Watanabe Hirobumi


Regista

 

Watanabe Hirobumi è un regista indipendente giapponese dotato di un’impronta perfettamente riconoscibile che si riflette in tutto il suo lavoro, dalla predilezione per il bianco e nero alla creazione dei poster dei film tutti costruiti con la stessa struttura. Abbiamo intervistato il regista durante la ventiduesima edizione del Far East Film Festival 2020 di Udine. Il corpo dell’intervista include alcune domande poste anche da altri colleghi pensando in questo modo di fornire più informazioni e un maggior senso di completezza.

Asian Feast: Quanto lavora a livello di sceneggiatura?

Watanabe Hirobumi: Innanzitutto scrivo la sceneggiatura, senza specificare la lunghezza delle riprese. In un secondo momento, quando mi confronto con il direttore della fotografia, in quel momento decido la lunghezza delle riprese. Inizialmente faccio dei long cut poi, dopo il confronto con Ban, si va sulla location e si decide sul posto: è un modus operandi abbastanza standard.

AF: Si confronta con gli attori? Quanta improvvisazione c’è nei suoi film? Mi riferisco soprattutto al suo I’m Really Good, dove i bambini sono protagonisti.

WH: Dipende dal film che sto realizzando, di solito nella sceneggiatura c’è scritto il flusso degli eventi. In I’m Really Good dicevo ai bambini che si trovavano in una determinata situazione, davo loro un tema su cui conversare, ma dopo erano liberi di parlare e di muoversi come volevano, e questo sicuramente ha conferito una certa dose di naturalezza ad ogni scena. Riko, la protagonista, è presente anche in Party ‘Round the Globe ed è davvero una ragazzina interessante, piena di energia e naturale. Il metodo migliore per dirigere i bambini è diventare loro amico: inizialmente lei non si fidava molto di me, poi parlando e giocando insieme abbiamo instaurato un’amicizia, nonostante la differenza di età. Dopo aver fatto due film mi ha detto: “Basta, non voglio più fare la comparsa, voglio essere la protagonista!”. Allora ho seguito la sua idea e ho deciso di fare un film che ruotasse intorno a lei.

AF: Il bianco e nero rende paradossalmente molto più realistici i tuoi film, donando loro un sapore quasi documentaristico. Perché la scelta, controcorrente rispetto al cinema contemporaneo, di girare in bianco e nero?

WH: Fin dall’inizio ho sempre girato in bianco e nero e la ragione principale è che il budget è sempre stato molto basso: di solito siamo solo in tre, oltre agli attori, a girare il film! Con il passare del tempo mi sono però accorto che avevo un grande interesse nella monocromia, ma notavo al contempo le sue difficoltà intrinseche. Anche sto cercando nuove tecniche di monocromia e ormai è diventata una scelta stilistica vera e propria.

AF: Lei spesso è tra gli interpreti principali dei suoi film, portando lo spettatore a pensare che ci sia un’identificazione tra uomo e personaggio, che ricorda i “watashishosetsu”, i romanzi giapponesi dell’io. Come si divide tra realtà e finzione?

WH: Io, prima di dedicarmi al cinema, ho studiato letteratura giapponese all’università e tra i miei scrittori preferiti ci sono Natsume Soseki, Dazai Osamu e Oe Kenzaburo. Senza dubbio ho ricevuto un’influenza da parte di questi scrittori e nei miei film c’è la volontà di ritrarre una parte di me stesso, come nei watashishosetsu. Nei film ovviamente non ritraggo al 100% me stesso, non vorrei che gli spettatori vedano i miei film come “storie della vita di Hirobumi Watanabe”, diciamo che 50% è realtà e 50% finzione.

AF: Nei suoi film è spesso presente una forte dose di humor: è qualcosa che viene fuori in modo naturale dalla vita quotidiana o è qualcosa di ricercato?

WH: La mia vita quotidiana non è così piena di episodi divertenti, però io sono una persona che crea qualcosa di artistico e ritengo che l’umorismo sia tra gli elementi più importanti della vita degli esseri umani. Tengan Daisuke, il mio maestro, e Imamura Shohei, suo padre e regista di enorme spessore, sono tra le persone che più ammiro. Proprio Imamura è il regista che forse mi ha più influenzato tra tutti e lui proponeva una forma di “heavy comedy”: nei suoi film non si rideva a crepapelle, ma c’erano dei momenti di tristezza in cui però si rideva e questo è un po’ quello che cerco di infondere nei miei film. Ci sono così degli episodi, spesso particolari, che si possono vedere in chiave comica per cui ritengo essenzialmente di girare delle commedie.

