Amazing Lives of the Fast Food Grifters

Voto dell'autore: 4/5
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tachiguishi-retsudenOshii Mamoru continua un suo percorso coerente di produzione cinematografica del tutto personale, autoriale, muovendosi tra animazione classica, live action e prodotti poco classificabili come questo. Ad avere un autore del genere in Europa la critica si spellerebbe le mani mentre invece il suo nome continua ad essere fin troppo tenuto sotto silenzio nonostante la visibile influenza e l’intelligenza del proprio cinema, silenzio bloccato da un breve sussurro dopo il passaggio del suo Sky Crawlers al Festival di Venezia. Ma tant’è, Asian Feast serve anche a questo.
Ghost in the Shell, Avalon ed ora Tachiguishi Retsuden, ovvero le vicende di cinquanta anni di storia del Giappone post bellico vista attraverso le gesta di uomini-supereroi, ovvero gli “scroccatori di cibo nei ristoranti”.

Tessuta da una voce off continua che in parte rallenta il ritmo del progetto, di volta in volta sono narrate le vicende di un personaggio che trova modi e stili per mangiare senza pagare in un tipico ristorante locale. Sono così narrati percorsi storici, percorsi culinari e tipi umani in una sorta di movimento iperrealista, narrato come un cinecomics che trasforma persone in personaggi mitizzati.

Come non bastasse la storia abbastanza folle tratta da una serie di racconti dello stesso autore pubblicati a puntate in Giappone, è la scelta della messa in scena nominata “superlivemation”; difatti ogni personaggio è bidimensionale e statico, composto da foto animate (trentamila!) e sorrette da visibili aste in 3D, una sorta di finto teatro delle ombre senza ombre, animato in set virtuali dalla computer grafica. Insomma, una straordinaria invenzione/trovata tecnologica di pari efficacia rispetto ad altre occidentali ma di cui si è dovuto accusare solo un colpevolissimo silenzio.
Invece la resa visiva è a dir poco refrigerante, un continuo florilegio di invenzioni, un utilizzo del 3D geniale e intelligente, continuamente baciato da tocchi di finezza, mai volgare, mai arrogante.
Probabilmente l’ostacolo maggiore è stato quello di essere un prodotto sprofondato in un contesto locale, invaso da una continua voce off e privo di un’azione riconoscibile e quindi dotato di un ritmo assolutamente inedito a metà tra la graphic novel, il cinema di marionette e qualcosa di totalmente nuovo. I personaggi sono stati deformati, aumentando il volume delle teste rendendoli così simili a tanta animazione “super deformed” tipicamente locale. Gli “attori” sono tutti noti mangaka amici del regista e le musiche dell’ormai onnipresente Kawai Kenji.
Un’opera straordinaria che non tradisce il genio di Oshii, assolutamente da recuperare per scoprire altri baluardi di cinema.

 

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