 |
SINOSSI: Il nordamericano
Christopher si reca su di un isola giapponese alla ricerca della
sua amata Komomo, una prostituta conosciuta durante la sua precedente
visita nel paese del Sol Levante, con la promessa di portarla via
con sé negli Stati Uniti. In un bordello dell’isola
questi fa la conoscenza di una misteriosa prostituta con la faccia
deturpata, la quale comincia a narrare la triste sorte di Komomo,
morta tra sofferenze atroci poco tempo prima dell’arrivo dell’americano,
il quale stenta a credere alle sue orecchie. E infatti, la verità
sarà ben più tremenda…
RECENSIONE: Poco ma sicuro: Imprint rimarrà nella
storia del cinema anche e soprattutto per non essere stato trasmesso
sulle reti televisive statunitensi, perché – a detta
della produzione – troppo estremo e non adatto al pubblico
nordamericano. Per tutti coloro che già conoscono il cinema
di Miike e non hanno ancora visto questo film, il primo pensiero
ad affiorare alla mente potrà essere che il regista si sia
spinto un po’ troppo oltre la soglia della visibilità,
che abbia portato in scena efferatezze da far impallidire il finale
di Audition o lo splatterama di Ichi the Killer. |
E in parte avrebbero ragione, dal
momento che un paio di scene di Imprint – quella
della famigerata tortura perpetrata ai danni di Komomo e quella
dell’aborto – sono tra le cose più esplicite
e violente mai filmate dal regista. Niente ellissi o allusioni:
(quasi) tutto è mostrato in tutto il suo splendore. Ma chi
conosce Miike dovrebbe anche sapere che i suoi eccessi visivi non
sono altro che un manto che ricopre buona parte della sua produzione,
così esagerati, parossistici e grotteschi da assumere spesso
e volentieri una valenza metaforica. Quello che più deve
avere disturbato Mick Garris & company deve avere a che fare
coi contenuti del film, evidentemente troppo “scomodi”
per poter essere visti dal pubblico americano, così abituato
a NON vedere trattati certi temi sullo schermo secondo la regola
aurea dell’“occhio non vede, cuore non duole”.
Aborto e incesto, due argomenti che definire tabù sarebbe
un eufemismo, sono qui maneggiati in maniera spietata e diretta,
perfettamente inseriti in un teatrino horror (ogni riferimento a
Gozu è puramente intenzionale) che è uno specchio
malato e decadente – e ovviamente estremizzato – della
società contemporanea. La metà oscura che alberga
in ognuno di noi, che ci rende avidi e menzogneri, è rappresentata
egregiamente dalla figura della prostituta sfigurata che letteralmente
nasconde all’interno della sua testa la sorella gemella, rappresentata
da una mano (quindi capace di afferrare o meglio arraffare) sul
cui palmo prende forma un bizzarro quanto mostruoso volto, che ricorda
il fratello cattivo Belial in Basket Case di Frank Henenlotter.
La sorella malvagia è l’immagine della sete di potere,
sia materiale, visto che l’oggetto che ruba e inghiotte è
un anello di giada simboleggiante il denaro (così come lo
erano le riserve di giada in Bird People in China), che spirituale:
è evidente come la parte nascosta controlli la volontà
della parte visibile.Davanti alla bramosia non ci sono ostacoli,
e si arriva al punto di tradire ed infine uccidere la persona più
fidata, qui rappresentata da Komomo, pur di cercare di soddisfare
i propri oscuri desideri, in una sorta di (vana) ricerca della felicità
(tema ricorrente nei film di Miike) che difficilmente verrà
soddisfatta.
|
|
Cast
Billy Drago
Kudoh Youki
Ito Michie
Negishi Toshie
Sceneggiatura
Tengan Daisuke
basata su un racconto di Iwai Shimako
Produttori
Lisa Richardson,
Tom Rowe,
Mick Garris
Direttore della Fotografia
Kurita Toyomichi
Montaggio
Shimamura Yasushi
Musiche
Endô Kôji
USA/Giappone 2006 |
|
La vicenda di Imprint ben si presta alla rappresentazione
di altre tematiche miikiane, come la figura del reietto (la prostituta
sfigurata), dello straniero in terra straniera (Christopher) o della disgregazione
familiare, ma quello che contraddistingue questo film dai precedenti è
la totale mancanza della componente idilliaca propria della fanciullezza.
Se in molti altri suoi film, da Kishiwada shônen gurentai: Bôkyo
a Dead or Alive 2: Birds, Miike mette in contrapposizione
l’innocenza della giovinezza con la colpevolezza dell’età
adulta, in Imprint ci si trova innanzi ad uno sguardo sempre più
pessimista e spietato del mondo: qui si muore ancora prima di nascere
o appena nati, senza nemmeno arrivare alla fanciullezza, o – nel
caso si sopravviva – si viene derubati ancora bambini dell’innocenza
(il padre che stupra la figlia che di lì a poco lo ucciderà,
così come Christopher violenta e uccide la sorella) e ci si trova
davanti ad un mondo fatto di colpe, dove nessuno è innocente. Un
atto di accusa sparato ad alzo zero da un Miike che non fa distinzione
tra razze e culture, che prosegue per la sua strada senza guardarsi (o
forse guardandosi troppo?) attorno, raccogliendo poi risultati come quello
della sua mancata trasmissione sui canali Showtime.
A cura di Valerio Spisani |