Yamamoto Masashi


Regista.

Yamamoto Masashi presenta alla Nippon Connection 2015 il suo nuovo film The Voice of the Water. Nato nel 1956 nella prefettura di Ōta, iniziò la sua carriera cinematografica con opere girate in 8mm. Nel 1983 raggiunse le scene internazionali con Carnival in the Night, presentato al Festival Internazionale del Cinema di Berlino. Nel 1987, il film Robinson’s Garden gli conferì il Directors Guild of Japan New Directors Award. Artista eclettico, oltre alla carriera da regista, lavora anche come attore e produttore, sia in opere per il grande schermo che per la TV, ma sempre alla ricerca di un cinema libero e indipendente. Tra i progetti cinematografici di rilievo, ha organizzato tutte le edizioni di Cinema Impact, dove dei registi selezionati avevano budget e tempo limitati per realizzare le proprie opere, e la scelta del cast era ristretta a un gruppo di attori volontari iscrittisi al progetto.

 

 

 

 

 

Asian Feast: Ha una lunga carriera come regista, ma in Italia non è ancora molto conosciuto…

Yamamoto Masashi: Ha ragione. Ho partecipato al Festival di Salsomaggiore un paio di volte, ma non credo che nessuno dei miei film sia mai stato presentato al pubblico al di fuori di quell’occasione.

AF: In un’intervista precedente, ha ammesso che lei non gira film per profitto. Può spiegarci meglio questo singolare approccio?

YM: Non lo trovo particolarmente singolare. Giro film solo perché mi piace… come dire, forse se non riuscissi a girare film, mi verrebbero delle turbe mentali. Purtroppo è più costoso di fare musica o scrivere libri, ma oltre a questo, credo che ci sia molta gente che lo fa solamente per passione.

AF: Da dove è nata la sua passione per il cinema?

YM: Fin da bambino, mi è sempre piaciuto guardare film. Alle medie lasciai la scuola e divenni un piccolo delinquente, ma il cinema è sempre stato la mia passione. E così iniziai a girare qualche piccola opera indipendente. Non so… furono anni abbastanza scostanti: lasciavo lavori part-time poco dopo averli cominciati, ma per qualche ragione, non ho mai abbandonato il cinema.

AF: A volte son passati anni tra un suo film e il successivo, ma di recente, forse anche grazie alla fondazione di Cinema Impact, riesce a girare film più spesso?

YM: Non saprei dirle… dipende dai fondi che riesco ad assicurarmi. È da qualche anno che non proseguo con Cinema Impact, ma potrei sempre ricominciare. Mi piace sempre agire liberamente, perciò non saprei proprio dire se tornerò a organizzare Cinema Impact.

AF: Vorrei ora farle alcune domande su The Voice of Water che ha portato a Nippon Connection quest’anno. Come ha scelto il soggetto?

YM: Ci sono varie ragioni, ma probabilmente la principale è l’impressione che ho di un Giappone sempre più chiuso negli ultimi anni, forse dall’incidente di Fukushima. Vedo la situazione farsi sempre più pericolosa e buia e ho voluto trovare un soggetto che potesse parlare dello spirito che si è perso o forse di vie di fuga, ma senza affrontarlo in maniera troppo complessa.
Inoltre, durante Cinema Impact, abbiamo organizzato un workshop, dove aspiranti attori potevano mettersi alla prova in veri film di dodici registi come Kumakiri, Hiroki o Yamashita. Anche io ne ho creato uno, dove ho voluto impiegare gli attori che non erano stati scelti dagli altri registi e, tra di loro, c’era Hyunri.
Mettendo assieme il tipo di soggetto cui miravo e la nazionalità coreana di Hyunri e cercando di sfruttare entrambi gli elementi al meglio, è nato The Voice of Water.
Cinema Impact aveva un budget molto limitato, attorno ai 500.000 yen e all’inizio potei girare solo i primi trenta minuti del film. Lo presentai a un cinema indipendente di Shibuya assieme ad altre opere di Cinema Impact, ma volevo finire il lavoro e raccolsi i fondi necessari per completarlo. Durante i due mesi che sono serviti per ottenere il budget che mi serviva, preparai la sceneggiatura.

AF: La location principale è Tokyo…

YM: Esattamente. È il quartiere coreano di Ōkubo, vicino a Shinjuku.

AF: Mentre la foresta si trova nella prefettura di Saitama…

YM: Sì, durante le scene della cerimonia. E l’altra location che ho usato è l’isola di Jeju.

AF: La nostra impressione è che si possano dare due letture al suo film The Voice of Water. La prima è che quando un gruppo religioso nato quasi per gioco diventa più serio e affronta la realtà, scopre che non si scherza con la realtà. La seconda è più fatalista: il mondo è crudele e certe cose succedono. Quale sente più vicina alle sue intenzioni?

