As the Gods Will

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E’ una classica noiosissima giornata di scuola quando al docente di matematica esplode improvvisamente la testa durante la lezione e una daruma appare sopra la cattedra. Inizia così una partita a “un, due, tre, stella!” in cui ogni persona che si muove esplode. Ne resterà soltanto uno. Che poi passerà alla sfida successiva che vede come antagonisti di volta in volta feticci e manufatti della tradizione giapponese da bambole kokeshi a maneki neko, shirokuma e matryoshka (la cui origine in effetti passa per il Giappone e ancor prima per la Cina).
Il film prima dell’uscita era stato anticipato da un teaser “fuori tema”, in cui una daruma faceva esplodere i seni a delle modelle in bichini; aveva incuriosito il pubblico anche occidentale divenendo in un attimo virale. Tratto da un fortunato manga concluso a cui è seguito una sorta di autoremake è un prodotto che tematicamente si inserisce in un filone particolarmente fortunato in Giappone, quello dello sterminio dei giovani studenti attraverso sfide o leggi statali, da Battle Royale in poi.
A fare la differenza è la firma del regista, Miike Takashi, uno che di film così ne dirige ormai almeno tre all’anno con una continuità qualitativa probabilmente unica nella storia del cinema. Un tempo pensavamo che Miike fosse un creativo dotato di una sfrenata fantasia. Ma la fantasia e la ciclicità delle invenzioni fisiologicamente devono scemare. Nel suo caso no. Il che ci porta a pensare che l’atto creativo non esista come fattore consapevole e attivo nel suo cinema ma sia approccio automatico e autoriale, passivo. Miike vede e racconta così, in automatico, vive, inventa e racconta universi ogni volta nuovi e antitetetici con una disinvoltura e naturalezza sconvolgente.
Miike avanza spesso quasi in apparente scrittura automatica, producendo film sicuramente non convincenti fino in fondo, film minori, ma che sono esponenzialmente più rilevanti di tanti corrispettivi occidentali e non, ben più acclamati. D’altronde solo in un suo film come questo si può fruire di tali dosi di delirio e libertà stilistiche ma sempre dirette con polso e piglio autoriale, con una regia capace perfettamente sotto controllo e un montaggio sorprendente. Anche questo As the Gods Will possiede infatti un ritmo discontinuo che vanta il solito inizio straordinario e una prima parte ben più riuscita. Regala le sezioni migliori quando è più vicino alle pagine del manga di origine, lettura che sicuramente può essere utile a cogliere meglio il senso d’insieme dell’opera che in questa versione live resta forse penalizzata da un’estrema capacità di sunto nonostante la durata anche eccessiva. L’ennesimo straordinario inno alla fantasia pregiato da un ottimo budget che permette al regista di erigere un monumento alla propria creatività e che nonostante appaia come un suo film più disimpegnato, minore, proprio come il precedente The Mole Song: Undercover Agent Reiji lascia basiti di fronte a tanta accecante libertà e creatività, unita ad un insperato senso dell’intrattenimento senza compromessi o censure (in un tripudio splatter continuo la sfere di sangue non si rivelano come una forzata operazione censoria ma più una geniale scelta stilistica alla Jodorowsky). Nonostante tutto, nonostante il budget e la resa patinata da film per ragazzi Miike continua a inserire le sue scelte personali e impopolari, quelle fughe dai binari che sempre è riuscito ad imporre anche nei film più inaspettati come ad esempio in Yattaman. E’ particolarmente intelligente, per citarne una, l’aver dato vita, personalità e carattere ad ogni feticcio ligneo animandolo in una maniera diversa, dalla computer grafica totale del daruma arrivando ad altre modalità di animazione più d’antan dei successivi “personaggi”.
Cast composto da tanti divetti giovani (escluse un paio di sorprese tra cui Nao -Ichi- Omori) con nel ruolo di protagonista Sota Fukushi, già rider principale nella serie Kamen Rider Fourze.
Un film minore che a differenza del cinema di altri registi (qualcuno pensa a Sion Sono, collega spesso tirato in ballo) non perde mai il contatto con il pubblico, non mostra mai sequenze sfilacciate o tirate via e non si lancia mai verso ostentate derive artistoidi.
Miike patrimonio dell’umanità.

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