
Titolo mandarino:Ban Bian Ren
Titolo cantonese:Boon Bin Yan
Interpreti :Hui So-ying, Peter Wang, Cheung Chi-hung, Yao Lin-shum, Hui Pui, Hui Wai-on, Sui So-kei, Hui So-kam, Kau Ka-chun, Shu Kei
Sceneggiatura : Sze Yeung Ping, Peter Wang
Direttore della Fotografia :Chang Lok-Yee
Montaggio : Chow Muk-Leung, Ng Kam-Wa
Musiche : Violet Lam
Data di uscita : 25/11/1983
Quando il neorealismo italiano si fonde al metacinema di Effetto Notte.
Il cinema di Hong Kong all’interno dei suoi continui corti circuiti sensoriali si è fatto spesso allettare dal metacinema fondendo realtà filmica e extrafilmica con una certa indifferenza (Viva Erotica, King of Comedy) e genialità (il finale di TheChinese Feast). In questo caso ci troviamo di fronte ad un film particolare e in parte assai interessante, che fonde una visione quasi documentarista degli ambienti e dei costumi più popolari del groviglio urbano della città, ad un sottotesto che mostra una carriera di attrice, biforcata in due diverse e interessanti direzioni narrative:
- La presentazione dello stato del cinema e dello spettacolo locale in quegli anni, dei luoghi e personaggi che lo affollavano con continui riferimenti testuali a film, opere, attori, registi. Memorabile è a questo proposito la sequenza in cui la coppia protagonista va al cinema e Cheun Chung-Pak (Peter Wang) si accorge che il protezionista ha operato dei tagli arbitrari sul film, quindi sale in cabina a fatica (l’uomo è praticamente zoppo in una gamba) e lo aggredisce accusandolo di essere la colpa dello stato disperato del cinema cinese.
- Una storia “sentimentale” nell’accezione semantica di “permeata di sentimento”, intensa e credibile e in parte non così convenzionale.
Lo stile di regia è spesso sciatto (anche se non si nega alcune composizioni del quadro ben riuscite), sussegue attori presi per la strada, inserendoli in ambienti “veri”, con persone che di tanto in tanto rivolgono sbadatamente lo sguardo in macchina, in uno stile visivamente freddo che ricorda più l’estetica del documentario antropologico che del film.
Ah Ying (Hui So-ying) è la figlia di una famiglia di venditori di pesce a passa le intere giornate a sventrare i poveri animali (sequenze davvero poco piacevoli a vedersi) e a venderli al mercato; la sequenza ha del meccanico e dell’ipnotico, la ripetizione del gesto su cui la macchina da presa indugia, diviene pura paranoia. Vive in una minuscola casa con i genitori e un drappello di fratelli e sorelle. Stufa di una vita miserabile, di uno stipendio mortificante, essendo la più ribelle della famiglia decide di convogliare la sua sete di “vita” nel mondo dello spettacolo iscrivendosi ad una compagnia teatrale condotta da Cheun Chung-Pak, regista in crisi a causa di un copione da scrivere particolarmente ostico. Tra i due si stabilirà un legame molto forte e al contempo un confronto descrittivo di contrasti tra adulti e gioventù, contestualizzati nella Hong Kong di inizi ’80.
Molto interessante tutta la prima parte ma sul finale il film inizia ad appesantirsi diventando fin troppo lungo e mostrando alcune debolezze strutturali.
Ah Ying è considerato un vero classico del cinema di Hong Kong, ed è diretto da Allen Fong, una delle menti più fervide della new wave locale di inizi anni ’80.
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