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Miike Takashi è uno dei più vitali registi
mondiali e il nome più interessante proposto dal nuovo
cinema giapponese nell’ultimo decennio. E’ noto
ormai a livello internazionale per titoli del calibro di Audition,
The Call, Ichi the Killer, Imprint,
Izo,
Gozu, Fudoh.
Asian Feast da parte sua ha fondato con una certa lungimiranza
uno dei primi e uno dei pochi siti al mondo monografici sul
regista, dinaMiike. Questa prima intervista è stata
raccolta alla 62esima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica
di Venezia, dove era presentato il colossal per ragazzi Yokai
Daisenso.
AF: Nel suo film (Yokai
Daisenso) recita un attore straordinario come Bunta Sugawara
(Battle without Honour & Humanity); è
stato imposto dalla produzione o è stata una sua scelta?
Come è stato lavorare con un attore del genere?
Miike: Quando ho iniziato a lavorare a Yokai
Daisenso che Bunta Sugawara fosse perfetto
per il ruolo del nonno, e così ho chiesto alla produzione
e mi hanno dato carta bianca. Quindi si, è stata una
mia scelta. La cosa interessante è che - come ben sapete
- Bunta Sugawara ha spesso interpretato il ruolo dell’eroe
yakuza, tutto macho e cool, e vederlo nei panni del vecchietto
un po’ “toccato” era per lui una sorta di
sfida. Tutto è andato per il meglio: Bunta si è
divertito a partecipare al film e io sono davvero soddisfatto
per come siano andate le cose.
AF: Ora una domanda sulla censura giapponese:
ha avuto dei problemi per Yokai Daisenso? Per gli
standard occidentali infatti, i suoi film sono considerati
piuttosto violenti.
Miike: Fortunatamente Yokai
Daisenso
è uscito in Giappone senza divieti,
probabilmente perché – pur contenendo elementi
di violenza – il film tratta di creature fantastiche,
che non esistono nella realtà. Se al posto loro ci
fossero stati personaggi umani, quasi sicuramente il film
sarebbe uscito con qualche limitazione, ma in questo caso,
dobbiamo ringraziare proprio loro, gli Yokai, che hanno permesso
che il film uscisse senza divieti.
AF: Abbiamo visto i vecchi film di yokai della nota trilogia
e soprattutto il primo era molto suggestivo e intenso. Si
sentiva delle responsabilità nell'adattare il suo film,
ha cercato di rispettare i vecchi film o ha lavorato ex novo?
Miike: Certamente, ho cercato di attenermi per quanto possibile
alla tradizione, visto che gli Yokai hanno una lunghissima
storia nell’industria cinematografica giapponese, e
non solo. Fanno parte del folklore da tempo immemore, nessuno
sa se esistano o meno, dal momento che solitamente si incarnano
negli oggetti di uso quotidiano, sono invisibili all’uomo
e si manifestano solo in determinate circostanze. Nel mio
film mi sono basato sulle leggende popolari, cercando di mantenere
il loro aspetto tradizionale, in modo che gli spettatori giapponesi
li riconoscessero subito, piuttosto che trasformarli in qualcosa
di totalmente nuovo.
AF: Passiamo ai lavori del passato.
Blues Harp è probabilmente il suo film con
la colonna sonora più varia e interessante, ma tutti
i suoi film hanno sempre un'ottimo commento sonoro. Quanto
sceglie lei le musiche e quanto sono importanti nel suo cinema?
Vengono scelte prima di girare il film, o successivamente?
Miike: Come nella maggior parte dei film che ho girato, anche
in Yokai
Daisenso le musiche sono di Koji Endo,
con cui continuo ad intrattenere un proficuo rapporto di collaborazione.
Solitamente succede che prima ancora di cominciare a girare,
Koji Endo ha già una sua idea del tipo di musiche da
inserire nel film, e leggendo lo script assieme scambiamo
opinioni e idee su come dovrebbero essere, quali strumenti
usare e così via. Dopo avere finito le riprese, Koji
Endo mi fa ascoltare quello che ha creato, e io – senza
alcuna forzatura – arrivo magari a suggerire alcune
piccole modifiche qua e là, senza comunque apportare
nessun cambiamento sostanziale.
AF: In tutti i suoi film, anche nei
più commerciali, utilizza spesso lunghe inquadrature
fisse su personaggi immobili che parlano (ad esempio nella
sequenza del ristorante cinese di Dead or Alive,
o nella scena attorno al fuoco di Zebraman). Come
mai? Non teme queste scene? Non abbassano la soglia di attenzione
del pubblico?
Miike: Si, lo so, è una questione di ritmo, come mi
viene fatto notare ogni tanto da qualche produttore quando,
durante la fase di montaggio, alcune inquadrature non sono
necessarie ai fini della storia, non sono elementi fondamentali,
e spezzano il ritmo del film. Quando si gira un film ci sono
moltissime scene che non vengono incluse nel montaggio finale,
e un film può funzionare anche se ridotto all’osso,
anzi, il pubblico apprezza ugualmente, ma io come filmaker
sento il bisogno di utilizzare anche momenti di dialoghi statici,
che a mio avviso rafforzano ulteriormente – per contrasto
- i momenti di azione.
AF: Lei ha sempre un ottimo montaggio
creativo. Di solito interagisce nella fase di editing o lascia
tutto in mano al montatore?
Miike: Il montaggio è la parte più importante
nel fare film, il montaggio stesso è un’arte.
Io amo la fase del montaggio, e spesso collaboro con il mio
montatore su tutto il film, dall’inizio alla fine, senza
comunque forzarlo e lasciandolo libero nelle sue scelte. Data
la sua rilevanza, è importante che tra il regista e
il montatore ci sia un affiatamento particolare, bisogna conoscersi
bene: per questo motivo io collaboro quasi esclusivamente
col mio montatore di fiducia (Yasushi Shimamura).
AF: E’ vero che lei girerà
un film negli USA?
Miike: Non esattamente: in realtà girerò Imprint,
il tredicesimo episodio dei Masters of Horror, progetto
in cui sono coinvolti diversi registi statunitensi; girerò
qui in Giappone con attori e gente giapponese, e qualche americano,
tra cui l’interprete del film (Billy Drago).
AF: Come si rapporta con le figure del
“buono”, ma soprattutto del “cattivo”,
presenti nei suoi film?
Miike: Le figure del buono e del cattivo sono complementari
e necessarie l’una all’altra. Se c’è
un buono ci deve essere anche il cattivo, e viceversa. Nei
miei film non ci sono mai personaggi totalmente buoni o totalmente
cattivi, ma ci sono buoni che compiono azioni, diciamo cattive
e cattivi che compiono buone azioni – per le motivazioni
più disparate: questa è una cosa che mi affascina,
vedere personaggi che rivestono un determinato ruolo all’interno
del film, che per i loro motivi si ritrovano a compiere delle
scelte in opposizione a quanto ci si aspetti. Generalmente,
io ho una preferenza per i cattivi che compiono azioni buone.
AF: Come si rapporta alle sequenze
action? Utilizza coreografi, le idea lei e come le giostra
negli spazi?
Miike: A me non piace pianificare a tavolino quello che succederà
davanti alla mdp; di solito mi vengono le idee quando sono
sul set, sono molto istintivo. Certo, durante le riprese comunico
con i cameraman ma con poco o niente di prestabilito e senza
chiedere continuamente opinioni e consigli a loro. Sono un
filmmaker decisamente autonomo, si.
A cura di Senesi Michele, Matteo Buriani, Valerio
Spisani

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