Android Girl Nami

Voto dell'autore: 2/5
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Android Girl NamiCome si sia arrivati a questo punto non è dato sapere. Android Girl Nami, prima parte di un dittico conclusosi con Android Girl Rima è una grossa delusione. Non tanto per il film in sé, anche interessante e piacevole (oltre che inaspettato) quanto per il fatto di non contenere nessuno degli eccessi a cui ci ha abituato il regista. Lontano dai pink, il film è un ritorno al v-cinema, ma dai vecchi esperimenti precedenti sembrano passati secoli. Yamanouchi si impossessa totalmente del digitale arrivando a permettersi una prima parte, nemmeno troppo breve, interamente realizzata in un rudimentale e vistosamente artificioso 3D. Gli effetti speciali in computer graphics continuano ritmicamente ad intervallare il film che si rivela essere nientepocodimenoche un’ambiziosa saga fantascientifica a spasso nel tempo tra il futuro rappresentato da stazioni orbitanti e oasi galleggianti nello spazio e il Giappone del 2004; il Guerre Stellari di Yamanouchi. Esteticamente, l’interazione tra componenti digitali e reali ricorda un pò la resa visiva di un Latex di Michael Ninn. Ma è l’intera carriera del regista a venire autocitata magistralmente nel corso del film. Fin dall’inizio, nel presentare Nami appare la prima strizzata d’occhio (notate la sottile battuta) al finale del secondo capitolo del suo Red Secret Room, mentre subito dopo notiamo le amiche/nemiche rinchiuse in due gabbie sinistramente illuminate di rosso (altra citazione dallo stesso film). Proseguendo la visione sembra di trovarsi di fronte ad un’ennesima variazione del Kyoko VS Yuki, rappresentato dallo scontro Nami VS Vampira Spaziale e a metà film, la storia si ingolfa improvvisamente trasformandosi in una finta inchiesta televisiva con tanto di imprevisto-cattura proprio come in Muzan-E. Cosa c’è che non va? Che il prodotto è decisamente soft, quasi un’avventura di derivazione manga (ma solo nell’estetica, non certo nella regia) apertamente per ragazzi; non un nudo (nonostante che tra le protagoniste ci siano delle note idol) mentre il sangue sgorga ormai in forma molto timida; questo vuol dire che di sangue ce n’è e anche parecchio ma decisamente poco rispetto agli standard a cui ci ha abituati il regista mentre violenza prettamente grafica è praticamente assente. In questo senso una sequenza è significativa di questo ammorbidimento ma al contempo sintomatica di questa scelta. Nami è seduta in posizione fetale mentre nella cella attigua la vampira spaziale sta ghermendo una guardia. L’inquadratura è fissa su Nami e la violenza avviene tutta nel fuori campo, solo dei sottili e prolungati zampilli di sangue schizzano davanti Nami sfiorandole i piedi nudi e disegnando astratte ragnatele cremisi a terra. L’espressione di Nami è tra il candido, il curioso e il giocoso, il suo volto è come quello di una bambina che vede passare davanti a sé una fila di formiche. Questa è probabilmente l’inquadratura più bella del film, anche perchè, in contrasto all’espressività (almeno qui) dell’attrice Manami Yasui, gli altri attori rasentano spesso l’imbarazzante, cosa che non sempre avveniva nei precedenti lavori del regista.Il film apre in pieno tocco Guerre Stellari, voce off e testi a scorrimento, seguiti dalla distruzione della terra a causa dei conflitti e dalla fuga di esseri umani verso stazioni orbitanti spaziali. Sempre grazie al 3D viene mostrata la creazione degli esseri femminili androidi e della stessa Nami, con un effetto che ricorda fin troppo il film d’animazione Ghost in the Shell di Mamoru Oshii. Nami è messa nella cella vicina a quella dove è imprigionata la vampira spaziale che, quando non viene abbeverata con sacche di emoglobina si nutre aprendosi le proprie vene. Dopo aver scolato le due guardie la vampira evade e si fa rispedire indietro nel tempo nel 2004 dove inizierà a lavorare in un gothic night club di Shinjuku, il Lady Vampires, un luogo ideale per nutrirsi del sangue dei clienti. Nami è mandata indietro (e finirà prima nelle mani di un losco faccendiere, poi a danzare in modo a dir poco meccanico in un night club che manda solo canzoni tarocche della ost di Pulp Fiction) per ritrovare la vampira ma tra le due scatterà prima un conflitto seguito poi da una complice alleanza per ritrovare entrambe la libertà.La regia è stavolta semplicemente funzionale, mentre ha fatto progressi la fotografia, vistosamente digitale ma tutta colorcorretta. Il film rientra nella categoria dei più cinematografici e canonici nella narrazione del regista e potrebbe essere al contempo un buon film per avvicinarsi al suo lavoro visto il livello basso di estremismi, ma al contempo potrebbe deludere per lo stesso identico motivo. Gli attori sono praticamente scadenti, si salva Manami Yasui e in parte Yuki, mentre si fa notare Salmon Sakeyama in un ruolo fin troppo simile a quello ricoperto in Blood Sisters.

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