Art of the Devil 3

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Art of the Devil 3Quella lacrima sul finale è emblematica e racchiude “senso”.

I tanti cattivi del cinema horror statunitense; Freddy, Jason, Michael Myers, Leatherface, spietati e ingombranti killer di nascita, poi alleggeriti a buffoni di corte nei sequel, statuari, vendicativi, caratterialmente tagliati con la stessa ascia che utilizzano per ledere. E poi i buoni, teenagers peccatori, assetati di sesso e droghe e per questo punibili e da punire secondo una morale oppressiva di evidente stampo cattolico.

Art of the Devil, dopo un episodio nominalmente e internazionalmente fuori serie (e brutto) e un secondo (il “vero”primo episodio) tellurico, torna alla carica. Il primo, sorta di visione asiatica di un cinema alla Hostel/Saw, aveva sconvolto già con i poster promozionali e colpito basso con l’ultraviolenza dei contenuti. Il Ronin Team (collettivo firmatario dell’opera) è tornato per regalare un sequel all’altezza del precedente. Ma le tematiche sono roboanti e confondono la morale; la “cattiva” è rinchiusa, aggredita, usata per un rituale nefasto e sferzata da un trauma infantile.

I buoni sono una famiglia felice, anch’essi con trauma a carico, che agiscono per il (loro) bene e quello dei propri cari, ma sfruttando il corpo della ragazza in un gesto vendicativo di rara efferatezza. E poi c’è un terzo uomo, stregone abile e spietato che combatte con qualcosa alle spalle più grosso di lui. Infine un quarto uomo, un monaco, morale e spirito narrante del film. Il resto è ultraviolenza e la “solita” delizia di torture a cui il predecessore ci aveva abituato; spille a balia utilizzate per fissare palpebre all’epidermide e spalancare occhi per poi passarci manciate di sale e farci colare sopra cera bollente, aborti inumani, stomaci che esplodono, impiccagioni, lingue tagliate, unghie estirpate, spilloni conficcati nella testa, calotte craniche scoperchiate. Volendo ci si aspetterebbe più sangue, più splatter, mentre la spettacolarizzazione resta in parte pacata, talvolta inseguendo un mero realismo.

Il negromante che ha abusato della magia sta per morire divorato da demoni dall’interno, fatto che gli provoca piaghe addominali da cui escono vermi. L’unica salvezza è trovare ed estirpare il terzo occhio ad un altro stregone potentissimo. Tale appendice è in possesso di una maga che viene scelta come corpo/involucro dentro cui innestare l’anima di una donna defunta e di cui il marito ha conservato il cadavere sotto sale. La sventurata viene torturata, fatta abortire e poi privata dell’anima per rendere il suo corpo guscio sensuale della defunta. Ma il suo potere è troppo elevato e inaugurerà una sanguinosa vendetta.

La morale è chiara e viene ribadita per tutto il film; una volta abbracciata la magia, lei non ti abbandonerà più, ogni scelta magica ha conseguenze che rimarranno fisse per sempre. Magia di liberazione che si rivela maledizione, sconvolgendo quindi la morale interna e ogni sorta di identificazione empatica nei confronti dei personaggi. In parte inaspettato, in parte sorprendente, un sequel intelligente, che amplifica il contesto, pareggia il livello di emoglobina, non si erge e esempio di nulla, ma intrattiene più che onestamente con una assoluta competitività nei confronti del resto del cinema mondiale. Un grande carosello gore abortito dalla vivacissima Thailandia patria contemporanea del cinema più violento e virulento del globo.

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