All Night Long

Voto dell'autore: 4/5
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Come sia accaduto è difficile da capire, fatto sta che il film All Night Long e i suoi sequel sono in poco tempo assurti a prodotti simbolo di una corrente limacciosa e nichilista del cinema nipponico, diventando una sorta di stereotipo e nome classico da estrarre dal cilindro a seconda delle esigenze. Sarà che la sua nascita è corrisposta ad un periodo di maggiore diffusione dei testi filmici (grazie alla presenza delle nuove tecnologie e dei supporti digitali) e che tramite le proprie violenze interne è riuscito a fare breccia in tanti fans del cinema (s)exploitation garantendosi così una robusta cassa di risonanza mondiale.
Da dove provenga tanta rabbia è dura da dire, il film in questione può essere in parte figlio degli esordi di Sogo Ishii specie del suo Big Panic High School, o perché no, del Dangerous Encounters – 1st Kind di Tsui Hark mentre a sua volta è stato affiancato (a sproposito?) a titoli del calibro di Guinea Pig ed è stato papà quasi sicuro dell’opera di Daisuke Yamanouchi. Sui Guinea Pig si legga Jack Hunter che dice “simile ai primi due episodi di Guinea Pig è la trilogia All Night Long di Katsuya Matsumura, iniziata nel 1992 […]. Come Guinea Pig, All Night Long porta il sadismo oltre la sfera meramente sessuale, dentro un universo omicida veramente sadiano, ma nel farlo non mette in atto alcuna discriminazione sessuale: uomini e donne vengono violentati e liquidati in modo ugualmente spassionato, solo i più forti sopravvivono”(da Erotismo Infernale). Riguardo invece all’influenza sull’opera di Yamanouchi è innegabile; innanzi tutto per diretta dichiarazione del regista i due si conoscono (v. intervista), inoltre Yamanouchi cattura vistosamente da Matsumura soprattutto la capacità di utilizzare le porzioni urbane e di renderle partecipi della deriva umana messa in gioco.
Il film in sé è un enorme castello di carte dalla basi poco solide, anche un po’ confuso nella furia nichilista spinta agli estremi, e al contempo pregno di facili simbolismi. La regia che lo sottende però è ottima e la motivazione del creatore della saga è coerente e interessante. Ecco che il film diventa così un innegabile e imprescindibile monumento al lato oscuro di una cinematografia che -anche a livello sociale- ha fatto del “kawaismo” la propria bandiera ideologica mentre in All Night Long, stendardo del v-cinema, ossia l’intifada di celluloide del cinema giapponese, ribolle tutto un magma nero e purulento pronto ad evidenziare le contraddizioni e il germe del male insito in seno della nazione.

Tre ragazzi di diversa estrazione sociale, tre creature tipizzate, estremamente diverse. Insieme assistono al brutale omicidio di una ragazza ad opera di un uomo che ha deciso di non seguire più le regole umane che sottendono questo mondo sociale. Turbati da questo evento/simbolo lo assumono come scusa per creare un rapporto tra di loro, una “vaga” amicizia in una società che sembra non permettere nessun legame sincero, stabile e profondo.
Ma giunge un secondo trauma a turbare le loro esistenze, trauma di sesso femminile che è di nuova alibi e stimolo ad un passo, il passo “oltre”. Così, armati di tutto punto operano un massacro contro i “cattivi” sempre dietro ad una vaga idea di “vendetta” legata ad un ipotetico quanto friabile codice di amicizia virile.

I ragazzi vendono i  propri corpi egregiamente nell’interpretare dei tipi umani iperreali mentre piomba in mezzo al film la classica comparsa di Taguchi Tomorowo (Tetsuo, The Call) perennemente sopra le righe.
A metà film il ragazzo timido dei tre vomita addosso ad una ragazza, colto dall’emozione (che arrivi da qui il tormentone di South Park?).
Se non fosse bastata, l’energia accumulata dal regista e tutta la sua rabbia convergerà nei numerosi sequel.

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