A Night in Nude: Salvation

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A Night in Nude: SalvationTornare diciassette anni dopo sullo stesso personaggio vuol dire che un legame empatico forte corre tra lo scrittore e la sua creazione. Per un regista come Ishii Takashi non è insolito, ma lo è il fatto che l’originale A Night in Nude del 1993 è uno dei rari film della sua carriera a non aver avuto continui, propaggini, rimandi in altre parti della sua cinematografia. Abituati a vedere sei Angel Guts, due Gonin, due Black Angel, due Flower and Snake, per un autore che ha fatto anche della serialità una delle sue caratteristiche salienti, fa un po’ strano notare che la pellicola che è più immediatamente ascrivibile alla categoria dei capolavori sia rimasta sospesa nel tempo, isolata e mai più sfiorata. Forse l’intima natura del film originario lo rendeva lontano, irraggiungibile, oggetto personale, ma comunque alieno alla sua filmografia. Diciassette anni dopo però c’è un certo margine per tornare su Kurenai Jiro. E’ tempo per un nuovo incontro tra Ishii Takashi e Takenaka Naoto, poliedrico attore che diede volto al personaggio, che nonostante una fortunata carriera televisiva non si è mai fermato davanti ad alcun personaggio svariando tra continue partecipazioni a saghe pink eiga (Groper Train, Angel Guts, Perfect Education), horror cult underground (Hiruko the Goblin,  Tokyo Fist, RoboGeisha), persino alcuni Sushi Typhoon (Karate Robo Zaborgar, Mutant Girls Squad) fino alle grandi produzioni (Kitaro, 20th Century Boys, Ninja Kids!!!, Hara-kiri: Death of a Samurai). Un intero testo si potrebbe scrivere solo sulla sua carriera, ma forse anche sul legame con Ishii di cui è presenza costante per quasi tutte le sue pellicole. Certamente il personaggio di Jiro deve essere rimasto incollato sulla pelle al vecchio leone, che anche stavolta conferma una sofferta interpretazione estremizzando per certi versi quanto si era mostrato nel precedente capitolo.

Stavolta non c’è la grande Yo Kimiko a fargli da corrispettivo femminile però, ma una alquanto brava Sato Hiroko nel ruolo di Nami. Certamente più nota, persino ad occidente, per la sua lunga carriera da Idol, ha dimostrato di sapersi riciclare come attrice cinematografica (Cursed) e televisiva (Madan Senki Ryukendo). Questo film poi segna per lei un passaggio importante visto che si concede un nudo frontale, che è considerato uno dei tabù maggiori per le attrici giapponesi. In una lunga e monotona sequenza il corpo della brava attrice ci viene ostentatamente mostrato, a volte anche gratuitamente, come sarebbe accaduto per Kagurazaka Megumi l’anno dopo in Guilty of Romance di Sion Sono. Anche lì nudità ostentata, talvolta noiosa perché prolissa e conseguente clamore dell’opinione pubblica giapponese, ma incidentalmente è nel contemporaneo Cold Fish di Sono che vi è una certa rassomiglianza di temi.

Lungi dal voler fare un impossibile raffronto vista la distanza tra le pellicole, ma in entrambi i film ci sono due famiglie di serial killer che finiscono a smembrare un cadavere in un bagno con tanto di voluto senso del grottesco. Le storie prendono direzioni completamente diverse, ma è l’ennesima riprova che certo cinema non germoglierebbe a caso se non vi fosse un fertile terreno preparato da anni di cinema estremo e autori di confine. Cinema estremo e di confine di cui Ishii è da anni il simbolo, per cui molti attori sono pronti probabilmente a fare carte false e a sottoporsi a ruoli che rifiuterebbe ad altri pur di comparire in un suo film. Takenaka Naoto, Sato Hiroko, Ohtake Shinobu, ma questa volta anche il grande vecchio Shishido Jo son tutti riuniti alla corte dell’ultima leggenda vivente di quel cinema che fu. Dopo di lui solo Miike ha in parte navigato sugli stessi territori nel suo eclettismo, mentre gli altri possono solo star fermi lì ad imparare.

Nonostante Salvation non sia degno di stare vicino all’altro A Night in Nude bisogna comunque puntualizzare la cosa. Qualcosa sembra essere andato storto stavolta nel reparto fotografia, come se regista e direttore della fotografia, non fossero ancora perfettamente a loro agio con il digitale delle nuove videocamere nonostante la cosa non si ravvisasse nel precedente The Brutal Hopelessness of Love. Brutte, veramente brutte, le luci disseminate ovunque nel film che sfregiano frontalmente le sue solite lunghe carrellate o piani sequenza. Quello che in genere è un marchio di fabbrica dell’autore, stavolta si ritorce contro. Sembra di essere in un teatro di posa di una brutta fiction, solo che si hanno grandi attori davanti la camera e uno script potenzialmente sublime. Nami, nome tanto amato dal regista che lo utilizzò per tanti Angel Guts, è figlia del laido Shishido Jo e di Ohtake Shinobu. Quest’ultima assieme alla sorellastra di Nami la sfruttano in uno squallido night club adescando clienti, a volte sposandoli per poi ucciderli ed ereditarne gli averi. Una vita di squallore assoluto sin dalla nascita, un vero inferno che la porta a bussare alla porta del tuttofare Kurenai Jiro ancora perso come diciassette anni prima nei suoi sogni di donne irraggiungibili. Proprio in questo film il personaggio raggiunge la sua dimensione estrema, proprio quando ha ricostruito pezzo per pezzo il passato della disadattata ragazza, crolla in lacrime. Si chiede perché proprio non riesce a capirle le donne, così come irrimediabilmente viene attratto in maniera viscerale dalla loro fragilità tanto da farsi coinvolgere, diventare complice, come nel precedente capitolo. Quanti deserti di disperazione dovrà attraversare per poter comprendere l’altro sesso non è noto nemmeno all’autore probabilmente. Scavato in 127 minuti di director’s cut, invero un po’ troppi stavolta, resta un film che è un buco nello stomaco. Una lunga riflessione sulla natura ferina dell’uomo, sull’incomprensione tra sessi opposti, che suscita il solito nugolo di pensieri nello spettatore, ma che purtroppo stavolta pecca decisamente troppo nella confezione finale.

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