Master Class con Park Chan-wook


Florence Korea Film Fest

25 marzo 2017

Master class con Park Chan-Wook

Più che di una lezione si è trattato di un’intervista collettiva da cui sono emerse interessanti e inedite considerazioni sulla vita e sul lavoro del regista.

 

 

 

 

 

 

 

 

Inizi

I suoi primi ricordi d’infanzia risalgono a quando guardava film con i genitori (tra questi La Strada di Fellini) e leggeva la guida TV alla madre come fosse un libro sacro. Appena sposato e con una bimba piccola, il lavoro di critico gli serviva per mantenersi, ma lo impegnava parecchio in quanto poco remunerativo. Tuttavia gli fu utile per la sua formazione. Decisivi per la sua vocazione a diventare regista furono sia l’hichcockiano Vertigo che The Housemaid di Kim Ki-young (1960), film che ha avuto due seguiti e recentemente un remake firmato Im Sang-soo. Un regista moderno che apprezza invece è Jeff Nichols.

Oldboy

Il mistero fa parte integrante non solo del cinema ma anche della vita. Il protagonista di Oldboy non sa perché è imprigionato; analogamente, nella nostra quotidianità, rimane insondabile anche lo scopo della nostra vita. Il piano sequenza in cui Oh Dae-soo prende a martellate un’orda infinita di nemici è stato più volte interpretato come un omaggio ai videogame picchiaduro, in realtà vuole riprendere quelle illustrazioni di lotta ininterrotta che adornano porte, colonne o vasi antichi, greci e romani. Questa scena non era presente nel copione, bensì è nata sul set, da una parte per la necessità di lasciare nell’anonimato i nemici abbattuti, dall’altra per evitare un montato troppo frenetico. Inoltre Choi Min-sik, al momento delle riprese stremato per il lavoro della giornata, ha raccolto questa ulteriore prova come una sfida personale impuntandosi per portarla a termine.

Thirst

Se Lady Vendetta è scaturito dallo shock per una notizia di cronaca (una madre incinta che uccise il proprio figlio), Thirst è nato invece da una duplice ispirazione. La prima è Thérèse Raquin di Zola – le analogie sono numerose – e la seconda risale all’infanzia da cattolico di Park, quando ammirava stranito il prete bere vino dal calice come un vampiro che beve il sangue. Associare le due cose nel film gli è sembrato quindi naturale. Tanto più che lo stesso Gesù, morto e rinato per essere immortale, è associabile, più che alla figura dello zombie, mostruoso e animalesco, a quella del nobile vampiro, dotato di immortalità e superpoteri quasi come una divinità.

Stocker

Pur lasciando ai suoi attori un 10% di spazio per l’improvvisazione, negli storyboard di Park c’è già il risultato finale, il montato del film. Il suo produttore era solito ripetergli che a Hollywood si fa così, che era quello il modo corretto di lavorare. Quando invece ha girato negli Studios americani si è reso conto che non era affatto vero. A Hollywood inoltre lo Studio ha più potere decisionale che in Corea.

The Housemaiden

Un progetto cinematografico deve inglobare vari spunti, di cronaca o vita vissuta che siano, per rielaborarli successivamente. Come vanno rielaborati gli adattamenti da altre opere, tenendo conto del mezzo di destinazione (cinema). Le variazioni dai materiali di origine sono quindi inevitabili. Nel caso di The Handmaiden, dal libro era già stata tratta una miniserie e, per non ripercorrere gli stessi passi, Park ha pensato di ambientare la vicenda nella Corea della dominazione giapponese. I contenuti si sono così arricchiti di argomenti familiari al pubblico coreano disegnando anche un parallelismo fra il colonialismo nipponico e l’egemonia statunitense dei nostri giorni, finalizzata a imporre un cambiamento di identità socio-culturale per omologare le colonie al suo modello.
Un’altra modifica radicale rispetto al libro è stata operata nel finale, dalla svolta lesbica in avanti, in cui si è aggiunto un ulteriore punto di vista rimarcando la necessità di vedere le cose da angolazioni diverse per averne un’idea più completa e oggettiva. Per questo Park cerca anche di inserire nei suoi film una prospettiva femminile, fin da J.S.A., dove cambiò sesso al protagonista del libro da cui era tratta la sceneggiatura. Ma è proprio in The Handmaiden che, a detta del regista, questa ricerca raggiunge il culmine e diventa da femminile a femminista. Stavolta la donna viene esortata ad affrancarsi dalle manie di possessione e di sfruttamento dell’uomo, e similmente la Corea a liberarsi dall’ingombrante influenza americana.
Riaffiora così nuovamente il ruolo di primaria importanza giocato dalla vendetta, tema trasversale a tutta la sua produzione e affibbiato a una trilogia posticcia dalla critica e dai mass media, smaniosi di etichette e di prodotti preconfezionati.

 
Altri spunti

-Park non scrive un copione pensando già agli attori che interpreteranno i vari ruoli, ma li ricerca successivamente, in base all’aspetto fisico e alle loro abilità, ma soprattutto alla loro perspicacia e capacità di comprensione.

-Gli piace assegnare ai suoi attori un ruolo che non hanno mai interpretato prima. Allo stesso modo cerca sempre di mettere personaggi, vicende e perfino oggetti sotto luci diverse, mutandone radicalmente la funzione.

-La cosa più complicata da mettere in scena sono i sentimenti.

-Park fa uso del voice over solo se necessario e mai in dialogo con lo spettatore.

-Lo stile non è solo estetica. Deve essere funzionale al contenuto.

-La mutazione del corpo si esprime a vari livelli, a iniziare dai vestiti. Il collo delcappotto tirato fin sul naso di Geum-ja in Lady vendetta la rende spettatrice delle scelte dei familiari. In The Handmaiden ai vestiti fa esprimere svariate emozioni.

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