Art of Fighting

Voto dell'autore: 3/5
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Art of FightingSebbene di primo acchito possa sembrare l’ennesimo film di botte da orbi coreano, e per giunta nemmeno tanto entusiasmante, Art of Fighting è piuttosto da inquadrare all’interno di un altro filone. Certo, le botte ci sono, e tante, ma si tratta comunque di un bildung romance, la storia di una crescita, nel quale il protagonista (Byeong-tae) intraprende un percorso di formazione che lo porterà da una situazione iniziale in cui è timido e timoroso ad un punto di arrivo in cui riesce finalmente a credere in se stesso e a recuperare il rapporto deteriorato col padre. Banale, forse, ma i progressi del giovane avvengono gradualmente e lasciano spazio anche a umorismo e satira, facendo guadagnare alla visione in leggerezza senza renderla iperbolica. I costumi e le scenografie sono ben selezionati, belle le “macro” sui volti dei lottatori, buona la fotografia, ma la vera ossessione del regista è il cibo. Di frequente i personaggi sono colti mentre mangiano, con tanto di primi piani sui piatti e sulle bancarelle di strada. Anche a livello promozionale lo sforzo è stato apprezzabile. I poster riprendono il rapporto quasi padre-figlio dei due protagonisti e per i trailer è stato girato appositamente del materiale originale molto interessante.

Byeong-tae è interpretato da un’amorfo e sberluccicante Jae Hee (3-Iron), che, se fosse stato il solo protagonista, avrebbe rischiato seriamente di affossare l’intera pellicola. Per fortuna la parte del mentore è stata assegnata al grande Baek Yoon-shik, vera e propria icona “cool”, attore eclettico e poliedrico, in grado di addossarsi totalmente il peso del film e di far passare in ombra tutti gli altri attori, i quali, senza far gridare al miracolo, funzionano degnamente. Cameo divertentissimo di Lee Moon-shik.

Film tutto al maschile, con una sola presenza del gentil sesso – francamente superflua – l’esordio di Shin accusa la mancanza di una direzione ben precisa e nel finale prevedibile e abusato il film perde un po’ di mordente, liquidando in fretta e furia i conti e fingendo un buonismo che fino a quel momento era stato evitato. Il potenziale intrattenitivo del film, inoltre, richiede preventivamente di prendere la storia con le pinze, soprassedendo alla scarsa verosimiglianza di certe situazioni – su tutte la scuola-carcere in cui nessuno ferma le risse – ma in tal modo è possibile gustare più a fondo sia la trama fatta di fughe, risse e lezioni di combattimento, sia i personaggi. Gli “antagonisti” alla crescita del protagonista, invece, estremizzati per veicolare le simpatie e gli odii dello spettatore, risultano troppo univocamente crudeli al di là di ogni possibile redenzione, quasi robotici nella loro ostinazione alla persecuzione dei più deboli, sortendo l’effetto opposto di allontanare ulteriormente la concretezza. Ed è il grosso fallimento del film, una schizofrenica ricerca del realismo senza perseguirlo fino in fondo. Nonostante questo e i numerosi altri difetti, resta comunque un lavoro piacevole, scandito da numerose gag ironicamente violente e da momenti più drammatici che stemperano il potenziale action della storia.

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