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La famiglia, dicevamo. Quella della famiglia è una delle tematiche principali del regista di Osaka, ma in questo caso da una situazione iniziale di separazione si arriva ad un progressivo avvicinamento dei familiari, e dove solitamente vediamo il gruppo disgregarsi partendo da una situazione di compattezza seppur fragile, in Visitor Q accade l’esatto contrario confermando, se ancora ce ne fosse bisogno, che con Miike le sorprese sono la regola e non l’eccezione. La situazione di partenza vede ogni personaggio appartenente alla famiglia estremizzare all’eccesso (un’altra parolina che fa rima con Miike) il proprio comportamento, secondo il ruolo che deve ricoprire seguendo le regole non scritte che la società impone ad esso. Come esempio si veda quello di Keiko, la madre, che ha un comportamento da casalinga dimessa, sempre zitta e servile, costretta a subire senza alcuna reazione gli sfoghi di violenza da parte di Takuya, il figlio; oppure pronta ad espletare il dovere coniugale in maniera meccanica – davvero splendida la scena di quando lei, avvicinandosi ai genitali del marito appena rincasato dopo aver avuto un rapporto sessuale con la figlia, ne sente l’inconfondibile odore, ma dopo un attimo di titubanza non esita a continuare quello che aveva iniziato con evidente rassegnazione. In questo modo, ogni personaggio è talmente impegnato a recitare il proprio ruolo che arriva ad azzerare, o meglio ignorare, i sentimenti che prova per gli altri componenti della famiglia: e allora è normale vedere Kiyoshi e il visitatore mangiare silenziosamente a tavola mentre Takuya percuote ferocemente la madre Keiko, è normale che Kiyoshi osservi il figlio Takuya venire picchiato e umiliato dai suoi compagni di scuola, è persino normale che Kiyoshi vada a letto con sua figlia Miki e poi venga addirittura da lei deriso, come se fosse un perfetto estraneo, con una freddezza che sconfina quasi nella cattiveria. E tutti i familiari vivono sotto lo stesso tetto, a parte Miki che è fuggita di casa, ma alla fine è come se fossero soli, ognuno impegnato a recitare e a reprimere in maniera talmente profonda (eccessiva, anche qui) i propri sentimenti e le proprie pulsioni, in preda ad una solitaria disperazione. Un’altra scena notevole, efficace metafora di quanto sia difficile riavvicinarsi ai propri familiari è quando Keiko è alle prese con un puzzle rappresentante la figura di una ragazza, come se stesse cercando di ritrovare la propria figlia (che è lontana anche fisicamente, visto che vive fuori casa), per poi vedere il proprio operato buttato per aria da Takuya ed essere poi ferocemente percossa. E’ davvero incredibile come Miike riesca, con poche immagini, a dirci così tanto. E non e’ finita; una delle scene chiave del film, quando grazie al visitatore Keiko ritrova la propria femminilita’ e il proprio istinto di maternita’, vede quest’ultima entrare in casa e trovarsi davanti ad un percorso fatto coi pezzi del puzzle, che termina al cospetto del portaritratti contenente la foto della figlia. Il percorso e’ stato fatto dal Visitatore per attirare la madre presso di se’ e aiutarla a ritrovare la propria femminilita’ in maniera peculiare ma significativa: facendole uscire fiotti di latte dal seno. Benche' in un primo momento si abbia l'impressione che Keiko sia sessualmente eccitata - probabilmente "sente" che qualcosa si sta risvegliando in lei, il Visitatore sembra quasi il maestro che conduce per mano l’allievo verso la scoperta di qualcosa, e il viso di Keiko - quando comincia a capire e a (ri)scoprirsi - e’ rilassato ed esprime gioia e felicita’. Successivamente Keiko non avra’ piu’ bisogno di un aiuto esterno, ma riuscira’ a spruzzare il latte da sola: cio’ significa che l’intervento di un elemento esterno quale il Visitatore e’ servito a dare il “la” per la ricerca di un qualcosa che i personaggi stavano gia’ bramando disperatamente, ma era sepolto sotto le loro inibizioni e convenzioni. Non e’ difficle a questo punto ritrovare in Visitor Q la tematica miikiana della ricerca della felicita’. La figura di Keiko, tra i vari appartenenti alla famiglia Yamazaki, e’ senza dubbio quella piu’ forte, e