Shin Sang-ok


shinDue nazioni in un solo Maestro

“La libertà assoluta permette di creare grandi film.” (Shin Sang-ok)

Può capitare che certi autori abbiano un impatto brutale sul mondo culturale in cui lavorano per merito di una forte carica espressiva o narrativa che li contraddistingue. Ma può anche succedere che la portata sociale di un artista non dipenda da fattori intrinseci o da particolari virtuosismi muscolari e si debba misurare invece su quanto di pionieristico egli abbia apportato all’interno dell’ambiente in cui ha operato. È questo il caso Shin Sang-ok, vero e proprio precursore di quanto in Corea verrà prodotto per parecchi anni a venire, anche fino ai nostri giorni. Il corpus di opere che ha consegnato alla storia lo testimonia: non ci troviamo davanti a un regista di filmetti alimentari (per quanto abbiano svolto pienamente anche questo compito), né a un trascurabile narratore mestierante, ma a un vero e proprio maestro che ha spalancato molte porte non solo a nuovi talenti ma anche a nuovi generi e a nuovi stilemi narrativi. Dalla commedia al dramma familiare, dal poliziesco al polar, dal film in costume a quello neorealista. Contraddistinto da un’eclettismo e da una versatilità per l’epoca senza pari, in circa 90 pellicole Shin ha profondamente modificato e segnato la storia del cinema coreano rimescolando Hollywood, Hong Kong, Francia, Kurosawa, Fellini, mettendo sempre al primo posto un modo di sentire tutto personale e tutto coreano.

Nato a Cheong-jin nel 1926, pittore di professione, innamorato del cinema, si laureò in storia dell’arte nel Giappone nell’ultimo periodo imperiale e fece il suo esordio a Chungmuro come scenografo in uno dei primissimi film che la penisola coreana abbia mai prodotto, Hurrah for Freedom (’46). La prima esperienza come regista – aveva 26 anni – si realizzò a cavallo della guerra di Corea: Evil Night (’52), portato a termine a più riprese nel corso di tre anni. Il secondo lavoro fu un documentario, Korea (’54), nel corso della cui lavorazione conobbe la sua musa e compagna di una vita: Choi Eun-hee. Da lì in poi la carriera del regista fu costellata di successi commerciali, innovazioni più o meno rilevanti e una versatilità anche in campo pratico che lo portò a ricoprire, in lavori suoi e di altri, ruoli di direttore della fotografia, montatore, sceneggiatore. Tuttavia il più grande traguardo commerciale raggiunto da Shin è costituito dalla casa di produzione da lui fondata, la quale arrivò a produrre più di venti film all’anno: un colosso e un caposaldo dell’industria del cinema nazionale. Fino a quando il dittatore sudcoreano Park non si mise contro di lui, minando alle fondamenta il suo impero, e fino a quando il dittatore nordcoreano Kim, in uno slancio fantapolitico, non rapì prima la Choi e poi lo stesso Shin (’78). Dopo cinque anni senza vedersi, i due coniugi tornarono a girare e produrre film insieme in Corea del Nord, ricostituendo la Shin Film e, nonostante le restrizioni politiche dettate dal regime, raggiungendo ancora una volta ottimi risultati, quando non eccellenti e premiati all’estero (Salt, Runaway). Eppure, dopo la loro rocambolesca fuga (’86), il rientro in patria non si prospettava facile; accusati di collaborazionismo e a disagio nel loro stesso paese, gli Shin optarono per un trasferimento a Hollywood. La rinascita della compagnia, un pugno di film e poi il ritorno in Corea, dove il maestro non trovò la piena accettazione da parte dei contemporanei ma entrò finalmente nel novero dei padri del cinema nazionale quale infaticabile sperimentatore, coraggioso autore, esperto conoscitore dei generi ma soprattutto come la personificazione di un paese unico spaccato a metà.

Caratteristiche comuni a molti suoi lavori sono principalmente una padronanza del mezzo, guadagnata in anni di specializzazioni in diversi campi; una conseguente – quasi maniacale – attenzione per inquadrature, composizione delle immagini, scenografie, colori e luci; l’utilizzo di una rosa ristretta di affezionati attori-feticcio, prima fra i quali la moglie Choi Eun-hee; la scelta di storie molto concrete e immediatamente comprensibili; l’avventurarsi nei generi, anche più di uno simultaneamente; un’attenzione particolare alla situazione contemporanea della donna in un periodo di transizione e insicurezza (che ha lasciato strascichi anche nel presente, a causa soprattutto della forte componente maschilista nella cultura coreana).
In questa sede vediamo nel dettaglio nove film del regista compresi tra il ’58 e il ’69, i primi quattro passati al 1o° Far East Film Festival di Udine e rappresentativi della sua crescita a livello artistico e contenutistico; gli altri contenuti nel cofanetto uscito per la Kofa nel 2006 e risalenti al momento d’oro di massima popolarità della Shin Film.

Riferimenti video-bibliografici:

• DARCY PAQUET, “Rapito. La strana vita cinematografica di Shin Sang-ok”, in Nickelodeon 123. Udine Far East Film 10, Editore Centro Espressioni Cinematografiche, Udine 2008.

• LEE HYANG-JIN, Il cinema coreano contemporaneo. Identità, cultura e politica, pagg. 105-149, O barra O edizioni, Milano 2006.

• AHN JIN-SOO, interventi in Shin Sang-ok collection, Korean Film Archive-Taewon Entertainment, Seoul 2006.

• LEE SEONG-SOO, A Lucky Adventurer of Korean Film. Film Director Shin Sang-ok, documentario in Shin Sang-ok collection, Korean Film Archive-Taewon Entertainment, Seoul 2006.

RECENSIONI:

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