A Bittersweet Life

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A Bittersweet LifeDa tempo il virus Park Chan-wook ha colpito la Corea, spesso estendendosi come la SARS, lungo tutto il sud est asiatico fino a raggiungere addirittura Hong Kong e colpire l’ultimo film di Wong Kar-wai, 2046. Un virus potente e contagioso capace di portare terribili spasmi e contorcimenti alla messa in scena anche del regista più sobrio subordinando sempre la narrazione in funzione di elementi normalmente non immediati quali le scenografie, la fotografia o dei movimenti di macchina sempre in modalità arrogantemente autocompiaciuta.
Se dietro c’è un regista come lo stesso Park Chan-wook una volta su due può andare bene, ma con altri non sempre gli esiti sono positivi.
Anche Kim Jee-woon era stato colpito da questo male e ne mostrava tutti i sintomi peggiori nel precedente A Tale of Two Sisters. Questa volta, di fronte ad un genere più vivace in parte sembra essersi ripreso ed aver abbandonato le spirali mentali e di gestione spaziale che intaccavano il suo precedente lavoro. Tutto questo però non significa guarigione completa. Di fronte ad un film come A Bittersweet Life verrebbe davvero voglia di togliere l’opzione sui sottotitoli comprensibili e cercare di non capire volontariamente ciò che sta accadendo pena il mettersi le mani tra i capelli di fronte ad una narrazione sciocca, affaticata, talvolta pretestuosa, poco credibile e nella prima parte di un’originalità pari al nocciolo di un’oliva.
Se glissiamo sul fatto che alcuni personaggi compaiono esattamente dopo 90′ ed altri scompaiono. Se riflettiamo sul fatto che il nostro eroe si sbronza con tre lattine di Guinness tanto da farsi cogliere impreparato e farsi pestare da tre individui (quando pochi minuti dopo riesce a sbarazzarsene di diverse decine dopo essere stato sepolto vivo e aver subito lo spappolamento di una mano e un pestaggio di proporzioni titaniche). Se cerchiamo di tenere i nervi saldi di fronte ad un buon quarto d’ora totalmente inutile ai fini dello sviluppo narrativo (tutta la sequenze della compera delle armi) oltre che semplicino e di cattivo gusto.
Se resistiamo a tutti questi “se”, superati questi ostacoli nemmeno troppo minuscoli, ci troviamo di fronte ad un film in confezione deluxe, diretto con mano sapiente e una composizione del quadro spesso satura ma sincera, delle scenografie eccessive ma mai troppo invadenti e fastidiose, degli attori in stato di grazia e dei momenti di cinema nemmeno troppo minuscoli (c’è una gru durante la sparatoria finale breve ma intensissima). Ogni movimento di macchina è un’emozione e la perizia compositiva è così sapiente da far dimenticare tutte le montagne russe narrative.
Il bellissimo finale, è talmente sottile e emotivamente forte da poter ribaltare tutti i difetti presenti nel film per poterli far passare come licenze poetiche. Non si può quindi che fruire del film con l’umore preferito, sia esso agro che dolce e attendere il prossimo lavoro del regista nella speranza di una pronta guarigione. Comunque, e nonostante tutto, un altro tassello significativo nella storia moderna del cinema coreano.

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