7 Street Fighters

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7 Street FightersIl numero “7” ha aleggiato spesso sul cinema mondiale descrivendo persone, stati sociali, numeri di oggetti e si è infine riversato sulla Thailandia che sembra raccattare tutto quello che si può, per infilarlo nel proprio magico frullatore filmico. Il frullato così prodotto è discreto e colmo di sensazioni multiple, dal sapore tannico o fruttato, condito da un retrogusto di cinema di Hong Kong che in quanto a stile, coraggio e libertà stilistica e tematica sembra essersi ormai trasferito in loco. D’altro canto il cinema Thai sembra assolutamente continuare a non volersi (fatte le dovute eccezioni, ovvio) prendere sul serio, virando ogni prodotto in chiave ironica, comica e talvolta demenziale fino a sfociare nelle derive pure del nonsense, spesso chiaro atteggiamento di compensazione di un’assenza di possibilità tecniche e tecnologiche a cui far fronte contro un’ambizione narrativa eccessiva. Che cos’è quindi 7 Street Fighters? E’ la descrizione e caratterizzazione di 7 personaggi, sette guerrieri, mostrati a fine carriera e costretti a scendere di nuovo in campo (di battaglia). Il resto della flebile narrazione si poggia tutto su di loro. C’è il leader spirituale dagli invincibili boxer rossi, il giocatore d’azzardo sempre nei guai, quello abile a svitare teste, il carrozziere che compensa le ammaccature sulle automobili a pugni, il dinamitardo, il (quasi) monaco, l’abile nelle arti marziali, una sessione multipla di cattivi (il cattivo simpatico, il mini esercito delirante, un pugno di letali e antipaticissimi americani occupanti) e una sfilata di bellezze locali doc.
Vietnam, durante la guerra. I 7 amici a causa di un ricatto al quale deve sottostare uno di loro, vengono mandati a rubare alcuni camion di proprietà statunitense sospettati di contenere un tesoro. In realtà i mezzi contengono armi non convenzionali e l’esercito a stelle e strisce è restio a farsi derubare. Segue una continua girandola di situazioni al limite della demenza e un carosello di personaggi di contorno irresistibili (come il finto poliziotto che ha ingoiato un fischietto e parla emettendo fischi).
La messa in scena è nelle intenzioni del regista suntuosa, meno lo è nella sua evidenza, tra alcune goffaggini, un montaggio non sempre dinamico, una colorcorrezione timida e un intervento del digitale artificioso e fin troppo evidente. L’azione tende all’eccesso senza spingersi mai oltre il limite che meriterebbe, anche se alcune sequenze sul finale sono effettivamente spinte oltre il senso comune della fisica. La violenza è talvolta di classico impianto cartoonistico, con i corpi che si deformano e spezzano in modalità grottesca ma inoffensiva. Irriverente e irresistibile il finale post mortem mentre il film, nonostante le molte pesantezze strutturali riesce a coinvolgere e divertire anche a causa di un linguaggio parlato altamente volgare e in cui l’improperio si fa congiunzione. La salsa di accompagnamento riserva due spezie ormai onnipresenti nel cinema locale ossia una spruzzata di nazionalismo trionfalistico (e talvolta critico) e qualche accenno all’omosessualità. Resta da osservare come sempre più spesso la produzione del cinema Thai non si muova verso una motivazione giustificata di particolari scelte stilistiche, ma sembra dominare una spontaneità giocosa e impulsiva nei caratteri della messa in scena, sia essa riferita alla scelta degli attori (spesso più “tipi” che personaggi) o alla creatività tecnica come narrativa. Tutto sembra un gioco, un film fatto tra amici ma spesso valorizzato da un’estetica lussuosa; il risultato è un cinema libero e inaspettato, assolutamente da non sottovalutare e prossimo all’esplosione (o all’implosione tesa all’entropia).
Del film è stato realizzato un sequel tre anni dopo.

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