Nakata Hideo


Nakata HideoRegista e Sceneggiatore.

 

Nakata Hideo è uno dei padri fondatori nel nuovo horror mondiale e regista fondamentale del cinema giapponese della fine dello scorso millennio. Autore di classici del calibro di Ring (l’originale giapponese), Ring 2 e il capolavoro Dark Water, ha realizzato quest’anno (2008) ben due titoli, L: Change the World, terza parte della trilogia basata sul manga di Death Note e Apparition (Kaidan) recentemente uscito in DVD anche in Italia. Lo abbiamo intervistato al 10° Far East Film Festival di Udine, durante una lunghissima e intensa mattinata, in cui il regista si è mostrato particolarmente disponibile.

Ci teniamo ad informare il lettore che nel corso del testo dell’intervista vengono anticipati dettagli importanti relativi alla trama di alcuni film di Nakata, specie L: Change the World. Se temete quindi di rovinarvi la visione evitate di continuare la lettura, almeno della prima parte.

Asian Feast: Com’è nata l’idea di fare un film basato sull’universo di Death Note e come mai fare di “L” il  personaggio principale?

Nakata Hideo:  Innanzi tutto c’è da dire che il film è ispirato ad un noto manga che si è rivelato un grosso successo in tutto il Giappone, nel senso che ha venduto oltre 25 milioni di copie a livello nazionale; per questo motivo i produttori hanno reputato interessante farne una versione cinematografica con la quale io non ho avuto nulla a che fare. La mia idea invece era la seguente, ovvero, visto che alla fine del secondo film si è verificata la morte di Light, il protagonista, e in seguito a questo troviamo un personaggio il cui nome è stato scritto sul libro della morte e che quindi sa che entro 23 giorni morirà, ho creduto interessante fare una storia parallela, speciale, in cui si narrano le gesta di questo personaggio per mostrare cosa avrebbe fatto nei 23 giorni di vita che gli sarebbero rimasti. Questo è stato il piano originale.

AF: Un film come Kaidan affonda le radici nella profonda cultura giapponese…

NH: Sono stato per un certo periodo a fare film di ambientazione moderna a Hollywood negli USA e poi sono tornato in Giappone per fare un film in costume, Kaidan. Quindi potrei dire che si trattava come di una specie di turno. In questo caso la storia è ambientata nel Giappone dell’epoca Edo, e quindi torniamo a quello che era il periodo dei samurai. Trovo molto interessante questa storia specialmente per il fatto di essere ambientata in quel periodo. Soprattutto ricordo che fin da ragazzino, da quando avevo circa 20 anni, mi aveva sempre un pò spaventato il concetto di una donna che anche dopo la propria morte potesse avere una permanenza a livello spirituale, concetto che secondo me è realmente terrorizzante. L’occasione di ritornare a questa epoca che avevo studiato con così tanta passione da giovane e che mi aveva così affascinato ha fatto si che passassi tre mesi di ideazione del film in maniera molto rilassata e divertente. Si è rivelata una piacevole esperienza.

AF: Come ci può spiegare la sua predilezione per il genere thriller e horror?

NH: Notizia che solitamente sconvolge un pò tutti quanti, ma io non sono mai stato un grosso fan nè dell’horror, nè del thriller. E’ stata un pò tutta una serie di casualità, perchè il primo dorama, i primi lavori e i vari Ring, sono tutti horror, ma non è che si sia trattata di una scelta. Più che altro potrei dire che si è rivelato come un destino che mi è stato donato dal cielo. Poi forse c’è un’altra caratteristica fondamentale del mio carattere che va molto d’accordo con la creazione dei film horror ovvero il fatto che io sono una persona molto apprensiva, quindi questa mia apprensione si mette immediatamente in moto appena avviene qualcosa e fa sÏ che per la creazione di questo tipo di film possa dare una spinta decisiva.

AF: In un’epoca che si dice essere globalizzata, anche alla luce del fatto che registi come lei ormai lavorano un pò in tutto il mondo, ha ancora senso parlare di differenze tra cinema asiatico, europeo e statunitense?

