). Gli sceneggiatori sono del continente, ma l’intera troupe sarà di Hong Kong e lavoreranno con attori cinesi.

C: Cosa pensa di Li Lian-jie?

LCL: E’ ancora un ragazzino! Molto simpatico. Comincia a capire come recitare, ma nel suo primo film Shaolin Temple (1982) non sapeva assolutamente come recitare la commedia. Si può dire che il suo kung fu non è male. Quando venne a sapere, che sarei stato io a dirigere si spaventò molto, perché aveva già visto uno dei miei film.

C: Girare un film in Cina. Questo non le procurerà dei problemi con Taiwan?

LCL: Ho già problemi con Taiwan. Non posso più andarvi.

C: Quanto dureranno le riprese?

LCL: All’incirca 125 giorni per ogni film.

C: E dove farà le riprese?

LCL: Un po’ dappertutto. Pechino, Zhengzhou, Hengzhou, Guilin, Dunhuang, nella provincia di Henan. Le scene con i cavalli saranno girate in Mongolia.

C: Girerà proprio nel tempio Shaolin nella provincia di Henan?

LCL: Si, certamente. L’ho visto il vecchio tempio di Shaolin. Niente di particolare. E’ meno bello di quanto immaginassi. Oltretutto, una grande parte del tempio è già danneggiata e non si vede molto. Ci sono tanti pellegrini e turisti, ma niente di eccitante da visitare.

C: I suoi attori-studenti, come Lau Kar fai (Gordon Liu), Wong Yue, Hsiao Hou, saranno con lei in questi due film?

LCL: Hsiao Hou sì (Hsiao nel film non appare: ndt), ma non Wong Yue o Lau Kar fai. Non vogliono avere guai con Taiwan. Quanto a me, come regista di kung fu, considero che le arti marziali di Taiwan o del continente, sono arti marziali cinesi e che tutto quello che faccio è per valorizzare le arti marziali cinesi. Taiwan non ha alcuna ragione di lamentarsi di me. Non è un tradimento da parte mia, mi sto solo dedicando a promuovere le arti marziali del mio paese. Se Taiwan mi impedirà di tornare, lo considererò come prova della loro ristrettezza mentale. Il cinema è solo una forma d’arte e inoltre non faccio politica. Molti dei miei film si svolgono nell’antica Cina, senza alcuna relazione con eventi contemporanei. Comunque, io amo il cinema e continuo a fare come preferisco.

L’intervista è stata condotta da Olivier Assayas e Charles Tesson, con la collaborazione di Elizabeth Cazer e Tony Rayns, il 26 aprile 1984. Tradotto dal mandarino-cantonese al francese da Cai Keijian. Tradotto all’inglese da Yves Gendron. Pubblicato nei Cahiers du Cinéma No 362-363, numero speciale (Settembre 1984): Made in Hong Kong.

Immagini:

 

 

[Tutti i diritti dell’intervista appartengono ai Cahiers du Cinéma. Asian Feast ha solo operato una puntuale, unica, traduzione in italiano. L’intervista –come tutto il contenuto del nostro  portale- non è a scopo di lucro ma è utilizzata solo come corredo fondamentale alla completezza dello speciale su Liu Chia-liang. Asian Feast è disponibile a rimuovere l’intervista su esplicita richiesta degli aventi diritto]

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