AF: Come si trova a lavorare con suo fratello Yuji, che compone tutte le colonne sonore dei suoi film?

WH: Andiamo d’accordo, perché oltre a essere fratelli, siamo compagni che realizzano film insieme. Con Woo-hyun Bang, il direttore della fotografia, siamo una squadra: io senza di loro non potrei fare nulla.

AF: Otawara è l’ambientazione per eccellenza dei suoi film, una città di provincia lontano dall’immagine che gli occidentali hanno del Giappone. Perché secondo te è importante mostrare un contesto periferico e provinciale, ma emotivamente rilevante?

WH: Io sono nato e cresciuto a Otawara, così come la mia famiglia e i miei amici. Ci sono molti registi che ambientano i loro film in numerosi luoghi e contesti diversi, ma io nel momento in cui ho pensato di fare un film ho deciso di concentrarmi sul luogo in cui ero nato e cresciuto. I film giapponesi si concentrano troppo su Tokyo e se ci si concentra solo sulla vita di quella città sorgono dei limiti nel tipo di film che è possibile creare. Per questo secondo me è importante provare a dare una nuova prospettiva per vedere le cose.

AF: Tra i suoi autori preferiti ci sono degli italiani?

WH: Io e mio fratello abbiamo ricevuto una forte influenza dai registi italiani. Tra i miei preferiti ci sono Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini, i cui film possono essere definiti soltanto capolavori, ma anche Michelangelo Antonioni, Luchino Visconti e Roberto Rossellini. Inoltre una delle ragioni per cui amo il cinema e faccio il regista sono i film di Sergio Leone. Ennio Morricone e Nino Rota invece sono tra le massime influenze di mio fratello Yuji. Infine vorrei aggiungere che mi piacciono tantissimo gli horror di Dario Argento, che ho visto praticamente tutti.

AF: Quali sono i trucchi che mette in atto per superare un blocco creativo?

WH: Avendo molti interessi oltre al cinema, se dovessi avere un blocco probabilmente andrei in una galleria a vedere dei quadri, leggerei un libro, cercando di rimescolare l’immaginazione. È un atteggiamento che cerco di mettere in pratica quotidianamente.

AF: Cosa funziona e cosa non funziona secondo lei nell’industria cinematografica giapponese?

WH: È difficile per me riuscire a parlarne, è un argomento complesso. Forse si dice spesso che bisogna dare spazio alla diversità, ma poi non viene data abbastanza importanza alla diversità stessa. Le grandi produzioni e le grandi love story portate sullo schermo è giusto che ci siano, come i film di Shinkai Makoto, che sono molto belli, però io come cineasta penso sia difficile che la maggior parte del pubblico che vede quella tipologia di film venga poi in sala a vedere Cry. Quindi bisogna fare attenzione ai valori umani che vengono proposti, senza ridurli all’osso: è importante vedere non solo quello che piace a tutti, ma avere una visione più ampia.

AF: Nei suoi film spesso sono presenti inquadrature che hanno per soggetto le nuvole. Come mai questa scelta?

WH: Non me ne ero mai reso conto, ma già da bambino mi piaceva osservare le nuvole e tutte le loro forme interessanti. Di solito funziona così, dico a Bang: “Riprendi quella nuvola, mi piace”. E lui la riprende e finisce nel montaggio. Semplicemente questo.

AF: La musica, curata da tuo fratello Yuji, ha un ruolo fondamentale nei tuoi film, dalla collaborazione con i Triple Fire al frequente utilizzo di musica classica. Come scegliete i brani da inserire? È un lavoro che fate prima, dopo o durante le riprese?

WH: Diciamo che dipende a seconda del tipo di film che vogliamo girare. Per esempio, per Party ‘Round the Globe, l’idea della colonna sonora è nata agli stadi iniziali della realizzazione del film. Per Poolsideman, invece, dopo aver completato il film si è inserita la musica quasi in maniera casuale. Per la scelta dei brani io e mio fratello ci consultiamo e selezioniamo una serie di candidati, poi da quella breve lista scegliamo quale funziona meglio per una particolare scena.

AF: Il suono ha un ruolo molto importante nei suoi film, come ad esempio in Cry. Ce ne può parlare più approfonditamente dell’utilizzo che fa dei suoni?

WH: Sì, sono uno di quei registi che usa appositamente i rumori di fondo in modo esplicito. Ultimamente sembra essere normale tagliare il rumore di fondo e io penso: “Chi è che l’ha deciso per me?”. Io lo inserisco pensando a quale possa essere la reazione dello spettatore che osserva e sente: per questo a volte inserisco anche suoni fastidiosi, perché comunicano qualcosa di forte, di veemente.

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