All for Love

Voto dell'autore: 4/5
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All For LoveGestire adeguatamente un film corale è sempre una faccenda molto delicata. Se poi, in aggiunta a un assortito insieme di episodi e personaggi, si vuole anche che il tutto interagisca in una stretta ed efficace sinergia, il gioco diventa ancora più rischioso e ogni scelta può implicare un insidia, trasformando il film in un vero e proprio campo minato attraverso il quale pochi registi potrebbero permettersi di camminare incolumi. Min Gyu-dong, nel suo piccolo, si propone questa scommessa con All For Love. E la vince con stile. La vivacità con cui trame e sottotrame vengono intercambiate e la solidità nel costruire parallelismi e climax rivelano una genialità non comune. E infatti Min si era già assicurato un posto nella storia del cinema con il suo Memento Mori, esordio girato a quattro mani con Kim Tae-yong , il quale dal canto suo ha dato una altrettanto convincente conferma di recente con il bel Birth of a Family. Purtroppo il semi-horror dei due amici-collaboratori era stato un grosso flop al botteghino, innescando una chiusura dei finanziatori costata loro una pausa forzata di ben sei anni. Non proprio pulito e accondiscendente, e ancor meno zuccheroso o buonista, All For Love ha il pregio di dar vita a personaggi veri seguendo i loro alti e bassi, i litigi e gli affetti, le risate e le miserie, dando il giusto spazio a tutti senza sbilanciamenti. La commistione di più generi permette inoltre al regista di dispiegare momenti di azione poliziesca, commedia romantica brillante, perfino dramma ad ambientazione sportiva e ospedaliera. Eleganti i giochi di incastri e gli azzardati virtuosismi registici (gli split-screen telefonici sono eccezionali!), accompagnati però a una fastidiosa forzatura delle coincidenze, che, usate come espediente per legare e impastare i vari segmenti, finiscono inevitabilmente per inficiare la sospensione dell’incredulità e sfiorano in alcune occasioni il ridicolo. Per fortuna nel finale, costruito con un ritmo incalzante sui parallelismi e su un intenso ed emozionante crescendo, tutti i nodi vengono sciolti e tutti i fili riaggomitolati. Una colonna sonora in perfetto stile “commedia hollywoodiana anni ’60” camuffa abilmente la natura più introspettiva del film, ricco sia di densi contenuti primari – l’amore che finisce o che non vuole iniziare, la decostruzione della famiglia – che di messaggi secondari – il post-celebrità, il mondo degli idol, il contorto universo mediatico -. Si aggiunga poi più di un riferimento alla cultura popolare (filmica e non: OldBoy, Totoro, A Bittersweet Life), sottendente a un contesto realistico che aiuta a rendere più veri i personaggi, già concretizzati dall’ottimo lavoro di tutti gli attori. Anche in questo campo le scelte sono state tutte indovinate e diversificate sia per tipologia che per età. Dal veterano Joo Hyeon (A Family), eccezionale nella parte del burbero innamorato, alla piccola Kim Yoo-jeong, adorabile e strappalacrime; da Eom Jeong-hwa (Princess Aurora), famosa anche come cantante e attualmente al centro di molte polemiche, a Kim Soo-ro, caratterista dotato che recentemente ha avuto un paio di ottime occasioni (questa e Vampire Cop Ricky); dal divetto Jeong Gyeong-ho all’ammaliante Yoon Jin-seo (Sympathy for Lady Vengeance); da Im Chang-jeong (Sex Is Zero), che dimostra grande padronanza scenica in una parte inconsuetamente drammatica, a Hwang Jeong-min (You Are My Sunshine, Bloody Tie), irresistibile nel ruolo che gli è congeniale di un impacciato e buzzurro vergine trentenne. E poi svariati camei e piccole parti che contribuiscono a dare un respiro più ampio alla coralità di voci e di presenze, in un susseguirsi di trovate e di siparietti che difficilmente stancheranno, nonostante la durata del film.

Le atmosfere magiche e insieme morbose di Memento Mori sono lontane, qui ci sono luci, colori, quotidianità e una gamma vastissima di sentimenti. Il fatto che sia un prodotto studiato per non deludere finanziatori e pubblico non toglie che sia avvolgente, girato con una padronanza esemplare dei tempi e che metta di buon’umore. Una delle migliori sorprese dell’ottavo Far East.

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