NH: Il cinema è un tipo di media molto globale che non ha frontiere; ad esempio già in Giappone, in passato, vedevamo molti film italiani, ovviamente sottotitolati, comunque anche avendoli visti senza sottotitoli saremmo riusciti a capire quello che i film volevano comunicarci. Questo fa sÏ che il cinema trascenda e superi i confini tra un paese e l’altro. Ci troviamo inoltre nell’epoca di internet, un’epoca in cui riuscire ad ottenere informazioni varie è diventato molto facile, in qualunque paese una persona si trovi. Però, ritornando alla domanda, se parliamo specificatamente di oriente e occidente, l’America e l’Europa hanno delle loro caratteristiche, l’Asia ne ha delle altre, sono tutti elementi culturali diversi che vengono riversati nei film e da questo punto di vista è interessante poter gustare quelle che sono le specifiche differenze culturali, specifiche di ogni area. Se viceversa si venisse a creare una specie di spersonalizzazione e uniformità stilistica/narrativa cinematografica, la cosa diventerebbe sicuramente noiosa.

AF: Konaka J. Chiaki (storico sceneggiatore giapponese e una delle menti nella rinascita dell’horror locale) ci descriveva come per lui sia stato importante il cinema gotico e horror italiano nel percorso verso la nuova ridefinizione dell’horror giapponese; ad esempio ci aveva citato l’Operazione Paura di Mario Bava. Lei conferma questa teoria?

NH: Si, sicuramente ci sono stati dei legami di vario tipo con il cinema italiano. Con Konaka ho avuto modo di lavorare per la televisione, ma secondo me l’elemento che è all’interno dei film, anche in Ring e Ring 2 e che più ha avuto un influsso da Mario Bava, ma anche da Dario Argento, è la sceneggiatura che in quel caso (ovvero Ring) era stata scritta da Takahashi Hiroshi; per questo, la ragione per la quale c’è un influsso comunque anche a livello di regia e non solo di matrice italiana, potrebbe essere la seguente ovvero che, come accennato prima, io non sono mai stato un fan dell’horror; allora, per riuscire a capire cosa potesse fare paura ho passato lungo tempo, intere giornate, a guardare anche due tre film dell’orrore al giorno, di qualsiasi nazionalità, per capire cosa potesse essere di maggiore effetto all’interno di un film del genere, proprio per entrare in quello che è lo spirito di un film dell’orrore. Da questo punto di vista ce ne sono anche altri di film influenzati dal cinema horror italiano e dai quali è probabilmente venuto un influsso interessante, come anche lo stesso Kaidan.

AF: Nei suoi film c’è sempre una forte influenza tra genitori-figli oppure, anche come in L, fra gli stessi ragazzini. Nel suo cinema la figura del bambino  è importante….

NH: Nel caso di L, sia il protagonista che gli altri due bambini sono orfani, quindi viceversa sono persone che non hanno famiglia e non hanno mai avuto l’opportunità di essere protetti da una famiglia. Si uniscono insieme proprio per cercare di superare un destino estremamente difficile. Anche da questo punto di vista va detto che il protagonista, L, che dovrebbe aver superato già i vent’anni, già da quando era ragazzino ha sempre dedicato la propria vita a diventare un detective, ma questo appunto era anche un modo per superare una certa vulnerabilità e per potere dare un contributo al mondo in qualche modo.

AF: Anche in Ring lei ha trasformato un personaggio maschile del romanzo in uno femminile, ha voluto dare un valore maggiore a questo rapporto genitore-figlio, mettendo la madre al posto del padre?

NH: Come giustamente dice, da quella che era la storia originale con due protagonisti maschili abbiamo deciso di utilizzare un ruolo femminile come protagonista, che avesse un bambino. Questo, ovviamente per un motivo ben definito, ovvero, la forza di Sadako (il vero nome del fantasma nel film originale) era estremamente forte, quindi, anche in questo caso riparliamo di vulnerabilità; c’era questo bambino che era vulnerabile e andava protetto. Allora, basandoci anche su una ragione un pò più tecnica che era quella di vedere una donna anziché un uomo, cioè, una donna, ruolo solitamente protetto da un uomo, che invece, per amore del figlio diviene la figura che protegge. Avevamo trovato questa scelta molto convincente. Inoltre anche per quello che riguarda il mio background culturale, io stesso sono stato allevato da una madre così, fortemente protettiva, quindi anche da questo deriva la scelta definitiva.

