Shishido Joe


Shishido JoeAttore.

Joe Shishido è l’indimenticabile interprete di molti classici del cinema giapponese. Con una filmografia alle spalle di circa trecento titoli, ha lavorato con alcuni dei nomi più alti della storia del cinema e ha segnato il genere noir e action con il suo pittoresco viso irregolare e con il suo carisma di classe. Con l’avvento della televisione si è reinventato nel piccolo schermo arrivando anche a scrivere e dirigere programmi di cucina, sua storica passione. Abbiamo intervistato l’attore nel corso del 7° Far East Film Festival di Udine dove gli si rendeva omaggio con una retrospettiva sui film della casa di produzione Nikkatsu. 

Asian Feast: Come ha scoperto che voleva fare l’attore e quali sono i suoi modelli di riferimento?

Shishido Joe: Mia madre fin da quando mi portava in grembo, amava il cinema e mi portava al cinema. Da allora ho sempre guardato e frequentato le sale e mi sono sempre piaciuti i film, dopodichè ho deciso di iniziare a farli. Quando ero bambino mi piaceva giocare a fare il dottore o a fare “chanbara”, insomma, ho pensato di continuare a fare queste cose, anche per non avere problemi con la giustizia. E anche durante la guerra, quando i nostri padri invadevano la Cina e l’Asia sud orientale, io ho continuato a vedere film alla spicciolata e ho deciso di entrare poi nel modo del cinema. Durante l’occupazione americana c’era la terribile prospettiva che tutti gli uomini diventassero degli schiavi da lavoro e le donne business girl, era quello l’orientamento. Dopo circa un mese dall’inizio dell’occupazione, iniziata il 17-18 agosto, abbiamo pensato “insomma, tutto sommato essere occupati non è così male”, mancava da mangiare, ma arrivavano un sacco di film dall’italia, dall’Inghilterra e da Hollywood. All’epoca, il sogno dei giovani per fare molto denaro erano due, diventare giocatori di baseball o star del cinema, e dato che io ero di bell’aspetto ho deciso di intraprendere la carriera del cinema.

AF: Nei giorni scorsi parlavano della Nikkatsu come di una specie di fabbrica in cui si lavorava come salaryman in un modo molto rigoroso. Vorremmo sapere una giornata di lavoro tipo, se c’erano orari da rispettare o che altro, magari se può entrare nello specifico…

SJ: Un anno è composto di 52 settimane, abbiamo fatto in un anno 104 film. Ogni giorno eravamo pressati e ne facevamo uno dopo l’altro. Non avevamo nemmeno tempo per mangiare. Di solito ci può essere un metodo nel fare il film; inizialmente si scrive un soggetto, poi dal soggetto si ricava la sceneggiatura che viene data al regista che la adatta in fase di ripresa. Nel modo in cui facevamo i film noi, il regista si occupava di tutto e poi si facevano riunioni assieme agli attori, con cui si decideva tutti assieme cosa fare. Poi ci fu la crisi del cinema dovuta soprattutto all’importanza e forza della tv; da allora lavoro soprattutto in televisione, ma almeno un film da sala all’anno lo faccio. Quindi quando ieri sono venuto al cinema e ho visto tutta quella gente mi sono meravigliato perchè non sono abituato a trovare quel volume di persone a vedere i nostri film. In Giappone adesso è la tv che la fa da padrona e anche le produzioni per la tv sono più numerose di quelle per il cinema e la prossima frontiera sono i net movies, film per internet, ma credo che comunque il cinema in sè continuerà in eterno.

AF:Lei ha avuto due privilegi e fortune, fare l’attore in un periodo in cui la star dei film d’azione era ancora una star romantica e lavorare in un cinema che ha ricodificato il genere popolare e il modo stesso di fare un certo tipo di cinema. Tutto questo logicamente farebbe a pugni col fatto che la Nikkatsu è una factory che fa un film alla settimana. Come era possibile far convivere la questione della qualità con la quantità?

