Angel Guts: Red Classroom

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Angel Guts: Red ClassroomTetsuro Muraki, editore delle rivista pornografica Gravure Magazine, è ossessionato da una ragazza che veniva violentata in un “blue film” visto diverso tempo prima. Incontrandola casualmente le fa accenno di questa cosa e le chiede se desidera lavorare per lui, ma le parole, i segni sul corpo e gli atteggiamenti di lei, gli fanno comprendere immediatamente che quello stupro era reale. Il prossimo appuntamento tra Muraki e Nami viene fissato per il giorno successivo.

La sceneggiatura scritta da Ishii e Sone prende in esame due personaggi schiacciati da uno stesso evento vissuto in maniera alquanto diversa, per traghettare il loro futuro verso un oceano ancora più nero. Muraki è un uomo frustrato dal suo lavoro, l’incapacità di girare un film come vorrebbe e la consapevolezza che se portato a termine non sarebbe accettato, l’hanno reso indifferente e freddo, isolandolo dai colleghi. Comportamento che incide anche sulla sua vita privata e che egli non manca di perseguire nei rapporti sentimentali. Nami Tsuchiya sembra invece possedere due distinte personalità, così come rappresentato in un’efficace gioco di specchi dove il suo viso sdoppiato viene ricomposto in uno solo distorto. La dolcezza che traspare esternamente nasconde un corpo ferito nel profondo. In tal senso l’ultima inquadratura diventa un riflesso della vera anima di Nami, donna debole che lotta per liberarsi dalle lacrime versate mascherandosi da ninfomane, condizione ingrata che però lei preferisce a quella sottomessa “interpretata” durante lo stupro subito. Ed è qui che trova terreno fertile il Takashi Ishii pensiero: “i miei roman porno non fanno del sesso una via che porta al concepimento e alla vita, ma è piuttosto un’arma che avvicina alla morte”. Morte non necessariamente fisica quanto dell’anima, morte della vita interiore.

Per ciò che riguarda gli aspetti strettamente tecnici del film, bisogna riconoscere a Chusei Sone un ruolo di sperimentatore. Prendendo in esame la breve scena dell’uomo ubriaco che si accompagna a Nami, il regista riesce a creare degli effetti di movimento e capogiro validissimi, servendosi di inventiva e materiale a basso costo, non facendo leva su tradizionali e abusati metodi di ripresa convulsi, singhiozzanti e fuori fuoco. Le seppur povere scenografie costruite in studio sanno essere attive per merito di variazioni cromatiche che seguono il trascorrere del tempo, mentre un’altra particolarità sono le lunghe sequenze erotiche che trascurano il montaggio e si affidano giocoforza a un’unica inquadratura. Ma anche l’impersonale telecamera fissa di stampo documentaristico adottata in taluni frangenti non rimane sempre tale e il suo rovescio sono inquadrature più ardite che inseguono i corpi, li solleticano, li sfuggono e li riconquistano, per infine staccarsene nuovamente e scrutare la copulazione in modo atono e distaccato. Un po’ come l’esistenza di Muraki senza Nami.

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