A Dirty Carnival

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A Dirty CarnivalSembra proprio che Yoo Ha si trovi a suo agio nel dipingere storie di personaggi che navigano in pericolose acque, immersi in un clima di violenza di strada. Lo dimostra il fatto che, dopo il pregevole Once Upon a Time in High School/Spirit of Jeet Kune Do (2004), con  A Dirty Carnival il regista (e, come per gli altri suoi lavori, anche sceneggiatore) riesca a raccontare in maniera efficace l’ascesa e la caduta di un giovane malavitoso giunto alla soglia dei trent’anni.

Byung-doo, questo il nome del personaggio interpretato da Zo In-sung, giovane star dei drammi televisivi coreani, è il protagonista principale di questo lungometraggio, un gangster da due soldi disposto a fare qualsiasi cosa pur fare il colpaccio che gli permetterebbe di scalare la gerarchia della jopok (la mafia coreana), e il conseguente ma non trascurabile incremento finanziario: la famiglia di Byung-doo ha infatti grossi problemi finanziari e fatica a resistere agli interventi di piccoli malavitosi che vogliono spingere la madre a vendere la casa. Il suo diretto superiore, Sang-cheol (Yun Je-mun), è invece uno spregevole personaggio che non facilita – anzi, sembra quasi ostacolare – le aspirazioni di crescita di Byung-doo, infischiandosi dei problemi del suo pupillo e trattandolo in maniera tutt’altro che amichevole. Le cose cambiano quando, dopo uno scontro tra gang, Byung-doo riesce ad avvicinarsi alla corte del presidente Hwang (Cheon Ho-jin) e ad approfittare della mutata situazione per eliminare un pubblico ministero corrotto, spina nel fianco del boss, per poi guadagnarsi la sua completa fiducia. Da qui, la carriera di Byung-doo sembra ingranare, anche se i sotterfugi commessi alle sue spalle fanno presagire una drammatica quanto inevitabile conclusione.

Posta in questo modo, la vicenda di A Dirty Carnival non sembra discostarsi molto da altre pellicole ascrivibili al genere, anche se il regista focalizza la sua attenzione sui rapporti intercorrenti tra i personaggi, come quello tra il protagonista e il suo amico d’infanzia Min-ho (Namgoong Min), aspirante regista, e con il suo primo amore Hyun-joo (Lee Bo-young), con la quale riprende un, ahem, discorso interrotto tanto tempo fa. Le sottotrame che scaturiscono da questi due rapporti, in particolare quella in odore di metacinema relativa a Min-ho, che aspira a realizzare un film sullajopok e per questo chiede a  Byung-doo di rivelargli tutti i retroscena del “mestiere”, contribuiscono ad aggiungere spessore al personaggio protagonista che pagherà amaramente la cieca fiducia accordata all’amico nel rivelare i propri segreti che verranno sbandierati; quando si dice fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Oltre ad una robusta sceneggiatura, nonostante qualche lungaggine di troppo come ormai ci ha purtroppo abituato un po’ tutto il cinema della Corea del Sud, il talento di Yoo Ha si nota anche su un piano squisitamente registico. Una messa in scena piuttosto sobria, per gli standard coreani, una capacità di creare l’atmosfera in pochi istanti, come negli splendidi minuti – probabilmente la vetta assoluta del film – del violentissimo scontro a suon di mazza da baseball, uniti ad una splendida fotografia dai colori saturi, rende A Dirty Carnival un prodotto che, nonostante qualche imperfezione, riesce ad emergere dall’immenso pentolone del nuovo cinema coreano.

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