SJ: In realtà la qualità è molta calata. Io ho fatto 300 film e di questi posso andare orgoglioso solo di uno, Colt is my Passport. Nel prossimo futuro, uscirà Hana to Hebi 2 (un sequel di Flowers & Snakes) in cui io compaio e tra l’altro in versione adamitica, una cosa particolare, insomma. E dopo aver fatto quel film mi è passato qualsiasi senso di vergogna. Si tratta di cose che si fanno, io ho 70 anni e l’attrice che fa con me questo film ne ha 35, per cui mi domandavo “questo regista mi fa davvero fare delle cose del genere?”, quindi alla fine è venuta fuori una cosa abbastanza particolare. E’ molto più duro di tutti gli action movies che ho fatto fino ad ora. Penso che un attore debba potere e dovere fare di tutto. Dal film letterario, al film d’azione, all’erotico. Io non ho fatto molti film erotici, ma quest’ultimo mi ha riempito di curiosità ed interesse, credo che sia una cosa che tutti dovrebbero fare.

AF: Ha recitato con grandi registi come Suzuki Seijun, Fukasaku Kinji, Masuda Toshio. Ha vissuto grosse differenze a recitare con diversi registi, oppure lei semplicemente recitava il suo personaggio e non si è fatto influenzare troppo?

SJ: La situazione della produzione dei film in Giappone è molto verticale dove alla punta più alta c’è regista, direttori di produzione e poi gli attori. Ci sono stati dei registi che mi hanno consentito di interagire con loro, e altri come Kurosawa che non voleva che fosse cambiato nulla del loro modo di vedere il film. All’inizio c’era il producer system, il sistema dei registi che dominava la scena, poi a partire da quando Ishihara Yujiro ha iniziato ad affiancarsi e poi superare il sistema dei registi, da quel punto il sistema degli attori ha superato quello dei registi.

AF: Nei film qual’è il ruolo che lo ispirava di più? Quali le scene preferite e come si relazionava diversamente con i film da cui ha preso ispirazione?

SJ: All’inizio quando ho visto moltissimi gangster movie, come quelli con Bogart, la cosa che desideravo di più, il sogno nel cassetto era di fare quel tipo di film. Ed è per quel motivo che in Colt is my Passport si avverte l’influenza di questi film. Per cui bisogna fare particolare attenzione al punto del film in cui si dice “da qui non si può più uscire”, “io voglio uscire”, e l’altro risponde “puoi andare”. Questo tipo di discorso è tipico dei film a cui mi ispiravo.

AF: Una domanda specifica su Suzuki Seijun e il film che gli è costato il licenziamento, La Farfalla sul Mirino. Com’ è andata quella lavorazione e se sapevano che era destinato a fare da spartiacque nella storia del cinema giapponese.

SJ: Non capivo assolutamente nulla di quel film. In realtà c’erano ben otto assistenti alla regia e ognuno portava la sua idea e ognuno suggeriva cose diverse. Spesso mi trovavo in imbarazzo, non riuscendo a capire cosa dovevo fare.

AF: Sappiamo che lei ha fatto un programma di cucina e ha scritto di arte culinaria. Cosa ci dice a riguardo?

SJ: Il programma si chiamava Kuishimbo Banzai. Si trattava di un programma di circa 3 minuti a puntata, ed era sponsorizzato dalla Kikkoman (nota marca di salsa di soia), in cui bisognava elogiare quello che si presentava. Alle volte capitavano cose buone, ma spesso capitava che mi domandassi come potessero essere mangiati dei piatti del genere. In giapponese c’è una parola, tamarimasen-ne, che vuol dire “non riesco a resistere”, però dal mio punto di vista era “non riesco a resistere dalla bontà o dallo schifo” (ride).

 

 

Si ringraziano gli altri giornalisti che hanno partecipato all’intervista collettiva

Foto di Marco Tregambi:

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