Ahingsa – Stop to Run

Voto dell'autore: 3/5
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Ahingsa - Stop to runStrano personaggio, Kittikorn “Leo” Liasirikun. Dopo la vittoria come miglior regista ai Thailand National Film Awards del 2000 con il suo terzo film, Goal Club (cupo e nichilista dramma giovanile basato sul mondo delle scommesse sportive), in seguito alla realizzazione di un piccolo cult come Saving Private Tootsie e alla svolta nell’azione più folle e disimpegnata con The Bullet Wives, eccolo ritornare a sorpresa su territori più impegnativi con un’opera ambiziosa e personale, che è stata proposta all’Academy come candidata thailandese nella sezione dedicata al miglior film in lingua straniera per il 2006 – soffiando peraltro il posto al ben più quotato Invisible Waves di Pen-Ek Ratanaruang. E’ difficile incasellare o definire con poche semplici parole un film come Ahingsa – Stop to Run. I primi titoli che vengono in mente nell’istante in cui si prova a pensare a quali possano esserne state le principali influenze sono prodotti cinematograficamente “oltre” come il Running on Karma dell’accoppiata To/Ka-Fai e – seppur soltanto per qualche breve lampo – il Visitor Q del sommo Takashi Miike. Paragoni che potrebbero spaventare, ma che ben rendono l’idea del brainstorming cultural-cinematografico che deve aver dato i natali all’ultima fatica di Liasirikun. Un “thriller karmico” mascherato da road-movie che si muove sui binari del melodramma, girato con uno stile visionario e coloratissimo, dotato di una colonna sonora avvolgente e insistita.

Si potrebbe provare a raccontarne la trama, specificando innanzitutto che quell’Ahingsa che compare nel titolo è il nome del protagonista: fin da piccolo questi non è stato molto fortunato, anche a causa di una non ben precisata malattia che nessun medico sembrava essere in grado di curare. La cosa non gli ha comunque impedito, miracolosamente, di crescere senza alcun problema fino a raggiungere i ventidue anni. Tutto comincia quando Ahingsa, sotto effetto di LSD insieme ai suoi amici, realizza di poter vedere il proprio karma sottoforma di essere umano: vestito totalmente di rosso e con ai piedi un paio di Nike, l’entità karmica lo punisce in tempo reale per i suoi peccati, permettendogli di vedere il proprio destino e di continuare a percorrerne i binari con maggior consapevolezza, tanto da giungere a predire il prossimo futuro. Ma il tempo extra che l’inguaribile malattia gli aveva concesso – grazie anche alle preghiere della madre – è finito: è giunto il tempo di concludere il suo percorso nella vita, l’ora della morte si sta pian piano avvicinando e non si può fare nulla per fermarla. L’esistenza di Ahingsa sta per collassare su se stessa.

L’idea, non serve specificarlo, è senz’altro brillante. La scrittura del film invece un po’ meno. Nonostante la carne al fuoco sia parecchia (andrebbe citato anche l’incontro di Ahingsa con la sua “promessa sposa” karmica, pedina fondamentale dell’intreccio narrativo) sembra che il tutto proseguendo minuto dopo minuto tenda ad avvilupparsi su se stesso, trascinandosi attraverso una claudicante parte centrale e portando alla lunga ad una certa sensazione di ripetitività. E quando le trame del destino convergono nello splendido finale, salvando lo spettatore dal pericolo della noia, si ha un bruttissimo retrogusto amaro, quello tipico dell’occasione mancata. Davvero un peccato, perchè dal punto di vista tecnico c’è ben poco da obbiettare e le uniche pecche sono riscontrabili esclusivamente nella struttura del film in sé (davvero evitabili tra l’altro certe inutili scene, così come quei patetici e macchiettistici personaggi queer dei quali il cinema thai sembra non poter fare a meno). Ad ogni modo, Ahingsa – Stop to Run resta senz’altro un’esperienza curiosa ed un esperimento più che interessante che non fa altro che confermare la vitalità ed il coraggio di una cinematografia in pieno fermento.

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