Alone in the Night

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Yoru Ga Mata KuruL’ossessione è il nodo centrale nella creatività di un autore. Così in tutti i film di Ishii Takashi è facile trovare tracce distinguibili del suo passaggio. Basta far caso a tutti gli elementi comuni: la pioggia, le luci al neon, l’estremo e quelle donne ritratte in accordo a tutte le sue visioni in cui romanticismo e erotismo sono spesso uniti dal terribile tracciato della violenza. Se già la sua scrittura degli esordi, quella degli Angel Guts, filtrata da altri registi era ben riconoscibile, fu nel momento in cui il suo occhio si sostituì dietro la camera a quello dei suoi colleghi, che finalmente ebbe i mezzi per modellare il suo universo. Alone in the Night che è il suo quinto film per il cinema, si colloca dopo l’ultimo episodio della famosa saga, Angel Guts: Red Flash, ed esce praticamente nello stesso anno per la stessa produzione. Ancora oggi viene confuso come un ulteriore capitolo della saga, ma è un errore comune a tutti quei critici che spesso si sono fidati ciecamente delle fonti sbagliate. Tornano anche qui la coppia di protagonisti di molti altri suoi film, Tsuchiya Nami e Muraki Tetsuro, ma similmente all’Antoine Doinel di Truffaut, sono al solito personaggi che si declinano a seconda dei casi e delle storie senza una vera continuità tra l’uno e l’altro film.

«La notte cala di nuovo» per loro, come recita il titolo originale Yoru ga Mata Kuru (夜がまた来る), e mai come stavolta è tetra; mai la vita di Nami (Natsukawa Yui) è stata così effimera negli episodi precedenti o successivi della sua vita cinematografica. Quello ritratto da Ishii è sempre un mondo di brutalità maschile, che funziona secondo i ritmi imposti dall’omosocialità, che nello specifico mondo della Yakuza sono le regole dettate dal senso di responsabilità, l’obbligo verso i membri più anziani noto come giri. Muraki Tetsuro (Jinpachi Nezu), come da classica dinamica imposta dal regista nelle sue storie, viola continuamente le regole a causa di questa donna disperata, diviso tra la protezione dovuta al boss Ikejima e quella misteriosa per la donna, che nasconde qualche oscura motivazione. Rimasta vedova del marito, poliziotto infiltrato nella gang scoperto dai malviventi, Nami discende sempre più inerme in un inferno di disperazione alla ricerca di una improbabile vendetta verso il boss. La sua vita conta ben poco, tanto è vero che a più riprese tenta il suicidio, da cui a salvarla è sempre Muraki. C’è una sostanziale differenza tra questa donna e quella dei film precedenti, forse perché raccoglie in sé frammenti di tutte le altre: Dissoluta come quella di Angel Guts: Red Classroom, priva di speranze come quella di Angel Guts: Red Vertigo e abbandonata a se stessa come quella di Original Sin o A Night in Nude. Stavolta sembrano concentrarsi in lei tutte le caratteristiche che Ishii ha sempre voluto imprimere nel suo personaggio.

L’amore quindi è sorta di totale annullamento in un microuniverso criminale, che altro non è che la putrescenza di quello più grande attorno, che è la società giapponese del tempo. Le regole di questo mondo ammettono solo relazioni gerarchiche, in cui l’unica moneta di scambio è il potere. La questione sarebbe esplosa nel successo commerciale di Ishii, Gonin, dove gli fu chiesto esplicitamente  dall’amico attore Takenaka Naoto, di fare una storia sugli uomini, piuttosto che sulle donne. Ma tutti gli uomini, seppur buoni, sono destinati a diventare bestie senza redenzione, perché queste sono le regole del gioco. Nell’estenuante finale, mai così lungo per un film del regista, è palese come Muraki non sia un eroe, ma piuttosto un inconsapevole redentore. Il senso di colpa lo muove e lo spinge contro la morte. E questa non è la prima volta che la salvezza di Nami è determinata dalla fine di Muraki. Accadeva già dal primo film da regista, Angel Guts: Red Vertigo, precedentemente citato proprio perché apriva il ciclo delle storie di Nami Tsuchiya e Tetsuro Muraki direttamente girate da Ishii e che idealmente si conclude qua, almeno per un decennio buono. Solo in tempi recenti entrambi i personaggi sono tornati a vivere in una serie di film, come The Brutal Hopelessness of Love (2007) e A Night in Nude: Salvation (2010), dove sono assai invecchiati e resi doppi, tripli, diversamente profondi dagli anni scorsi anche per il loro autore. E perciò fa impressione vedere come questa Nami, che in Alone in the Night brucia in tutta fretta di passione e disperazione, sia sopravvissuta a tutto ciò. Bella e volubile com’è, tutto il male vissuto non è mai stato capace di annientarla, lei sopravvive sempre.

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