Agitator

Voto dell'autore: 3/5
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AgitatorAgitator è un film anomalo. E “anomalo” è una definizione utilizzata fin troppo spesso nei confronti di questo regista. L’anomalia però questa volta è composta dal fatto che essa esiste perchè il film è opposto alle classiche anomalie dello stesso regista. Una specie di alternativa dell’alternativo.
Tralasciando queste riflessioni avvitate diciamo subito che del film ne esistono più versioni. Una, passata nelle sale cinematografiche, della durata di 150′, un’altra uscita successivamente in video in due parti con un supplemento di 50′ in più per un totale di 200′.
Il film è uno yakuza movie d’ordinanza, appartenente a quel difficile filone tipicamente giapponese (Outrage, Battle without Honor and Humanity) di titoli corali, verbosi e statici, di grande successo in patria e difficile accesso in occidente. Certo, spesso quando Miike mette mano a questa materia è capace di realizzare prodotti inclassificabili ed estremi quali Fudoh, Full Metal Gokudo o Dead or Alive. Qui siamo più dalle parti di film quali Yakuza Demon, Graveyard of Honour o, in parte, Deadly Outlaw: Rekka, di cui Agitator è la summa.
Le fughe verso l’universo personale del regista sono spesso tenute a freno, ed emergono inaspettate solo nella caratterizzazione di alcuni
personaggi (uno che in preda al nervosismo si strappa ciocche di capelli) e in alcune brevi sequenze. La violenza c’è ed esplode improvvisa a tratti, ma sempre entro i limiti, abbastanza credibili, del realismo.
La regia è quella che Miike ha sviluppato negli anni e a cui ci ha abituato. Montaggio frenetico, rapido ed ellittico, alternato a lunghi piani sequenza e inquadrature fisse, spesso sviluppate su più piani di profondità. Come “novità” il regista inserisce invece diversi momenti di macchina a spalla fin troppo instabile e alcuni istanti di Ozuiana ispirazione in cui la macchina da presa è fissa a terra quasi a livello del pavimento.
A livello tematico Miike si prende diverse rivincite contro critiche ricevute da scrittori e benpensanti presentando l’ennesima visione, diverse da tutte le altre, del suo universo.
Innanzi tutto l’individuo è di nuovo isolato fin all’interno del suo gruppo. Tra i boss e il gruppo non c’è quasi legame e il tentativo di portare un contatto tra i due universi conduce inesorabilmente alla tragedia. Non c’è onore e quel poco che ne rimane finirà nella tomba pochi mesi dopo in Graveyard of Honour, film tratto dallo stesso romanzo da cui ne trasse un altro Kinji Fukasaku.
Al contempo, e straordinariamente, si affaccia nella storia un universo femminile, unico legame  tra il protagonista e la deriva. Fin dalla prima inquadratura un personaggio femminile è presente, ma la sua lacrima è già presagio di quello che potrà accadere nei successivi 200 minuti. Il protagonista, yakuza puro e duro, arriva a difendere una sconosciuta dalle percosse del suo uomo. In questo modo Miike in un istante fa crollare tutte le accuse di misoginia che si era costruito addosso. Ma il dovere ha priorità assoluta sul rapporto con una donna, prima di tutto viene la yakuza. E così in una sequenza, un  personaggio interpretato dallo stesso Takashi Miike si trova ad infilare il microfono di un karaoke nel retto di una ragazza urlante come accadeva, ma al maschile, in Visitor Q.
C’è ancora chi si ostina a definire Miike un regista direttamente commerciale e pronto all’effetto gratuito; questo film è l’ennesima prova del contrario. Miike segue sempre un (non) ritmo suo, molto blando, non è un metteur in scena di azione tout court (anzi). Il suo stile è anti commerciale, quasi noioso ponendosi aspettative erronee (è forse per questo che -ad oggi-non l’hanno ancora chiamato negli Stati Uniti [a parte che ve lo vedete Miike chiuso in un ufficio 4 mesi a progettare un film?] ). E’ un film difficile, come lo sono i 3/4 dei film di Miike, difficili da seguire, pesanti, ancorati al terreno; ma al contempo fa tutto parte del suo innegabile, unico fascino. Giocare col genere più basso ma con i vezzi dell’autore navigato.

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