YM: Come le ho detto prima, penso che stiamo vivendo in un’epoca spiritualmente dura, ma voglio pensare che alla fine rimanga sempre una speranza, che ho cercato di rappresentare con la foglia alla fine del film. Quella foglia non risolve nulla, ma vuole essere un simbolo di ottimismo. Inoltre ho voluto ritrarre le persone senza giudizi morali: anche i delinquenti sono semplicemente delle persone che esistono, come gli alberi, gli animali o l’acqua.

AF: Come mai ha deciso di ritrarre numerosi stranieri di varie nazionalità?

YM: È tutto cominciato nel mio primo film, Carnival in the Night: quando lo presentai a Berlino, divenni amico con dei punk e mi accorsi che le nazionalità non sono davvero importanti.
Ad esempio, ho girato il terzo film ad Hong Kong con una troupe locale, poi ho girato film negli Stati Uniti e in Thailandia… insomma, mi piace molto mischiare varie nazionalità ed è un elemento che cerco sempre di inserire. Preferisco molto di più creare varietà invece di concentrarmi esclusivamente sul Giappone.

AF: Il suo interesse nel creare opere che esaltano le peculiarità dei personaggi ricorda Fellini…

YM: Mi piacciono molto i film di Fellini, ma è vero che guardo sempre molti film e credo di essere costantemente influenzato da molte opere. In effetti, preferisco personaggi vivi e reali, e Fellini fu un maestro in questo tipo di rappresentazione.

AF: Ritornando al discorso delle varie nazionalità nelle sue opere, lei è interessato principalmente ai diversi elementi che vari paesi possono apportare, oppure crede che il Giappone dovrebbe diventare maggiormente parte del mondo?

YM: Non sono particolarmente interessato al Giappone. Per quanto riguarda il film a Hong Kong, ho un amico là e quando sono andato a trovarlo, mi sono accorto che mi ricordava Osaka sotto certi aspetti. Per Limousine Drive, vissi un anno in America e mi venne voglia di girare un film lì. Devo dire che le motivazioni sono in genere di carattere personale.
E quando giro un film in un altro paese, mi sembrerebbe riduttivo limitarmi a uno stile giapponese e trovo molto più stimolante prendere in prestito dalla cultura del luogo.

AF: Nelle sue opere appaiono spesso delinquenti. Come ha detto poco fa, è collegato alla sua esperienza personale?

YM: Sì, nasce sicuramente da quello, ma anche tra i delinquenti ci sono persone buone e persone cattive, così come tra i ricchi o gli intellettuali e, con quest’approccio, li inserisco spesso nei miei film.

AF: Vorrei chiedere le sue impressioni sull’industria cinematografica in Giappone. Da una parte ci sono registi che cercano di cambiare i giochi e dall’altra c’è una produzione florida di film dai parametri classici. Qual è la sua opinione?

YM: Non credo che sia cambiato molto dal passato: ci sono sempre stati film tradizionali e registi innovativi come Ōshima o Mushanokōji. Ad esempio, Saudade di Tomita oppure la prima opera di Hasei Kōki sono ottimi film degli ultimi anni. In Giappone ci sono molti registi indipendenti, ma sono spesso chiusi nel loro piccolo mondo e sono pochi i film che riescono ad andare oltre.
Piuttosto che parlare di periodi storici, preferisco parlare della qualità dei film e ci sono certamente film, anche se pochi, che mi fanno ben sperare per l’avvenire. E riguardo agli altri film… quelli per la televisione o quelli con attori che non sanno recitare, che vogliamo fare? Se uno non lo sa fare, non lo sa fare.

AF: In passato un giovane che voleva iniziare una carriera nel cinema, doveva passare per i pink movie oppure i film per la televisione, mentre oggigiorno lo sviluppo della tecnologia permette a chiunque di girare film in alta definizione. Ci sono registi nella scena giovanile che la colpiscono particolarmente?

YM: Sicuramente è diventato tecnologicamente più facile girare un film, ma il problema rimane la scelta del soggetto. Come detto poco fa, tanti riprendono le proprie scene quotidiane, ma alcuni registi promettenti stanno emergendo. Anch’io giro a volte in digitale, ma usare la pellicola mi da l’idea che serva maggiore concentrazione e precisione e, a volte, ho l’impressione che alla facilità di accesso non corrisponda abbastanza serietà nelle riprese.

AF: Lei si occupa di vari progetti e non solo come regista, ma anche come attore o produttore, talvolta persino di musica. Come decide i propri progetti?

YM: Il mio interesse principale è girare film. Le altre attività le faccio se me lo chiedono e mi sembrano interessanti, ma non ho certo intenzione di farne una carriera.

 

Foto di profilo presa da www.themoviedb.org

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