Angel Guts: Nami

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Angel Guts: NamiNelle interviste rilasciate a Jasper Sharp presenti nel cofanetto contenente cinque dei sei episodi di Angel Guts, quella vecchia volpe di Ishii Takashi parla prolungatamente di questo film di Tanaka Noboru basato sui due personaggi più ricorrenti delle sue storie. Trattandosi del terzo film della saga dopo i discreti primi due episodi diretti da Sone Chusei, questo soffermarsi più volte su questo singolo episodio è sintomatico di quanto il creatore sia conscio che si tratti del migliore dei Roman Porno sceneggiati da lui e probabilmente unico competitore diretto delle sue stesse regie.

Il personaggio di Nami esordisce già nel primo episodio della serie Angel Guts: High School Co-Ed, ma è solo nel secondo in cui compare per la prima volta Muraki Tetsuro, che incominciano a delinearsi i tòpoi della loro storia d’amore disperata che si dipanerà in diverse pellicole di cui gran parte diretta dallo stesso Ishii. Ovviamente l’approccio alla caratterizzazione del personaggio è ben diversa da parte degli altri autori rispetto al creatore. Qualcosa manca, probabilmente l’afflato stesso, quell’ispirazione che ha soffiato l’anima nella prolissa serie di evoluzioni delle storie e dei sentimenti dei due. Così mentre Sone propese per un approccio diligente e pragmatico alla sceneggiatura originale, Tanaka invece si appropriò della storia per adattarla il più possibile ai suoi scopi.

Sembra curioso dirlo di una saga piena di brutalità e violenza, ma Nami è forse l’episodio più pop tra tutti. A cominciare dal tormentone musicale all’epoca celebre, Mizuiro no Ame di Yagami Junko, ripetuta più volte nell’economia della storia, sembra che la vera ossessione del regista sia quella di confezionare un film nella maniera più accattivante per le orecchie e gli occhi dello spettatore. La cura estetica è asfissiante. Già dai titoli di testa in cui le tavole realizzate dall’Ishii fumettista sfumano nel volto della bellissima protagonista Kanuma Eri, forse la più somigliante di sempre alla controparte cartacea, si intuisce che Tanaka ha dichiarato una vera e propria guerra all’opera originale. Tutta la pellicola  infatti vive nel riflesso del conflitto tra uno sceneggiatore così ingombrante e un regista pieno di personalità, ma la dualità crea una strana sintonia per cui, se nel soggetto continuano a vivere alcuni classici sotto testi della saga cartacea, allo stesso modo trovano spazio le divagazioni grafiche di chi si sta occupando di imprimerle sulla pellicola.

Nami è una reporter che si occupa di cronaca nera inseguendo le vittime di violenze anni dopo il trauma. Alimentando la curiosità morbosa dei suoi lettori, finisce però essa stessa vittima della sua di curiosità in una spirale discendente verso la violenza che cerca di narrare. A tentare di trattenerla al di là del confine della sanità ci prova il sofferente Muraki con un tragico matrimonio fallito alle spalle. Così come nel precedente film Angel Guts: Red Classroom il terreno su cui basare la vicenda era l’ambiguità di fondo di queste pellicole ad alto tasso di violenza: quel labile confine tra lecito e illecito nel rappresentare certi temi che finisce per coinvolgere realizzatore e spettatore in un rapporto di livida complicità. Invece Tanaka sembra assolutamente disinteressato alla cosa a differenza di chi lo ha preceduto e di chi verrà dopo nella saga. Come se non spettasse a lui dissimulare quanto viene mostrato nella pellicola, quasi annoiato da questo discorso, finisce per dedicarsi soprattutto al curioso evolvere dell’amore tra i due protagonisti. La ricerca grafica sfuma in caratterizzazione, per cui sequenze intensissime come l’allucinatorio finale in cui Nami immagina simbolicamente di offrirsi alla redazione o di essere violentata da essa, sono il grido di dolore di una persona che si è spinta troppo in là, con un terribile conto da pagare che può solo dissolversi nella sua disperazione più totale.

L’apporto di Ishii è definitivamente limitato. Tra le altre cose dette nelle interviste a Sharp ammette candidamente che l’idea di un maniaco che prova piacere a dissezionare le persone durante l’atto sessuale sia qualcosa di decisamente troppo estremo, che in qualche modo gli ha insegnato a non andare troppo oltre. Il punto è che sia stato Tanaka a portarlo su schermo, mentre è lecito pensare che Ishii stesso si sarebbe limitato in cabina di regia. Nel primo dei due quindi vive la pura celebrazione estetica del cinema, nell’altro vive una scrittura intima, l’esigenza di dar sfogo alla propria creatività in pellicola o carta che sia. Due diversi approcci alla stessa materia che arrivano da direzioni totalmente opposte. A giudicare però dal lascito dei Roman Porno nel cinema che verrà sembra in qualche modo il primo ad averla vinta. Piano piano il genere si spegnerà negli anni ’80, ma l’approccio grafico di Tanaka e di altri suoi colleghi sopravviverà finendo per deflagrare nell’horror estremo giapponese. Per quanto concerne Ishii è noto invece come i suoi futuri film vireranno verso il melodramma a tinte fosche, che una volta scalfita la superficie avrebbero rivelato la sua autorialità. A questo è probabilmente riconducibile il senso di straniamento per i suoi personaggi usati a proprio piacimento da un altro regista con tempi e modalità che lui non sarebbe probabilmente riuscito ad usare, perché lontani dalla sua sensibilità e ciononostante talmente validi da condurre ad un notevole risultato.

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