Accidental Kidnapper

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Accidental KidnapperChe cosa potranno avere in comune un fallito, Date Hideyoshi, (l’attore televisivo  Takahashi Katsunori), e Densuke (Hayashi Ryo), il figlio viziato di un ricco boss della yakuza? In un mattino di primavera, in un parco, sotto i ciliegi in fiore, potrebbero trovarsi e decidere di partire per un viaggio insieme. Ma Hideyoshi in realtà ha un piano e chiede un riscatto alla famiglia del bambino. Questi i presupposti della commedia road movie di Sakaki Hideo, al suo terzo lavoro dietro la macchina da presa dopo Grow e My Grandmother.
In questo film, però il prevedibile rapporto adulto-bambino si capovolge, il rapitore diventa un padre migliore di quello vero e stabilisce col piccolo Densuke un legame  forte e importante, nonstante i due si siano incontrati del tutto casualmente e siano due perfetti estranei. Accidental Kidnapper (Yukai Rhapsody) rivisita un tema già ampiamente esplorato nelle cinematografie occidentali, e in quella orientale e giapponese in particolare. L’adulto e il bambino che percorrono insieme la strada verso una maturazione parallela si ritrova in un capolavoro  come A Perfect World di Eastwood, in cui i protagonisti si devono scontrare anche contro la società che li circonda e in Kikujiro no Natsu di Kitano. Quindi i modelli ci sono e sono innegabili. Sappiamo che da Ozu, a Koreeda, i registi nipponici sono forse i migliori realizzatori di storie incentrate sull’infanzia che si possano cercare. La novità, se così vogliamo dire, è che Date, proprio non riesce a farsi prendere sul serio come cattivo. Anzi, tenta più volte di lasciare il bambino, ma quello riesce sempre in qualche modo a restargli attaccato. Nella sua generosità, Hideyoshi non ha il coraggio di abbandonarlo quando si rende conto di quanto abbia bisogno di qualcuno che stia con lui.  La metafora della palla rossa e del gioco in questo senso non è affatto casuale.
Il merito di Sakaki, nonostante abbia composto, come recita il titolo, l’ennesima elegia in ricordo della figura paterna, è non lasciarsi prendere dalla commozione o al sentimentalismo, facendosi trascinare, con intelligenza, dalla verve e dalla straordinaria prova del piccolo protagonista. A sette anni Hayashi è un professionista consumato. Scelto tra un centinaio di altri interpreti, spicca per la capacità di rimanere un bambino della sua età con le sue debolezze e le sue esigenze, dando il meglio di se stesso in ogni circostanza. Irresistibile o insopportabile, capriccioso o tenero, sa dosare abilmente le battute e i tempi comici senza mai diventare eccessivo o sembrare artefatto. Merito della sua insopprimibile spontaneità, che è talento. Inconfondibile la madre, YOU, in un complesso ruolo secondario, e ormai musa dei maggiori autori giapponesi contemporanei.
L’apporto dei paesaggi fa il resto, arricchendo un film non certo ambizioso, ma frutto di grande professionalità  e onesto. Alla base della sceneggiatura c’è poi, non dimentichiamolo, la rielaborazione di un romanzo, Yukai Rhapsody appunto, di Ogiwara Hiroshi. I contrappunti paesaggistici rendono visivamente più piacevole il tutto. Terzo premio per la critica e secondo per l’audience award al Festival udinese, nonostante il pubblico giapponese in sala non abbia apprezzato affatto, a riprova dell’abissale differenza di reazione tra gli spettatori asiatici e quelli italiani e occidentali.

 

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