Angel Guts: Red Flash

Voto dell'autore: 3/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [2,00/5: 1 voti]

Angel Guts: Red FlashIl cinema è in sé rappresentazione artefatta della realtà. Rilassare i confini di ciò che può essere mostrato è parte dell’evoluzione del medium che si sbarazza gradualmente dei limiti imposti dalla censura. Se la questione fosse limitata ogni volta all’ampliamento dei confini dell’ammissibilità, si tratterebbe allora di sola e semplice provocazione, magari divertente, ma certamente fine a sé stessa. Quanto più la distanza tra reale e rappresentazione si assottiglia, tanto più si fa invece complesso il discorso sulla liceità di tale rappresentazione. In una narrativa colma di violenza come quella di Takashi Ishii, la questione diventa per questo centrale, come lo è stato in tanto cinema precedente e successivo. In una saga come quella di Angel Guts in cui tutte le protagoniste subiscono orribili brutalità perpetrate da uomini diventa necessità per il creatore stesso ragionare sul medium.

Per questo uno dei temi che spesso ritorna nell’autore è proprio l’interrogarsi sui ruoli reciproci che hanno creatore e spettatore nel ciclo della rappresentazione. Si finisce spesso per sondare il distacco dalla brutale surrealtà che la finzione si prefigge di usare per veicolare le emozioni. Chiedersi quanto sia gratuito rappresentare la violenza fu allora ossessione di fondo di molti autori di Roman Porno ovvero capire là dove arrivasse la responsabilità del regista nel mostrarla e parimenti quella dello spettatore nel guardarla e quindi dissezionare per dissimulare quello che visto da una certa distanza potrebbe sembrare un mostruoso circolo vizioso di domanda e offerta. Per questo il discorso sul supporto fisico su cui viene impressa la realtà fa spesso capolino in queste storie. E’ una cosa che aveva ben presente il buon Sone Chusei nel secondo film della saga Angel Guts: Red Classroom (1979). In quell’episodio il protagonista si innamora della bella Nami guardando un blue movie sin troppo reale nel quale è incomprensibile il confine tra vittima e attrice. In Angel Guts: Nami (1979) la cosa si fa invece più astratta, perché la protagonista è una giornalista di cronaca che descrive le violenze per il suo affamato pubblico di lettori. In questo Red Flash del 1994 si è invece in piena era di VHS amatoriali, per cui viene ripreso il tema della violenza filmata con intenti voyeuristici-celebratori della propria crudeltà, come già accaduto in Rouge di Hiroyuki Nasu scritto dallo stesso Ishii una decina di anni prima. Un discorso lungo e complesso che evolve durante tutta la filmografia dell’autore arrivando a compimento e ideale conclusione solo in Freeze Me. Anche lì una violenza filmata come in questo film, ma la storia bilancia e convoglia tutti gli elementi che fanno parte della sua tipica caratterizzazione dei personaggi, come si trattasse di un riverbero, che propagatosi dagli inizi della sua avventura creativa, arrivasse poi a cesura in quella pellicola, che segna un punto di volta nella sua filmografia.

Red Flash viene ben prima però di Freeze Me, è il capitolo finale degli Angel Guts iniziati come serie Roman Porno in casa Nikkatsu e conclusasi altrove per Argo Pictures. Il fatto che i diritti non appartengano alla Nikkatsu è probabilmente la causa della sua assenza nella recente ri-edizione americana della saga, che comprende cinque dei sei complessivi episodi e fa sì che l’unico modo per visionarla sia solo tramite temibili bootleg. La pellicola si presenta come totalmente dissolta dalle canoniche fattezze del genere in una nuova forma evoluta, sì significativa per il cinema dell’autore, ma con diversi problemi di fondo dovuti all’insolito e nuovo impianto narrativo. Come nel precedente episodio Angel Guts: Red Vertigo che fece da esordio per il mangaka, Ishii si sgancia dall’ora e poco più di minutaggio dei Roman Porno ed allunga verso la classica ora e mezza del cinema dei quartieri più alti. Risentì probabilmente del periodo in cui viene prodotta, compressa tra film più importanti e sentiti come A Night in Nude e la parentesi commerciale di Gonin con cast di stelle realizzata appena l’anno successivo. Eppure, sebbene sia poco riuscito come singolo episodio e per nulla paragonabile all’ottimo predecessore, rappresenta un importante snodo di carriera dove giusto qualche residua traccia del passato è ravvisabile, mentre lo sguardo è fermamente rivolto all’autore che verrà nei film più acclamati.

A questo si aggiunga che si tratta dell’unico Angel Guts ad avere sembianze di giallo con il suo enigma da risolvere e i cui nodi si sciolgono nel finale. Ishii non sembra trovarsi molto a suo agio con questa nuova forma che esula dal melodramma a tinte fosche in cui ama muoversi. Nami e Muraki, i due ricorrenti protagonisti che popolano quell’unica grande narrativa che costituisce la saga, mantengono intatte le loro caratteristiche salienti ed è ottima l’interpretazione di Nezu Jimpachi, che da qui in poi come Takenaka Naoto che era Muraki nel precedente film tornerà spesso negli altri film del regista, così come quella di Kawakami Maiko. Però il film stavolta si disunisce e l’interesse è più volto all’analisi dei meccanismi della violenza piuttosto che a mostrare l’intensità del rapporto d’amore e repulsione tra i due come consueto per la saga. E il finale chiaramente insiste sull’annullarsi di quella distanza tra vittima e carnefice, che è analoga a quella tra narratore e spettatore. Nami si immagina assassina, volutamente viene seminato il dubbio in una allucinatoria sequenza, nonostante vi sia la prova documentale, visiva, di una videocassetta registrata che provasse la sua innocenza dall’omicidio attorno a cui ruotano le vicende. La questione è che a questo punto del film davvero importa poco della verità, perché tutto è sfumato nell’unione finale delle disperazioni reciproche dei due protagonisti, al fondo di quella spirale di nichilismo dove sono destinati ad incontrarsi.

[nggallery id=1656]

CONDIVIDI: