Zhou Xun – Andre Morgan – Ji Jin-hee


Perhaps Love_Zhou XunAttrice – Produttore – Attore

 

Perhaps Love.

Hotel Excelsior – 10 settembre 2005 – 62° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia.
Mentre all’altro tavolo del fastoso terzo piano dell’Hotel Excelsior si svolge l’intervista parallela di Perhaps Love a Peter Chan e Takashi Kaneshiro, noi siamo in presenza del resto della comitiva venuta a presentare questa co-produzione.
La forma di questa intervista è romanzata a causa dell’eccessiva frammentarietà e del telefono senza fili dovuto alle 4 lingue parlate al tavolo. Ci si perdoni la forma ma credevamo utile al lettore riportare comunque l’interessante contenuto di questa intensa discussione tra elevati personaggi del mondo del cinema asiatico.

 

Senza ombra di dubbio le cose più interessanti le dice il produttore Andre Morgan, molto attento nello spiegarci i meccanismi della produzione panasiatica di questi anni. Il suo inglese chiaro e meditato ci fa capire fin da subito che non ha grande intenzione di sbilanciarsi in affermazioni pericolose, ma scandisce concetti importanti. “Il cinema cinese e quello di Hong Kong sono come rette parallele che finiranno inevitabilmente per incontrarsi” sono le parole più significative del suo intervento. Sostiene che le barriere linguistiche non fermeranno il processo delle coproduzioni, e che il cantonese (da noi tanto amato) finirà inevitabilmente per scomparire, quantomeno al cinema.

Il suo ragionamento è semplice, ma al tempo stesso molto forte. Le grandi produzioni, rese possibili solo da questa nuova prospettiva pan asiatica, rendono più grande il mercato: un produttore hongkonghese non può limitarsi al ristretto bacino dell’ex colonia, oggigiorno è necessario che il mercato si espanda a comprendere non solo la Cina continentale ma anche altri paesi asiatici in una prospettiva che voglia far diventare il cinema orientale un fenomeno commerciale con cui anche gli occidentali debbano confrontarsi. E di questa situazione, sostiene Morgan, anche il piccolo cineasta indipendente si gioverà: se il mercato è florido, continua l’uomo d’affari, c’è beneficio per tutti.

Se noi fossimo meri cronisti ci limiteremmo a registrare le sue parole, senza commenti. Ma siamo qui per informare e così permetteteci di esprimere le perplessità che porta con se il famigerato ragionamento della torta. Se aumenta la grandezza del mercato c’è beneficio per tutti. La storia ci ha insegnato che non sempre è così. Anche se, innegabilmente, un mercato florido è premessa necessaria, magari non sufficiente, allo sviluppo di un cinema anche coraggioso. In controluce, però, le ambizioni di Morgan sono chiare: creare un cinema che possa entrare in competizione numerica anche con i colossi occidentali. Un obiettivo, magari non dichiarato apertamente, ma che noi non ci sentiamo certo di osteggiare.

Nella libertà di queste chiacchiere, e così liquidiamo il produttore che spesso lavora per sè, sappiamo anche che il film proiettato non era la versione definitiva. Entro Dicembre sarà completata la color correction, e il film sarà distribuito nelle sale. Morgan sostiene che questa avverrà anche in Europa e in Italia. Noi ci permettiamo di essere un po’ tommasiani. Crederemo quando vedremo; le speranze, seppur minime, ci sono, e sarebbe davvero un bel colpo vedere questo film parzialmente musicale nei cinema  nostrani.

