Ang Panday

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AngPandayPanday sta alle Filippine come Superman agli USA. O come Darna o Captain Barbell, visto che l’universo supereroistico filippino è nutrito e fortunato. Ma tant’è, dal 1979 furono pubblicate all’interno di “Pilipino Komiks” (scritte da Carlo J. Caparas e illustrate da Steve Gan) le avventure del fabbro (panday, appunto) Flavio. Un anno dopo, Fernando Poe, Jr., il re dell’azione cinematografica locale (una vera icona del paese) prende le redini del progetto dirigendo e interpretandone il film per ben quattro volte dal 1980 al 1984.

Flavio è il fabbro di un paese vessato da alcuni invasori che sottomettono il popolo, stuprano le donne, aggrediscono e uccidono i deboli e impongono all’uomo di marchiare a fuoco dei bambini. Una notte dal cielo precipita una meteora. Flavio la raccoglie e da essa forgia un pugnale (chiamato Balaraw) che si rivela subito di impressionante potenza. Grazie a questa arma trova la forza di ribellarsi e abbattere gli invasori partendo poi alla volta di un viaggio accompagnato dall’anziano assistente, da un bambino e una ragazza. L’arma sarà ancora più utile quando mutando in una spada si rivelerà fondamentale per abbattere creature sovrannaturali che l’eroe si troverà davanti; stregoni mutaforma, zombie, demoni assetati di sangue, spettri e sul finale la sua nemesi, Lizardo e il suo esercito.

Mutato istantaneamente in classico del cinema filippino, Panday ha prodotto una pletora di versioni diverse della storia, partendo da una immediata serie animata di metà anni ’80, numerose versioni cartacee, serie TV e altre incarnazioni per il cinema fino al rccente (e deludente) remake del 2009. Inaspettatamente, folklore e esotismo a parte, Ang Panday si rivela un ottimo e anomalo fantasy accattivante e assolutamente coinvolgente. Anche la forma è anomala con una prima parte esente di sovrannaturale che lo mostra quasi come un film di impegno civile, di contrasti tra occupati e occupanti, anche abbastanza crudo. Nella seconda parte, quella che contempla il viaggio e l’apparizione della Balaraw, il ritmo si fa più vivace, facendo penetrare improvvisamente tutto un contesto fantasy mediamente violento. La regia è buona ma è soprattutto il gusto compositivo del quadro a colpire donando una certa classicità western all’inquadratura, mentre anche gli scontri e i duelli sono più che ben coreografati grazie alle performance dei The Thunder Stuntmen. I tempi filmici sono gestiti con parsimonia e assoluta competenza; il pugnale non appare prima di metà film e sembra un’arma finanche minuta rispetto alle sfide da affrontare e il cui potere sembra essere più che altro magico, proiettato dai classici effetti ottici. E’ solo sul finale in una sequenza suggestiva prima dello scontro con Lizardo che l’arma muterà in una vera e propria spada. Un classico quindi, da vedere e (ri)scoprire, sicuramente per capire meglio cinema e cultura filippina, per sprofondare nell’universo supereroistico asiatico o anche solo per vedere un film inaspettatamente e dannatamente suggestivo. Ormai imprescindibile.

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