il percorso che essa compira’ fino ad arrivare alla riscoperta di se stessa e degli affetti familiari (e quindi, della felicita’) e’ quello delineato in maniera piu’ definita. Non a caso e’ anche la prima persona che il Visitatore riesce a cambiare, e si ha quasi l’impressione che sia lei che debba poi insegnare agli altri componenti della famiglia come cominciare a riscoprire i desideri di ognuno. Se noi infatti ci soffermiamo ad osservare il percorso che compira’ Kiyoshi per riscoprire la felicita’, vedremo che fino all’ultimo questi sara’ in qualche modo dipendente dalla moglie e persino dalla sua droga, utilizzata in uno dei passaggi piu’ estremi del film per rilassare il “muscolo della felicita’” che e’ rimasto incastrato nel cadavere della collega giornalista Asako. E poco prima, Kiyoshi e’ protagonista di un’altra scena visivamente disgustosa ma dal ricco significato; sto parlando di quando, una volta portato il cadavere di Asako nella serra di casa, Kiyoshi comincia ad essere consapevole delle proprie pulsioni, e, preso dall’eccitazione comincia a toccare il corpo della ragazza nelle parti intime. Quando questi si rende conto che Asako, pur essendo morta e’ bagnata nelle parti intime, un’espressione di inequivocabile felicita’ compare sul suo viso e finalmente sembra arrivato per Kiyoshi il momento di riscoprire la propria virilta’, talmente potente da far bagnare persino le donne morte. Ma quando subito dopo si rende conto che la causa del bagnato non e’ altro che il contenuto dell’intestino della morta, la sorpresa si tramuta in disgusto, Kiyoshi e’ umiliato per l’ennesima volta e questo non e’ altro che l’ennesimo duro colpo per la sua mascolinita’. Ma grazie alla moglie e al Visitatore, anche lui riesce alla fine a riallacciare i rapporti con la propria famiglia rimanendo pur sempre dipendente dalla figura della moglie; emblematica e’ in questo caso la scena finale che vede Kiyoshi succhiare il latte dal seno di Keiko come se fosse un bambino. Notate come in questo film la figura piu' forte risulti essere quella femminile, confutando cosi' le numerose accuse di misoginia mosse verso il regista. In Visitor Q, e’ interessante anche notare come i personaggi accumulino tensione da una parte e la sfoghino dall’altra, con un modello di comportamento causa-effetto: Takuya viene torturato dai propri coetanei QUINDI si sfoga picchiando la madre, quest’ultima viene picchiata dal figlio e quasi ignorata dal marito QUINDI fa ricorso alla droga per ottenebrare la mente; Kiyoshi viene umiliato piu’ volte, dalla figlia (che arriva a sfotterlo chiamandolo “uccello veloce” nella scena iniziale, a causa della sua rapidita’) ma anche dai giovani sui quali sta girando un documentario (quando va da loro a proporre un’intervista viene brutalmente sodomizzato col microfono) e QUINDI si sfoga in vari modi, fino ad uccidere la collega. La figlia Miki e’ il personaggio piu’ atipico dei quattro: principalmente per il fatto che non vive in casa assieme agli altri, ma tornera’ verso la fine del film, sempre grazie all’intervento del simpatico Visitatore che regalera’ anche a lei un bel macigno sul cranio. E il cerchio si chiude. Visivamente, il film e' uno schianto, grazie alle immagini regalateci dal fidato direttore della fotografia Hideo Yamamoto e da un Miike in forma smagliante. Dai colori pacchiani delle camere d'albergo dove vengono consumati i rapporti (incestuosi e non), alle scene semibuie ambientate in casa fino ad arrivare agli ultimi, bellissimi istanti ambientati nella serra, i colori e le luci sono a mio avviso azzeccatissimi e contribuiscono a creare la giusta atmosfera (che e' quello che poi dovrebbe succedere in ogni film). Di scene forti ce ne sono a bizzeffe: violenza e sesso, ovvero il manto quasi onnipresente in ogni film del regista e' qui piu' spesso che mai, ma se lo spettatore riesce a superare (e sopportare) gli eccessi visivi di Visitor Q, potra’ godersi appieno un’opera ricca di significato, profonda, in poche parole una bellissima metafora sulla crisi dei valori della famiglia e degli affetti nella societa' contemporanea giapponese. A cura di Valerio Spisani |
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