Angel Guts: Red Porno

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Angel Guts: Red PornoImbrogliata da un’amica, Nami Tsuchiya si trova controvoglia a posare nuda per una rivista erotica chiamata Red Porno. Il servizio fotografico è un successo e la ragazza manifesta apertamente il disagio, l’imbarazzo e la repulsione per quello che ha fatto, ma purtroppo per lei alcuni uomini iniziano a riconoscerla. Tra questi ci sono un suo collega di lavoro che dietro la minaccia di rivelare il suo segreto ai superiori riesce ad ottenere dei rapporti sessuali, e un giovane introverso di nome Kenzo Muraki che sembra pedinarla costantemente.

E’ contemporaneamente gradito e sorprendente sapere che Toshiharu Ikeda ha avuto un passato registico così diverso da quello generalmente conosciuto. Se il suo Evil Dead Trap raccoglie inizialmente il Dario Argento style e termina seminando il trucco gore e le esplosioni di carne di Lucio Fulci, è altrettanto indubbio che la messinscena fa tremare i polsi anche del più fervido sostenitore. Gli anni 80 raccontati attraverso i suoi obbrobri: costumi che non indosserebbe neppure un naufrago, capigliature cotonate e musichette composte con la pianola regalata al cuginetto. Nonostante tutto questo, o molto più probabilmente proprio per questi motivi, il film è diventato una specie di cult, appellativo che potrebbe benissimo indossare anche Red Porno, pur se per tutt’altri argomenti.

Infatti sono ben poche qui le tracce di immagini rozze, il trucco riservato a luci, colori e affastellamento della scena è pieno ma dolce, per divenire pesante durante l’autoerotismo, dominato da un rosso cupo che illumina il piacere perseguito sotto un kotatsu (un tavolino munito di stufetta), una sorta di camera oscura dove si sviluppano le fantasie sessuali.
Va inoltre messo a fuoco il ruolo degli elementi scenografici come schermi televisivi e specchi che assumono la funzione di telecamere aggiunte e rimandano a video immagini multiangolo attraverso una singola inquadratura, come a fornire il punto di vista di svariati peeping Tom intenti ad osservare dall’esterno. D’altronde il voyeurismo è un motivo costante nel film di Ikeda.

Il finale tronco, un coito interrotto contrapposto ai molti portati sudorosamente a termine durante i 65 minuti scarsi di durata del film, è uno schiaffo che risveglia dopo lo shock causato da masturbazioni femminili oggettistiche (di cui una sarebbe da schedare per il conturbante impatto visivo e l’inquadratura ribaltata che la preannuncia), bondage, pubblicazioni erotiche, fluidi corporei e perversioni violente. Tutti fattori che indifferentemente contengono i geni per la crescita incontrollata del desiderio sessuale sia dei protagonisti che delle comparse a cui sono assegnati solo dei fuggenti passaggi.

Come il titolo presuppone, Red Porno è il più esplicito dei cinque film, ma non tralascia di consegnare una sua riflessione. Nami e Muraki vogliono allontanarsi dall’immagine pubblica affidata rispettivamente loro dai lettori della rivista e dagli inquilini, e il modo più consono è rivelare l’un l’altra la loro vera intimità.

Si ringrazia Massimo Soumarè per il supporto fornito.

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