APT

Voto dell'autore: 3/5
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APTParlando di horror in Corea del Sud il primo nome a venire in mente è quello di Ahn Byeong-ki, regista votato al genere, creatore di film tristemente noti (Phone è edito anche in Italia). Fin dal suo esordio, Nightmare, il regista è stato precursore del genere nel paese, regista abile (Nightmare, Phone, Bushinsaba), sceneggiatore, produttore (la serie 4 Horror Tales) e scopritore di talenti attoriali. Purtroppo ha sempre sprecato il proprio innegabile talento visivo e l’ottima competenza nella messa in scena lavorando al servizio di sceneggiature banali, risibili e prive di qualsivoglia originalità, creando così prodotti comunque non ignorabili ma al contempo privi di ogni spessore.
Ancora lontano dalla perfezione sembra però stavolta aver trovato il suo film più riuscito proprio in APT, anomala opera che parte dall’horror puro e classico di fantasmi, salvo poi rivelarsi l’ennesima interessante riflessione filmica sullo sguardo (teoria assolutamente da approfondire che si muove sinuosa attraverso tutto l’horror asiatico da The Eye, a AB-Normal Beauty, fino a Shutter) passando da variazioni sul tema del videogioco Silent Hill 4 e di riflesso permeate dei contenuti che rimandano direttamente all’opera di Roman Polanski.
APT è un film balocco nel senso di un’opera in cui il regista –magistralmente, c’è poco da dire- gioca a più livelli per soddisfare contemporaneamente le esigenze commerciali e le proprie, autoriali. Così da una parte mette in scena controvoglia tutto l’armamentario classico imposto dalla produzione per soddisfare il pubblico (occidentale?) e al contempo rivela tutto questo paradigma come un’(auto)parodia di sé stesso e del genere, donando però alla farsa un secondo senso diegetico al film.
Ecco così che il fantasma bianco con i capelli corvini che trema è una specie di ragazzo (di sesso maschile!!!) epilettico e vittima a sua volta di altri spettri, mentre il rumore spiraliforme classico alla Ju-On che fastidiosamente torna a vibrare, viene rivelato alla fine (per chi ha orecchie per sentire) come –anziché il suono vocale di un fantasma- il cigolio di una sedia a dondolo in cui il rancore si era costruito sistematicamente nel tempo, implacabile. Purtroppo, la lezione non è stata colta, visto che anche recensioni apparse su autorevoli siti web di cinema coreani hanno stroncato il lavoro continuando a tacciare questi elementi semiparodici come assenza di originalità.
Di nuovo come accade spesso SOLO nell’horror asiatico si cerca di confondere dietro l’horror altre tematiche ben più profonde e malinconiche, d’altronde l’approccio al genere non è così dissimile dal classico Memento Mori.
Al contempo la polemica sgarbata. Il regista tira badilate di critica feroce a tutta la popolazione e rispetto al precedente film la sua visione sembra essersi ancora più radicalizzata. Se in Bushinsaba era la popolazione di una comunità rurale ad essere il male, sprofondata nella propria ignoranza e folklore cieco ora è la città, l’intero territorio urbano e l’intera fauna umana ad essere marcia e fonte del nefasto. Qui il regista non si risparmia. E lo straordinario finale, tanto terribile quanto geniale, sembra essere l’unica risposta e reazione al male diffuso e totale. Un finale anomalo e geniale da scrivere nella storia degli horror.
Sejin (Ko So-young) va ad abitare in un palazzone del centro città; ragazza sola, con un lavoro monotono che non le permette slanci creativi, è una bella ragazza abortita (volontariamente) dalla città, ma al contempo violentemente partecipe del male che cova nelle fondamenta urbane della Corea contemporanea. Dopo un breve lasso di tempo si accorge che nel palazzo di fronte al suo tutte le sere, tutte le luci si spengono contemporaneamente alle ore 21:56. E subito dopo, ogni sera, un inquilino perde la vita. Nel frattempo le persone che conosce e intersecano la sua vita diventano pedine di un mosaico horror dalle imprevedibili sfumature. Il film è ispirato ad un noto manwha (fumetto coreano) locale ma il regista ha optato per eliminare la sobrietà della storia ed estremizzarne le componenti. Il risultato è un film autistico come d’altronde tutti quelli del regista ma assolutamente piacevole e in parte rivoluzionario che lascia, dopo il secco e brusco finale, uno strano senso di piacere addosso misto ad angoscia diffusa. Certo le citazioni a casaccio infastidiscono non poco (è ricreata inquadratura su inquadratura in modo del tutto inspiegabile la corsa nel bosco di Jodie Foster all’inizio de Il Silenzio degli Innocenti). Dribblate queste scelte inspiegabili ma ormai firma autoriale del regista ci si può accontentare di un ottimo film dai lievi risvolti originali.

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