Satoshi Miki


Satoshi MikiRegista.

Al 10° Far East Film Festivaldi Udine, è stata dedicata a Miki Satoshi una breve retrospettiva, con titoli come In the Pool, e il successo del 2007, Ten Ten / Adrift in Tokyo. In occasione della presentazione di Instant Swamp, proponiamo qui di seguito l’intervista, estremamente libera e informale, che il simpatico regista indipendente ha rilasciato in quell’occasione, in cui si è parlato del suo modo di lavorare, ma anche della situazione produttiva in Giappone in questi ultimi anni.

 

Asian Feast: Lei ha girato ben tre film di finzione molto noti in Giappone. In questi film ci sono personaggi comici, ma il tema trattato è molto serio. Volevamo sapere come ci è riuscito.

Miki Satoshi: Non volevo dare questa idea, ma mi è venuto così. Ho realizzato diversi film comici, anche se non era mia intenzione. In realtà di fronte a un film ognuno può provare sentimenti differenti.

AF: Quali sono le sue impressioni sull’Italia, Udine e in cosa questa città è diversa da Tokyo?

MS: Mah, è la prima volta che vengo in Italia e la mia impressione è che molte persone parlano per strada. In Adrift in Tokyo, descrivo una camminata per la città di Tokyo; paragonando Udine a Tokyo, in Italia molta gente grida e chiacchiera per strada, anche di cose top-secret, questa è una differenza fondamentale rispetto a Tokyo.

AF: Di solito ogni regista trasferisce nei suoi film delle cose vere o personali; volevamo sapere come mai si è concentrato tanto sulla nevrosi.

MS: Forse perché io sono nevrotico. In effetti, forse sono gli italiani che si sono fatti quest’idea.

AF: Bhè, c’è la donna, il manager stressato che deve andare a nuotare per rilassarsi poiché ha subito uno shock e deve sfogarsi, è nervoso e risolve il suo problema sfogandosi…

MH: In questo modo è più facile far ridere, la commedia viene meglio con personaggi arrabbiati e sempre di fretta, stressati, perché si creano problemi.

AF: Nella sua comicità si è ispirato ad altri registi?

MS: Sì, Aki Kaurismaki, i Coen, The Big Lebowski. Robert Altman e poi ci sono anche registi giapponesi. Oltre a questi ce ne sono molti altri.

AF: Leggendo un po’ la critica, mi è sembrato di capire che Adrift in Tokyo, il suo ultimo film, sia considerato il suo apice artistico. Volevamo sapere se aveva migliorato certi aspetti del film, se pensava di aver fatto direttamente e consapevolmente un “grande film”.

MS: No, non ho cambiato molto, faccio molti film così e ho lavorato come il solito. Quando una ripresa non funziona, taglio, asciugo. In tutti noi ci sono aspetti positivi e negativi, così anche nei film. Ho realizzato cinque film, e sono come dei figli per me. Anche se non ho esperienza di figli, quando un bambino è intelligente, gli voglio bene; se mi lodano e mi fanno i complimenti sono contento, ma non è che io punti direttamente alla perfezione.

AF: Quali sono i suoi progetti futuri?

MS: Comincio a girare in luglio (2008 N.d.T) il nuovo film, Instant Numa, Instant Swamp (visto al 11° Far East Film Festival).

AF: Il tema?

MS: Come i ramen istantanei, si aggiunge l’acqua e sono pronti, Strana storia, vero?

AF: Spesso si ispira anche a dei romanzi. Vorrei sapere, in modo molto breve e semplice, come lavora sulla sceneggiatura. Dato che spesso si ispira liberamente a dei romanzi, quanto conta l’improvvisazione?

MS: Beh, diciamo, per prima cosa leggo il romanzo. Di base c’è la trama principale del romanzo. Ad esempio, in Ten Ten, Adrift in Tokyo, la storia di attraversare a piedi Tokyo e del marito che ha ucciso la moglie. Poi creo la sceneggiatura rispettando lo spirito del romanzo. Non sempre lo seguo fedelmente. Quindi vado a scusarmi con l’autore. Sì, vado a trovarlo e gli faccio le mie scuse. Ad esempio, l’autore di Adrift in Tokyo mi ha detto che darmi il suo romanzo è come darmi sua figlia in sposa, quindi di non maltrattarlo.