AF:  Ha visto i film-parodia statunitensi tipo Scary Movie?

NH: Ho avuto l’occasione di vedere Scary Movie anche se ne ho dei ricordi un pò sfocati. Mi sembra se non erro che ci fosse la sequenza del pozzo (di Ring, ndr) o della Tv, qualcosa di questo tipo, ho ridacchiato, e poco più. Ricordo se non erro che l’assistente di Scary Movie 3 aveva lavorato su Ring 2 (americano)… adesso non ricordo bene.. comunque si, diciamo che quando l’ho visto, ho riso (Nakata è vago e non sembra molto entusiasta del film).

AF: Anche perchè è una consacrazione, non trova?

NH: Si, anche perchè solitamente quando si presentano queste occasioni, che sia una parodia o meno, chi le fa cerca di dare abbastanza di sè stesso…

AF: Ci ha detto che non ama gli horror, quindi ci potrebbe dire che film va a vedere solitamente  per rilassarsi?

NH: Diciamo che guardo i generi più svariati; quelli nei quali mi riconosco di più sono i melodrammi, prevalentemente storie melodrammatiche tra uomo e donna.

AF: Nota dei cambiamenti vistosi nel cinema di Hollywood tra i film che vedeva da bambino e quelli che ha trovato quando è andato in loco per girare?

NH: Ho visto recentemente tre film in aereo. Erano tutti e tre film americani però me ne ricordo uno in particolare che era Il Verdetto di Sidney Lumet. In quel momento mi sono reso conto di come Hollywood sia cambiata dagli anni ’80, diciamo 80-82 che era l’anno in cui era stato prodotto quel film, ai giorni nostri; in quel caso c’erano molte scene lunghe, i discorsi erano molto semplici, non c’era nulla di particolare che saltasse all’occhio in modo vistoso rispetto a tutto il resto. Da questa prospettiva mi sono reso conto che nell’arco di questi venti, trent’anni c’è stato un grosso cambiamento anche ad Hollywood.

AF: Saremo anche globalizzati ma la realtà è che il cinema occidentale e orientale sono comunque assai diversi, un esempio ne è l’horror. Mentre noi in occidente siamo ancora legati a concetti metafisici come demoni e possessioni, in oriente è stata organizzata una laicità interna al genere. Come mai in Giappone l’horror è così assolutamente laico (sulla famiglia e i rapporti, la società…) è c’è così poca metafisica?

NH: Dunque, nei film horror che ho visto, soprattutto americani ed europei c’è sempre forte la presenza della cultura cristiana, ed è presente una grande dicotomia che è quella di Dio/Diavolo, paradiso/inferno, che sono concetti estremamente cristiani, ovvero c’è un bene assoluto e un male assoluto. Invece in Giappone per quel che riguarda la religione c’è il Buddhismo, quindi il bene e il male non sono così nettamente separati e quindi si viene a trovare l’essere umano che alla morte si tramuta in spirito e sia all’interno dello spirito che dell’essere umano c’è una fusione di bene e male; quindi da questo punto di vista sia l’essere umano che lo spirito rimangono su uno stesso livello, sono eguali.

AF: Come mai in Giappone i registi fanno pochissima attività sociale e politica, non hanno nessuna posizione pubblica?

