Amazing Stories

Voto dell'autore: 3/5
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Esaltato e “riscoperto” dal collega francese Julien Sévéon, Amazing Stories è un film fantastico in 3 episodi che ad Hong Kong si è guadagnato la classificazione CAT III principalmente (immaginiamo) per le timide sequenze di sesso (e per una scena di auto-aborto inflitto con un gancio da macellaio). Come un po’ la maggior parte dei film taiwanesi del periodo è un oggetto “storto” che guarda all’immaginario, e soprattutto alle modalità tecniche di messa in scena, dell’ex colonia inglese, personalizzandolo con uno sguardo timido al Giappone (specie nella prima storia) e a tratti anche un che di impostazione visiva all’occidentale. Regia senza particolari spunti, fotografia più che buona sulla media del periodo e del genere, spunti narrativi che sembrano (lo sono?) di chiara ispirazione letteraria, così simili a tanti racconti classici del fantastico cinese (come quelli che hanno ispirato Storia di Fantasmi Cinesi, Painted Skin et similia).

Nella prima storia il signor Chao abusa della sua donna e provoca la morte del fratello autistico di lei. Il suo bambolotto prenderà vita e porterà vendetta.
Nella seconda storia un bambino libera un animale in trappola che si rivela una bella donna spirito. Molti anni dopo il ragazzino per lavoro profana tombe e ruba braccia di scheletri, viene circuito da una donna affascinante che è in realtà un demone letale. Nel climax del rapporto quando questa si rivela a fa per ghermirlo il ragazzo sarà salvato dallo spirito liberato da bambino.
Nella terza, in una locanda gestita da una coppia, l’età avanzata di lui impedisce alla donna di avere un bambino. Questa quindi si invaghirà di uno sconosciuto di passaggio arrivando a progettare la morte del suo stesso marito. Ma non tutto è come sembra.

A tratti visivamente affascinante, con qualche sussulto positivo, raramente il film sorprende e riesce a coinvolgere. Il problema di tanto cinema taiwanese del genere e periodo è proprio quello di riflettere e ripetere stilemi e stimoli in maniera fredda e meccanica senza però riuscire a creare pathos e un reale coinvolgimento nello spettatore, ovvero esattamente il contrario del modello imitato (il cinema di Hong Kong). Alla fine il film si evolve, passa, compatto, curato, rigoroso ma senza lasciare davvero nulla.

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