AF: Un’altra cosa che volevo chiederle è del suo rapporto con gli attori. Ha usato in ben due film Odagiri Joe, che è un attore conosciutissimo in Giappone. Un altro attore molto bravo è Matsuo Suzuki, che proviene dall’esperienza teatrale. Volevo sapere qualcosa a questo riguardo e al suo lavoro con gli attori.

MS: Lavoro molto bene con loro, hanno un senso dell’umorismo che apprezzo. Lavoro insieme con gli attori sul loro ruolo, ma di solito tendo a seguire i dialoghi, così come sono stati scritti. Prima proviamo, insieme con gli attori la parte, qui possono intervenire dei cambiamenti, idee da parte loro, e io accolgo le loro proposte. Però in generale c’è poca improvvisazione, voglio che gli attori recitino i dialoghi così come sono in sceneggiatura. Poi se la prova va bene, allora si gira. In pratica lavoro bene con attori che seguono questo mio metodo. Suzuki Matsuo ha un curriculum teatrale nella commedia. Anch’io ho lavorato in teatro come regista e trovo che abbiamo molte cose in comune sul palco.
Per quanto riguarda Odagiri Joe all’inizio era in difficoltà con la parte dell’uomo con l’erezione, perché gli sembrava un ruolo davvero assurdo. Proprio non voleva fare il film. Poi gli ho dato il copione e gli chiesto di leggerlo e pian piano ha cominciato a interessarsi alla parte, gli è piaciuta e ha accettato. Avendo lavorato con diversi registi famosi, come Kim Ki-Duk (In Dream, 2008) in Corea, gli piacciono i ruoli particolari.

AF: Avevo la curiosità di chiederle qualcosa sui personaggi femminili. Mi sembrano, diciamo, quelli più conservatori, più restii ai cambiamenti. Cosa ne pensa, è d’accordo su questo?

MS: In che senso conservatori? In generale? Non saprei, mi è difficile dirlo, in Giappone i miei film sono considerati molto strani. Quale personaggio, concretamente?

AF: Mi hanno fatto pensare la moglie del personaggio maniaco della piscina di In the Pool, ma anche la donna e la figlia che raggiungono il protagonista in Ten Ten, Adrift in Tokyo, creano questo nuovo ambiente familiare… Mi danno l’impressione di essere più stabili, ma probabilmente è solo un’impressione personale.

MS: Quest’impressione può essere dovuta al fatto che nel plot principale ritraggo molti tipi assurdi, quindi per contrasto ci sono anche quelli più conservatori. Se non facessi così i miei personaggi risulterebbero ancora più assurdi e incomprensibili. Quindi per evidenziarne la stranezza inserisco dei personaggi per così dire normali. E’ un indice, un punto di riferimento. Spesso il protagonista dei miei film è un uomo un po’ stupido, quindi per contrasto, metto una donna normale, seria. Faccio i miei complimenti alle donne giapponesi perché sono davvero brave. Da questo punto di vista penso che anche le donne italiane lo siano, no? In alcuni film italiani che ho visto le donne sono molto più forti, magari rimproverano i mariti che hanno fatto qualcosa che non va, quindi…può essere che si tratti di questo.

AF: Per quanto riguarda il design dei personaggi, la cosa che salta subito all’occhio è la caratterizzazione estetica molto forte nei suoi film. Il look, l’abbigliamento, l’impatto estetico, diciamo, viene creato da lei, o si ispira ad altri, collabora strettamente con costumisti o altri, nella creazione di questi personaggi?

MS: C’è una stretta collaborazione con costumisti e truccatori. Il modo in cui i personaggi vengono fatti apparire, trucco, pettinatura, abbigliamento, sono fattori importantissimi per mostrarli, pur essendo eccentrici. Ci possono essere eccezioni, ma attraverso pettinatura, e altri aspetti si può raccontare un personaggio diverso. Lavoro a budget bassissimi, per cui truccatori e stilisti, fanno molta fatica, si lamentano parecchio con me. Ma creare insieme un personaggio è anche un’operazione originale e molto divertente.

AF: C’è nei suoi film una comicità surreale, a volte agrodolce che nasce da un disagio sociale. Penso ad esempio, a In the Pool, per quanto divertente, il film ci fa capire che il disagio dei lavoratori e della gente comune è forte.

