#Alive

Voto dell'autore: 2/5
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Non si placa facilmente la corrente di prodotti a tema zombie che ha invaso la Corea del Sud sul finire del secondo decennio del nuovo millennio, rafforzata e fortemente evocata dal successo di Train to Busan.

E questo film esce appunto poche settimane prima di Peninsula, l’attesissimo sequel del film citato. Lavorando brillantemente sul marketing, ha elargito del materiale, soprattutto grafico, particolarmente allettante tale da procurargli un certo sommovimento di pubblico preliminare affamato del genere, quasi una sorta di antipasto in attesa del titolo che sarebbe giunto di lì a poco.

Marketing che almeno all’inizio è riuscito ad adombrare le qualità intrinseche del prodotto. E il problema è sempre il solito di cui andiamo parlando eternamente: la sceneggiatura.

Anche #Alive ha il solito annoso problema; un buon concept, una buona storia ma scritta con dinamiche da terza elementare. Dopo i terribili titoli di testa grafici e anonimi tale da farlo assomigliare più che ad un film, ad una (brutta) serie tv media, il film parte in medias res. Due minuti per caratterizzare ambiente e personaggio e via con la pandemia zombie. Il che non è male. Il fatto è che non c’è mai un briciolo di rigore e di coerenza narrativa.

Ci troviamo di fronte ad un film il cui fine narrativo giustifica tutti i mezzi. E quindi ecco gli zombie che a seconda del momento sono velocissimi e feroci o lenti e inoffensivi, dinamiche logistiche totalmente improbabili, svolte risibili, azioni e reazioni dei personaggi continuamente irrazionali.

L’abusato schema fortunato di personaggi ai margini “gemellati” in un contesto problematico (da Castaway on the Moon a I WeirDO) funziona, gli attori sono bravi ma alternato ad un buon pugno di idee ci sono una mastodontica e ininterrotta sequela di sezioni narrative minimamente credibili. Certo, è complesso ambientare un intero film (o quasi) in un appartamento, ma le leggerezze sono talmente tante da non essere elencabili e ricercano un target finale in un pubblico probabilmente privo di ambizioni e di soddisfazione cinefila. 

Intrattiene, ma dovendo in continuazione fare i conti con una sospensione dell’incredulità davvero difficilmente colmabile. Ed è un peccato perché il film ne esce devastato e penalizzato più del previsto. Un’occasione dolorosamente persa che avrebbe necessitato solo di un maggiore dispendio di tempo nel limare una sceneggiatura ai limiti dell’amatoriale.

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