Ci si chiede dopo numerose prove, da
parte dei registi hongkonghesi che sono emigrati a Hollywood,
se il loro cinema può sopravvivere dentro il sistema
produttivo americano.
Per Hard Target, a Woo era stata data, in teoria,
carta bianca; ma dopo i primi responsi degli sneak previews
(e come aveva commentato Ringo Lam, dopo le sue prime
esperienze occidentali, "a Hollywood la prima censura
è il pubblico") e alcuni ripensamenti da parte
dei produttori, il final cut non è stato lasciato
nelle mani del regista.
La materia del contendere è formale e contenutistica.
Lo stile di Woo conta tra le sue caratteristiche il montaggio
frammentato, ralenti lirici che enfatizzano gesti e sguardi
al di fuori del contesto di una scena d'azione e flashback,
spesso fulminei, che tracciano un ordito emotivo nel racconto.
Un cinema dove la violenza non è "eufemizzata"
e il sangue scorre in abbondanza.
Ma non è tanto questo il punto centrale della questione.
Si tratta in primo luogo di personaggi e di emozioni.
I film americani dei registi di Hong Kong non sono abbastanza
melodrammatici. Viene a cadere quella componente di identificazione
patetica che permetteva, nei film di Hong Kong, di raccordare
violenza e sentimenti, lacrime e sangue.
Hollywood non ha paura della violenza, teme invece che
l'ipotetico spettatore medio occidentale si metta a ridere
vedendo il killer che si sacrifica per la ragazza che
lui stesso ha reso cieca.
Il cinema americano contemporaneo ha approntato un sistema
della commozione mediocre, che non permette eccessi.
Il pathos hollywoodiano è la commozione di aderire
ai propri ruoli, immediatamente riconoscibili dal pubblico,
ed immediatamente rientrare nei ranghi. Il patetico hongkonghese
distrugge le certezze, non consola: gli amici tradiscono
e uccidono, i sogni di redenzione falliscono.
The Killer è una sorta di balletto geometrico
sull'estetica dell'eccesso. A cominciare dal numero di
pallottole sparate. Formalmente è un noir, con
la tipizzazione dei personaggi marcata, al confine tra
il bene e il male, impalpabile, la presenza in primo piano
dell'eroe perdente classico del genere, il sottofondo
dei tradimenti, di onore da vendicare, di amicizia virile.
Con il ricalco dei topos eseguito alla perfezione. Ad
Hong Kong ogni percorso narrativo incrocia il suo passaggio
con le atmosfere del più classico melodramma. The
Killer nelle sue linee generali, è un puro
melò: nell'assunto, nelle virgole disseminate a
intervallare le scene d'azione, nella catarsi finale.
Il ridicolo è dietro l'angolo, e basterebbe una
minima caduta di tensione per far crollare tutta la costruzione.
La forza del cinema di Hong Kong risiede nella capacità
di assorbire e di rielaborare forme, motivi e umori del
cinema di altre tradizioni e di rivivificare i racconti
della tradizione orientale con un gusto visivo che deve
molto all'occidente. Il melodramma e la commedia attraversano
tutta la cultura popolare di Hong Kong e funzionano come
“macrosintagmi” che si ibridano co n le insorgenze
produttive, le mode passeggere, gli stili e i linguaggi
del cinema dell’ex colonia. Il melò si radica
in un sentimento di transitorietà dovuto ai flussi
migratori dalla Cina. Il melò cantonese, assolutamente
primordiale nella messinscena di sentimenti e passioni,
si nutre di una nostalgia struggente, del sogno di un’origine
mitica, nella quale si riflettono i conflitti (soprattutto
nella produzione fantasy) di un’identità
culturale sospesa tra il desiderio di modernità
e l’incertezza per il futuro dopo il ritorno alla
Cina.
Hong Kong è sospesa tra una tradizione millenaria
e una modernità coloniale, un luogo “in divenire”,
di contaminazione, dove vivono e si scontrano motivazioni
etiche, formali e politiche, materia del melodramma.
Il melò si è andato diversificando nel corso
del tempo in vari filoni, diventando sempre meno genere
autonomo, perdendo di fatto il proprio corpo pur mantenendo
intatta la riconscibilità dei propri elementi,
attraversando tutti gli altri generi, ed emergendo anche
in contesti completamente alieni.
L’epica cavalleresca di John Woo, privata dei suoi
elementi melodrammatici, stenta a funzionare a Hollywood.
Soltanto Hong Kong sembra garantire l’adesione etica
ad una materia incandescente alla quale si affida la propria
visione del mondo e delle relazioni umane, potendo contare
sulla partecipazione emotiva dello spettatore.
La messa in scena dei sentimenti, nega il genere nel quale
si realizza, come nel caso di The Killer, che
rimane senza la rete protettiva della sintassi spettacolare
dell’action, per parlare “a nudo”, direttamente
alla gente in sala attraverso il meccanismo di identificazione
protagonista/spettatore. Anche gli spadaccini più
severi e i killer più spietati piangono e si commuovono
e questa vulnerabilità sentimentale diventa affermazione
diretta delle proprie emozioni e trova grande presa su
un pubblico che è diretto discendente di quei cavalieri
umiliati e offesi, e che si ritrova a condividere un senso
di perdita comune ai cinesi sparsi per tutto il mondo.
I personaggi di Woo risplendono di lacerante e stoico
eroismo, e nella sconfitta bella, e quindi giusta, si
può fondare un’idea di identità e
appartenenza.
In un film di Woo ricorrono figure linguistiche come ralenti,
dissolvenze incrociate multiple, fermi immagine, che sono
sfoghi affettivi, cardini della sensibilità che
si vuole trasmettere, e tutto questo è miscelato
con l’ipercinesi e la violenza “coreografata”
ed esplosiva delle scene d’azione che spazza via
l’estenuante tenerezza dei momenti di requie .
A cura di Daniele Malavolta
INDICE:
--CAPITOLO 0 - BIOGRAFIA
--CAPITOLO 1 - FORTUNA CRITICA
-1.1- L'ambasciatore del cinema di Hong Kong
-1.2 - Sei film che hanno cambiato il cinema di Hong Kong
-1.3 - Un domani migliore a Hollywood
-1.4 - Come faccio il regista
-CAPITOLO 2 - DALLA COMMEDIA ALL'HEROIC BLOODSHED
-2.1 - Le commedie
d'azione
-2.2 - Stile orientale
- CAPITOLO 3 - MAESTRI
-3.1 - Zang Che
-3.2 - Melville
- CAPITOLO 4 - DA HONG KONG A HOLLYWOOD
-4.1 - Melodramma
-4.2 - Personaggi
ed eroi
-4.3 - Americani
-4.4 - La Vendetta di Hollywood
- CAPITOLO 5 - FILMOGRAFIA
- CAPITOLO 6 - BIBLIOGRAFIA
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