MS: E’ probabile che sia così. Credo che in alcuni casi ci sia una sorta, per così dire, di critica, di liberazione da situazioni di controllo. Poi, nella commedia non importa che si capisca o meno, ci sono molti elementi relativamente esagerati. Anche nella recitazione chiedo agli attori di esercitare una forma di controllo. Questo è il modo in cui scelgo gli attori. Non mi piacciono i film in cui l’atteggiamento è: “adesso devi provare questo, adesso devi avere quest’altra espressione”. Credo che sia come quando getti un sasso nello stagno e poi l’acqua si sposta di conseguenza. Penso che ognuno debba farsi la propria idea del film. Ci sono troppi film in Giappone in cui c’è la tendenza eccessiva a mettere tra virgolette, “adesso si piange, adesso si fa quest’altro”, non mi piacciono i film così. Voglio che gli spettatori si creino il loro film per metà da sé. Ecco perché dicono che nei miei film non c’è un tema o non è chiaro. Sono gli spettatori che devono individuarlo. Se dovessi individuare un tema preciso, direi che potrebbe essere un po’ l’idea di dover affrontare sempre qualcosa, un problema su cui pensare e riflettere anche se siamo tutti nella stessa situazione difficile. Lo stesso fatto può essere drammatico per uno o comico per l’altro. Ognuno la vede come vuole. Al contrario, ci sono molti film giapponesi prevedibili, con un tema evidente, fatti apposta per piangere o ridere, con un intento preciso. Non faccio questo tipo di film, non mi interessano, per me va bene così. Prendiamo la scena in cui il protagonista prima vorrebbe tagliarsi le vene e poi grattugia il rafano, è assurda. Molti giapponesi si sono proprio arrabbiati, e hanno abbandonato la sala chiedendosi come sia possibile fare una scena del genere, ma tanti altri hanno detto che dopo aver visto quella scena hanno ritrovato la voglia di vivere. Ci sono state reazioni completamente opposte e sono stato davvero contento di aver fatto un film che suscita reazioni tanto diverse.

AF: Ci parli della sua carriera di regista.

MS: La prima sceneggiatura è degli anni novanta, ma le case di produzione non l’hanno voluta. Poi negli anni 2000, ho fatto diversi film digitali quando si è cominciato a farli. Il successo man mano è aumentato e c’era bisogno di film di qualsiasi genere, così il budget è aumentato e sono arrivato al primo lungometraggio. Ma il produttore è stato arrestato e il film è uscito quattro anni dopo. Comunque dal 2000 in poi molti hanno iniziato a fare cinema, perché c’erano nuove tecniche ed era molto divertente sperimentarle. Poi ci sono i lavori in tv e in teatro. Ci sono dei film che avrei voluto girare. Faccio film di finzione, ma l’impronta documentaristica in qualche modo rimane. Inizialmente parto da un fatto vero, non di finzione. Quindi metto insieme le singole scene girate, immagini, fenomeni, elementi realistici. Ci sono storie che non si possono trasporre in teatro, su un palco, ma con le riprese in un film, sì. Ecco, ci sono differenti modi di lavorare per un regista; tagliando le immagini una per una e poi creando una storia, da lì si parte per creare il film.

AF: Prima ha accennato al low-budget e ha parlato degli attori. Mi chiedevo se poteva dirci qualcosa in più di questo.

MS: Giriamo con un budget bassissimo di solito. Devo trovare un produttore che sia comprensivo, ce n’è al massimo uno. Nel caso dei miei film ci sono sempre grandi difficoltà, nessuno è disponibile, devo trovare un produttore che si possa raggirare, per così dire. Una volta che l’ho trovato, gli espongo il mio progetto e lo rendo più appetibile. Se lui lo trova interessante, allora racconto, parlo e lo convinco e facciamo il film. Poi si accorge di aver fatto un grave sbaglio, perché lavorare con me è davvero tremendo. In Giappone è molto difficile che uno stesso produttore realizzi due film con me. Io non guardo il lato commerciale, voglio fare il film che piace a me. Questo è contrario al modo di pensare dei produttori. Così va a finire che fanno il film lo stesso anche se non sono convinti e il budget diventa ridottissimo. Mi dicono di non voler vedere il film dal punto di vista del produttore. Quali film mi piacciono? Mi piace David Lynch, lo adoro, è straordinario, poi Jonathan Demme, penso che i suoi film siano molto belli. Poi trovo molto belli i vecchi film della Nouvelle Vague. Forse l’unico genere che non guardo è quello dei grandi successi di botteghino. Non li guardo e non li conosco proprio. Hanno detto che mi ha molto influenzato Black Rain…Mi piacciono i film che non hanno una fine. Spesso i film giapponesi hanno un lungo finale e volevo che Adrift in Tokyo / Ten Ten finisse all’improvviso; penso che questa sia una caratteristica del New American Cinema.

