An Empress and the Warriors

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An Empress and the WarriorsQuante parole si possono sprecare per parlare di un film che segna la morte artistica di una delle più grandi ed influenti figure del cinema di Hong Kong degli ultimi vent’anni? Ma soprattutto, quanta può essere la delusione nello scoprire che la nuova opera del regista di capolavori del calibro di Duel to the Death o Swordsman 2 è una porcheria di proporzioni difficilmente immaginabili? E’ più che arduo trovare una risposta adeguata a delle simili domande: la frustrazione nel vedere l’immenso Ching Siu-tung alle prese con un simile abominio è inquantificabile, in special modo dopo il lungo periodo intercorso dall’ultimo film girato in patria. Un periodo di pausa che lo ha visto nel frattempo coreografare film per Uwe Boll (per la trasposizione cinematografica del videogioco Dungeon Siege) e girare squallidi action movies con protagonista Steven Seagal (Belly of the Beast).

An Empress and the Warriors è un evidente retaggio del percorso di rimbecillimento totale al quale Ching Siu-tung si è sottoposto negli anni recenti, durante i quali ha evidentemente perduto tutto ciò che aveva accumulato nei decenni precedenti realizzando capolavori su capolavori. Perchè anche tralasciando la pessima sceneggiatura, del tutto priva del benchè minimo spunto, è sorprendente non riuscire a trovare nemmeno un’idea che sia una né dal punto di vista delle coreografie marziali né dall’ottica puramente registica: i combattimenti sembrano messi in scena da un regista alle prime armi (non si contano le scene d’azione realizzate in uno squallidissimo campo/controcampo, praticamente l’anticinema) e mancano totalmente di fisicità, il montaggio è del tutto convenzionale (senza presentare un solo briciolo dell’anarchico furore che ha reso celebri i wuxia più riusciti dell’ex-colonia) e l’intero cast sembra recitare svogliatamente, regalando a tratti dei siparietti di estrema ridicolaggine. Kelly Chen in primis, che nella sua interpretazione distribuisce risate ed umorismo involontario in quantità.

Come se non bastasse (ebbene si, ce n’è ancora) l’impostazione generale e la struttura stessa del film sembrano ricalcare alla perfezione il manuale del perfetto blockbuster americano, senza risparmiarsi neanche una serie di melense lungaggini del tutto inappropriate e assolutamente prive di alcuna poetica. L’unico pregio, a volerlo cercare, è la durata che non supera di molto i novanta minuti; ma anche così è troppo. Ching Siu-tung, ti prego, ritorna in te. Ci manchi tantissimo.

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