L’intervista a Ji Jin-hee è la più corta. Il tempo è tiranno e così le parole si sono limitate al mestiere dell’attore. E con molta intelligenza il divo coreano distingue il suo lavoro per la Tv, per il cinema o per il teatro in maniera mirabile. “Il mio impegno è sempre lo stesso, e le tecniche pure”. “Ma ciò che li differenzia”, continua l’importante interprete del montatore nel film presentato, “è il tempo e il feeling con il mezzo che l’attore ha”. Sostiene di preferire il cinema, perché i tempi di lavorazione più dilatati gli consentono di raggiungere performances migliori, più meditate e complessivamente più adatte al ruolo che si trova a dover rendere vivo. La TV gli ha dato grandissima popolarità, ma nelle sue parole non c’è grande elogio per il mezzo, mentre il teatro sembra essere una sorta di sogno: il contatto diretto tra lo spettatore e l’interprete da emozioni che con gli altri mezzi non ha. Ji Jin-hee parla del teatro diversamente rispetto agli altri media: sembra quasi stia accarezzandone le opportunità, piuttosto che valutare il lavoro già svolto. Nostra opinione personale è che con i tempi rapidissimi del cinema asiatico non potrà dedicarsi molto a questa attività, ma gli facciamo i nostri migliori auguri.

Ed infine la diva: chi scrive segue Zhou Xun sin dai tempi del misconosciuto Where Have all the Flowers Gone? e il suo sorriso dal vivo è ancora più carismatico che sullo schermo. La sua disponibilità alle risposte altrettanto. Il suo stupore di fronte a giornalisti occidentali che conoscono le sue opere appare sincero. Insomma, ci sentiamo vagamente perduti di fronte alla diva umana (e magrissima) che abbiamo davanti. Ma si sa che il giornalismo più che un mestiere è una vocazione e dunque il lavoro deve ora prendere il posto dell’esperienza estetico/estatica.

Cominciamo subito con precisione, per testare la nostra fragile interlocutrice. La prima domanda riguarda il suo approccio nei confronti della sperimentazione: sia il film sopraccitato che Baober in Love contenevano molti elementi paragonabili alle avanguardie, perciò le chiediamo del suo rapporto con queste. Prende via via coraggio con le parole la fragile diva. E sostiene che è attratta dalla sperimentazione visiva, perché le da modo di sperimentare diverse forme di interpretazione, e di lavorare con autori giovani e coraggiosi. E’ con il sorriso che ricorda Where Have all the Flowers Gone? e la sua complessa resa di un personaggio che si sdoppia per poi ricomporsi: sicuramente la nostra Xun non ha voglia di fermarsi e dalle sue parole questo emerge chiaramente. Un’attrice che non si accontenta e che vuole osare anche in un panorama come quello cinese continentale dove l’evoluzione sembra molto più lenta di quello che la nostra vorrebbe.

Una domanda decisamente più frivola la incalza subito dopo: le chiediamo dell’effetto di essere una diva anche fuori dalla Cina, dell’essere famosa in tutte le comunità cinesi, siano esse italiane o internazionali. Ancora dobbiamo capire se la risposta sia uno standard orientale, modestia naturale oppure civetteria dissimulata. Ma con il consueto disarmante sorriso Zhou Xun dice che per lei fare l’attrice è un mestiere, un lavoro che cerca di portare a termine al meglio. E non si preoccupa della reazione divistica. Verrebbe da pensare alla spudorata menzogna, ma il viso è sincero. “Certo”, continua Zhou Xun, “il piacere di essere considerata una diva è grande, ma non importa molto: ciò che importa è migliorare nel proprio lavoro e dare corpo e anima a personaggi interessanti che possano piacere al pubblico”. Sicuramente una filosofia del lavoro attoriale molto diversa da quella a cui siamo abituati. Ma le proporzioni dello showbusiness sono davvero distanti, almeno per il momento.

Infine richiesta di informazioni sul prossimo progetto: The Banquet.

La diva è abbottonatissima. Non riusciamo a carpirle informazioni interessanti, se non che il regista sarà l’”emergente” Feng Xiaogang. Ecco forse è un errore della traduttrice. Feng è campione di incassi in Cina da due anni con il suo Cell Phone e A World Without Thieves. Perciò non ci capacitiamo di questa risposta. Ma tant’è… il suo breve racconto della prossima opera ci informa che lei sarà Ofelia, in questo adattamento dall’Amleto che Feng sta riadattando per trasportarlo nella Cina dell’Impero. Ma non pare il caso di insistere per avere altre informazioni: la sua espressione di gioia quando capisce che riconosco, nella sua pronuncia per il resto incomprensibile, la parola Ofelia basta a ripagare le fatiche dell’intera mostra del Cinema.

Foto di Senesi Michele:

 

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