AF: Il suo rapporto con la critica giapponese non è molto buono.

MS: Io non ho problemi con loro, sono loro che hanno problemi con me. Ci sono critici a cui i miei film piacciono, però ce ne sono sempre alcuni che immancabilmente all’anteprima si arrabbiano, dicono che anche questa volta ho fatto una schifezza e se vanno. Ma vengono sempre alla prima dei miei film, quindi credo che alla fine non gli dispiacciano tanto. Sono pochi quelli a cui i miei film piacciono. Credo che i critici non siano tanto preparati sulla commedia, cercano sempre qualcosa di letterario e artistico, quindi forse anche per questo criticano i miei film. Ma i critici che si arrabbiano per i miei film, se la prendono anche con altri e col pubblico perché ride. Credo che sia perché loro non ci riescono. Però anche se se la prendono, provano qualcosa e ne vengono coinvolti e questo lo apprezzo.

AF: Prima ha accennato ai blockbuster, quindi lei si sente in qualche modo un’alternativa rispetto a questo tipo di cinema di incassi. Penso che lei sia in qualche modo quest’alternativa, La speranza è di riavvicinare il pubblico a film come i suoi?

MS: E’ vero, i grandi film di successo sono straordinari e tanti spettatori vanno a vederli, sono fatti per questo. Anche questo cinema è necessario, ma io non faccio film per questo. Vorrei cambiare l’idea generale, creare qualcosa di diverso rispetto a quei film. Ci sarebbe da temere per il futuro del cinema giapponese se questi registi di film di successo scomparissero. Quindi, mi si dice che faccio film strani, può essere che siano più profondi. Credo che attaccarli sia comprensibile, ma non fanno male a nessuno.

AF: A proposito di film che fanno male, lei ha qualche opinione su quello che sta succedendo a proposito del documentario sulla Seconda Guerra Mondiale, Yasukuni? Per lei è giusto che i cinema si rifiutino di proiettarlo?

MS: Personalmente sono convinto che vada presentato, che ognuno debba essere libero di vederlo e poi pensare quello che vuole, ma non si ha il diritto di nasconderlo, tutti devono avere almeno la possibilità di vederlo. Poi possiamo essere liberi di criticarlo o commentarlo, di dire quello che vogliamo e di fare una discussione generale. Non ha senso togliere la possibilità di vederlo.

AF: Una delle critiche maggiori nei confronti di Yasukuni è che per realizzato sono stati utilizzati sussidi pubblici. Vorrebbe che non ci fossero gli aiuti o la situazione va bene così com’è? Il Ministero dell’Istruzione ha impedito l’uscita del film, ma il governo giapponese lo ha sovvenzionato. Lei è d’accordo sul fatto che il film esca?

MS: Sì, penso che sia giusto. Negli anni ’70 le case cinematografiche producevano film impegnati, che raccontavano fatti di guerra. Erano davvero dei buoni film. Ma da quella volta i film “politici” sono diventati pochissimi. Questo è il risultato di una scelta, di una situazione non positiva. In Giappone c’era la tendenza a fare molti film drammatici sulla Seconda Guerra Mondiale, a sfruttare il fenomeno, a criticare. Poi si è cominciato a trasformare il dolore della tragedia in riso. La gente ha cominciato a stufarsi della Guerra e non hanno avuto più successo. Far conoscere i fatti era importante, ma si voleva dimenticare il dramma della guerra, c’era bisogno di allegria, di risate. Ma oggi come oggi siamo molto lontani dai ricordi della storia. Penso sia un peccato, ma credo che queste memorie si siano man mano indebolite. Il dramma rende meno. Si fanno film comici ma non nascono dalla necessità di dimenticare. Non abbiamo delle vere commedie.

Salutiamo e ringraziamo Miki Satoshi, che nel 2009 è tornato a presentare il suo ultimo film a Udine, Instant Swamp, a cui ha fatto accenno durante l’intervista.
(Nell’intervista compaiono gli interventi, non solo delle inviate di Asian Feast, ma anche di altri giornalisti di altre testate, che ringraziamo per il contributo)

Traduzione dall’inglese di Cecilia Collaoni

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