14 Blades

Voto dell'autore: 4/5
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14 bladesNon è un caso se 14 Blades condivide il titolo originale – Jin Yi Wei, che significa Guardie in Broccato – con quello che è forse l’ultimo grande wuxia della tradizione classica del cinema HKese: Secret Service of the Imperial Court. Per capirlo, basta guardare alla storia del suo regista, Daniel Lee, che muoveva sì i primi passi nel mestiere come direttore artistico sotto l’ala protettiva di Ann Hui (della quale è stato assistente alla regia di Princess Fragrance), ma poi esplodeva sulla scena con What Price Survival, proprio un wuxia (e tanti sono i registi Hkesi il cui debutto avviene nel campo di questo genere tanto antico quanto generalmente conosciuto solo in modo superficiale…), anarchico e melodrammatico come pochi altri, nel quale i duelli di spada stavano fianco a fianco con treni e motociclette e il dramma dei sentimenti. Le passioni di Daniel Lee per il film in costume e il melodramma sono anche qui, evolute, in 14 Blades, che con Secret Service of the Imperial Court ha in comune il motore fondamentale della storia, tanto che le prime notizie sul film lo proponevano appunto come remake del classico marcato Shaw Brothers del 1984. Eppure 14 Blades non è un remake, nonostante alcuni punti di contatto col “progenitore” ci siano tutti: i Jinyiwei, gli intrighi a corte dei Ming, il protagonista reietto in bilico tra la fuga e la voglia di riscatto, il malvagio eunuco che tesse le fila del complotto. Rispetto a Secret Service però non ci sono più le dinamiche familiari del protagonista, né la straordinaria potenza magica dell’eunuco antagonista; la storia, stavolta, è questa:

il principe Qing e l’eunuco Jia stringono in segreto un’alleanza ai danni del giovane, e molle, imperatore, intenzionati a far uso della Guardia scelta imperiale (i Jinyiwei) per attuare il loro piano. Durante una missione per il recupero del Sigillo imperiale custodito dal primo ministro fedele all’Impero, il capitano dei Jinyiwei, Qinglong (Donnie Yen), viene ferito e tradito dai suoi compagni, passati al soldo dell’eunuco Jia. Deciso nonostante tutto a portare a termine la missione interrotta, Qinglong decide di mettersi da solo sulle tracce del sigillo perduto, senza ancora essere a conoscenza della cospirazione contro i Ming. Sulla sua strada, in bilico tra fuga e ricerca di riscatto, troverà ad aiutarlo una compagnia di spedizionieri, di cui fa parte una giovane e appassionata ragazza, Qiao Hua (Zhao Wei), ma troverà anche imboscate e ostacoli tesigli dai suoi ex-compagni, che ora lo braccano come il loro peggior nemico…

