Adrift in Tokyo

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Adrift in TokyoIl quinto film di Miki Satoshi lo proietta definitivamente tra i registi giapponesi più interessanti in circolazione. Le pellicole – di qualità altalenante – dirette e sceneggiate dal regista si collocano tutte nell’ambito della commedia. Se il debutto In The Pool (2005) ha dalla sua parte alcune frecce di comicità assurda, Deathfix: Die and Let Live (2007) dopo dieci minuti affonda nella sua smisurata demenzialità. Tutt’altro discorso invece per Adrift in Tokyo (2007); l’ultima fatica di Miki convince sotto tutti i punti di vista, dalla sceneggiatura (il film è l’adattamento di Ten Ten, romanzo di Yoshinaga Fujita) alla costruzione dei personaggi, semplicemente perfetti.

La trama ruota fondamentalmente intorno a due personaggi: lo studente universitario Takemura (Odagiri Joe) e l’esattore di debiti Fukuhara (Miura Tomokazu). Takemura ha accumulato un debito di 840.000 yen, ma non ha idea di come procurarsi i soldi. Il giorno prima della scadenza, Fukuhara riappare per fargli una strana proposta: accompagnarlo a piedi per Tokyo in cambio di un milione di yen. Takemura non si fida più di tanto, ma non può fare altro che accettare.

Con una premessa del genere, sono parecchie le cose che potevano andare storte, ma Miki riesce a creare un’atmosfera invidiabile, dimostrando una sicurezza dei propri mezzi, ormai pienamente sviluppati, senza sbagliare un colpo. Gli danno una mano i due protagonisti, tra cui si crea un’alchimia assolutamente riuscita; Odagiri nel ruolo dello studente arrendevole e svogliato sembra un “grande Lebowski” filtrato attraverso i disegni di Kato Kazuhiko (aka Monkey Punch), mentre il caratterista Miura infonde al suo personaggio una tranquillità quasi contagiosa (assolutamente strepitosa la sua interpretazione). Insieme formano una coppia di simpatici loosers, che hanno da offrire molto più di quanto loro stessi siano disposti ad ammettere. Naturalmente il loro vagabondare per Tokyo non è altro che un percorso, di maturazione per Takemura, di momenti e ricordi passati per Fukuhara. Un viaggio lungo la Memory Lane. Da questo punto di vista Adrift in Tokyo ricorda certi film “on the road” della New Hollywood, come Scarecrows (Miki a proposito cita Easy Rider e Two-Lane Blacktop) o Fat City, per quanto riguarda i personaggi. Questo aspetto viene confermato anche dalla dissolvenza in nero del bellissimo finale. Il terzo protagonista della storia si rivela essere la città di Tokyo, raramente vista così “dal basso”. Un luogo “fuori dal tempo” popolato da personaggi bizzarri, in cui si possono verificare le situazioni più assurde. Adrift in Tokyo non vuole dispensare alcuna morale, ma solamente raccontare la storia di due persone, compito che assolve con invidiabile pacatezza. Satoshi, in perfetto equilibrio tra dramma e commedia, si prende tutto il tempo necessario per sviluppare i suoi personaggi e non si tira indietro di fronte ai silenzi, mai di maniera. Uno dei film giapponesi più belli degli ultimi anni.

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