NH: Certamente ci potrebbe essere la possibilità di interpretare una società guardando un film ma, personalmente, secondo la mia esperienza anche come appassionato di cinema, nel momento in cui entro nel ruolo del regista e creo un film come L, mi rendo conto che il mio desiderio è che lo spettatore provi un senso di fuga dalla realtà, ovvero, quando si trova nella sala cinematografica desidero che entri totalmente nel film e si scordi di quello che c’è fuori. Ovviamente l’interpretazione può essere libera ed è molto personale perchè anche all’interno del film si può parlare di problemi ambientali ad esempio, anche esagerati ed estremizzati (cita l’esempio dell’eccesso di esseri umani sterminati in massa del suo film L; Change the World)) che possono essere riportati ad elementi reali. Tuttavia, recepirlo ed interpretarlo o meno è a discrezione del singolo spettatore.
Il ricordo che ho più vicino ai giorni nostri di un’attività alquanto politica tenuta da un numero sparuto di registi o anche di scrittori, era durante la prima guerra del Golfo, con il primo Bush. In quel caso c’era stato qualche episodio ma devo ammettere che non si trattò di nulla di molto forte. Ad essere sincero non ne conosco bene la ragione, ricordo che quando ero più giovane, nel periodo universitario avevo interessi più orientati a sinistra, ma attualmente non sono nè per l’uno nè per l’altro lato. Quello che ho provato io -e non so se anche per altri registi è stato così- è stato una sorta di impotenza nei confronti di  uno stato in cui è lo stesso partito politico che continua a governare e anche se si cerca di cambiare, l’egemonia continua ad andare avanti così a lungo nel tempo. Quindi non so se in realtà sono solo i registi che non sono attivi politicamente o varie categorie che alla fine hanno smesso di muoversi in questo senso. Rimane comunque secondo me la libertà di espressione nella mia categoria. Ad esempio ultimamente si parla della situazione del Santuario di Yasukuni, che è un santuario che si dice contenga gli spiriti anche dei colpevoli di classe A della Seconda Guerra Mondiale, condannati per crimini contro la pace e negli ultimi periodi è stato trattato spesso. Ovviamente ci sono persone pro o contro ma già il fatto che se ne parli è un elemento positivo di libertà di espressione.

AF: Il Giappone è uno dei pochi paesi che sta premendo sempre di più con la pena di morte. Qual è la sua posizione in proposito?

NH: Il problema che pone è molto complesso, io ricordo che già alla scuola media quando il professore di studi sociali ci pose la stessa domanda noi andammo avanti per lungo tempo a parlarne. Al tempo le mie idee erano assolutamente comuniste e quindi ero del tutto contrario all’idea della pena di morte. Tuttavia ora credo che sia molto più complesso giudicare le cose in maniera obiettiva nel senso che senza dubbio per una società ideale, mantenendo un certo tipo di idealismo, uno dovrebbe pensare che l’assenza di pena di morte dovrebbe essere la scelta più corretta. Tuttavia, vivendo, mi sono reso conto che anche la pena di morte diventa l’affidare la propria vendetta allo stato. Le persone a cui è stato ammazzato un figlio o una persona cara, ovviamente hanno dei sentimenti di vendetta e li cedono allo stato che risolve questa vendetta affidata. Da questo punto di vista non mi sento più in grado di negare al 100% la pena di morte perchè comunque vi è un elemento di umanità anche nel sentimento delle persone che hanno perso qualcuno di caro. Inoltre c’è anche un altro elemento che va preso in considerazione; ultimamente in Giappone vi sono numerosi esempi di violenza estrema tra la gioventù, quindi ci si domanda anche, se la pena di morte dovesse venire a mancare potrebbero anche aumentare questi episodi? Questa ovviamente è una domanda a cui non posso dare una risposta, ma rimane comunque un interrogativo.

AF: C’è un Ring 3 che è stato annunciato per il 2009. Ci può dire qualcosa a proposito, se sarà una chiusura definitiva di una trilogia?

NH: Temo che sia un’informazione che ha ottenuto tramite internet ed è probabilmente errata. Nel senso che si, ho sentito la voce di come la Dreamworks abbia in progetto questo Ring 3; tuttavia in rete viene abbinato al progetto il mio nome mentre allo stato attuale non c’è nessun mio collegamento reale al film. Inoltre c’è un altro tipo di problema tecnico nel senso che in Ring vengono usate le videocassette, e al giorno d’oggi non le utilizza più nessuno (ride). Comunque non ne so nulla, non ho idea se ci sarà qualcosa del genere prodotto nel 2009.

Foto di Marco Tregambi:

 

Nota: per dare maggiore varietà e spessore al testo abbiamo incluso anche le domande –talvolta discutibili- di alcuni colleghi presenti.

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