Il ritorno di Daniel Lee nel mondo del jiang hu è un ritorno in grande stile, completamente immerso nelle atmosfere del genere, tra sapori di western (che riecheggiano dei wuxia anni ’70, dal quale arrivano anche i personaggi dal tradimento facile e i maneggi politici) e l’estetica codificata durante la prima metà degli anni ’90, erede del wuxia del maestro King Hu, quello fatto di scene notturne, di fasci di luce, di luoghi isolati, di templi e statue. Su questa base saldissima, Daniel Lee innesta la propria visione personale, fatta di costumi elegantissimi, di scenari desertici, alieni, bellissimi nella loro disperazione, e soprattutto di armi elaborate, che fondono meccanica e magia: tra queste, il posto d’onore va al capolavoro delle 14 lame, l’arma destinata al più potente dei Jinyiwei, che Qinglong si porta appresso un po’ come fardello e un po’ come fiera dimostrazione del proprio valore. Le 14 lame sono strumento di tortura e di esecuzione, capace di colpire in modo letale sia da vicino che a distanza; rinchiuse in una piccola cassa da portare a tracolla e utili all’occorrenza anche a facilitare la fuga da situazioni difficili, le 14 lame rappresentano l’inesorabilità quasi meccanica del destino di un Jinyiwei, obbligato a portare a termine la propria missione o a soccombere, con l’unica via di mezzo concessagli che è quella di portare a termine la propria missione soccombendo.
Orfano, addestrato alla violenza e a rispondere con assoluta fedeltà agli ordini dell’Imperatore, anche quando questi contemplano l’uccisione dei suoi stessi fratelli, Qinglong è una non-persona, un guscio vuoto abituato a non porsi domande, un ruolo più che un individuo, un personaggio per cui ciò che è comandato coincide perfettamente con ciò che è giusto, per il quale la propria dignità consiste nel portare a termine il compito affidatogli; Ma il suo concetto di dignità viene messo alla prova in modo traumatico dal tradimento che da il la alla storia, e che lo trasforma da portatore della giustizia imperiale a vittima designata della stessa. Così, la storia di 14 Blades è la quella di un uomo alla ricerca del riscatto di questa dignità perduta, ricerca durante la quale Qinglong imparerà cosa sia la giustizia. La parola giustizia è dunque un termine chiave nel contesto del film: la compagnia di spedizionieri che lo scorta al principio della sua fuga dalla Città Proibita si chiama infatti Giustizia, così come il brigante con cui strige alleanza per recuperare il sigillo perduto una prima volta, si fa chiamare Il Giudice del Deserto.
Se la sorte di Qinglong, come quello di ogni Jinyiwei che fallisce, è segnato dal principio e non ha possibilità di cambiare, è pure vero che durante la storia vediamo che a cambiare è proprio il modo di pensare del protagonista, e con esso il modo in cui affronterà il suo destino, lasciando un segno profondo nella Storia e nelle persone che incontra, prima tra tutte Qiao Hua, la donna che gli insegna cosa sia l’amore, a lui che nella vita ha conosciuto solo la violenza.
14 Blades è tutto tranne che un film perfetto, altalenante nel ritmo e spasso oscuro nello sviluppo della trama al punto da sembrare che il regista si dimentichi di dove vuol andare a parare: un mosaico di scene di combattimenti e intermezzi amorosi. Sul fronte dei primi, dei combattimenti, si segnala la freschezza e l’ispirazione anche nelle coreografie (firmate da Ku Wen Chiu, allievo di Yuen Woo Ping) e tra i quali spicca il confronto tra Donnie Yen e un redivivo Chen Kuan Tai a base di armi lunghe, armi corte, arti marziali, prese e sbilanciamenti (dove tra le movenze dei contendenti sembra spuntare lo zampino dello stesso Yen), e la sfida finale tra Qinglong e Tuo Tuo, la guerriera-illusionista di frusta magica munita, mandata dal principe Qing a recuperare il sigillo conteso. Sul fronte degli intermezzi romantici tra Donnie Yen e Zhao Wei, invece, salta subito all’occhio la pesantezza e in alcuni tratti la forzatura di volerli marcare nonostante il film andasse sulle sue gambe anche senza, sino a farli diventare discretamente fastidiosi, pensati come sono quasi più come vetrina per i bei faccini di Donnie Yen e  Zhao Wei, piuttosto che per veicolare il melodramma delle emozioni a cui Daniel Lee ci aveva (ben) abituato in passato.
Quel che importa alla fine, tuttavia, è che 14 Blades sembra poter portare aria nuova nel panorama di un genere cinematografico (forse il genere per eccellenza del cinema cinese) che sembrava essersi incagliato dopo i fuochi d’artificio del wuxia estetico di inizio millennio. Per la conferma tocca stare alla finestra e vedere che strada prenderanno i wuxia venturi. Per ora, 14 Blades, pur coi suoi macroscopici difetti, si merita di venir promosso, se non altro, per il coraggio di osare un approccio rigenerante (ma fedelmente ancorato alla storia) al genere.

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