Ashes of Time

Voto dell'autore: 5/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,83/5: 6 voti]

Ashes of Time di Wong Kar-WaiTra i vertici assoluti del wuxia, Ashes of Time è un oggetto anomalo all’interno della filmografia di Wong Kar-Wai. Fu una produzione travagliata e devastante dal punto di vista del budget, tanto da costringere Jeff Lau a rimediare con The Eagle Shooting Heroes per rimettersi in carreggiata. I lavori si protrassero al punto tale da permettere a Wong Kar-Wai di girare in due mesi lo strepitoso Hong Kong Express, consacrando così il 1994 come l’anno di grazia del regista. Ashes of Time è anche l’unica opera sulla quale Wong è ritornato a mettere le mani, come testimonia la versione Redux del 2008. Alcuni dei cambiamenti apportati dal rinnovo, tra i quali la colonna sonora completamente alterata, non restituiscono con la stessa potenza queste immagini indimenticabili. Una riedizione che fece discutere ma che implica un’attenzione particolare da parte del regista per questo film.
Soprattutto, Ashes of Time è l’espressione più alta di una ricodifica del wuxia anticipata da Tsui Hark, Ching Siu-Tung, Yuen Woo-Ping e Sammo Hung. Titoli come Swordsman II e Blade of Fury avevano innestato nei combattimenti una velocità decisa e diretta verso l’illeggibilità. Ashes of Time va oltre. Escluso un confronto, rallentato per avvicinare lo spettatore a un Tony Leung Chiu-Wai prossimo alla totale cecità, si raggiunge l’illeggibilità assoluta. Gli scontri sono furiosi e rapidissimi. Schegge impazzite in cui si intravedono gli impatti, le lame, le grida, il sangue. Quello che colpisce maggiormente, tuttavia, è il ruolo marginale che occupano. Quasi fossero contorno di poco conto, Wong Kar-Wai non li trascura ma li fa apparire tutt’altro che inevitabili. Una scelta che snatura in qualche modo un genere che ha sempre messo al centro dell’attenzione la spettacolarità dei combattimenti. Ashes of Time segna un punto d’arrivo dal quale, per forza di cose, il wuxia dovrà rivedere le sue coordinate.

La rilettura del wuxia da parte di Wong Kar-Wai coinvolge anche lo sviluppo degli eventi. I personaggi intrecciano le loro vicende in un flusso ininterrotto di azioni e reazioni, di cause e conseguenze, di Yin e Yang che si compenetrano e non si staccano mai. Un filo, che è quello del tempo, lega tutti i protagonisti, li attraversa e li abbandona a se stessi. Ashes of Time ha come perno Ouyang Feng (Leslie Cheung), un “agente” come lui stesso si definisce. Da lui arrivano e partono guerrieri solitari, donne in cerca di vendetta, mogli in cerca del marito e vecchi amici con troppe cose da dimenticare e troppi amori da chiarire. Chi viene da lui viene per chiedere aiuto, nella maggior parte dei casi per affidargli l’omicidio di qualcuno. Ouyang Feng è impietoso, ragiona solo in termini di guadagno e pura sopravvivenza. Un codice d’onore sembra averlo, ma di compassione e morale nessuna traccia. Per tutti, Ouyang Feng incluso, il passato è una condanna. Per lui è anche la ragione della sua durezza e del suo disincanto. Profondamente ferito, cerca invano di nascondere quello che prova dietro una maschera impassibile e una forza che non gli appartiene del tutto.

Wong Kar-Wai scombina completamente la linearità degli eventi. Si procede per suggerimenti, sensazioni e sottrazioni. Le relazioni tra i personaggi sono accennate, onnipresenti ma mai spiegate dal principio. Lo spettatore è costretto ad usare come collante Ouyang Feng per tenere insieme tutti i frammenti della storia. Acqua, deserto, cielo, piante e fiori, fuoco sono tutti elementi naturali che caratterizzano come segni di interpunzione lo scandire degli eventi. Su tutti il tempo, irreversibile. Con la fotografia di Christopher Doyle ed il montaggio di Patrick Tam, Wong Kar-Wai ottiene il massimo dalle immagini, capaci di proiettare un pulviscolo di sensazioni sempre nuove, sempre assolutamente forti. Una lezione stilistica di luci e ombre, di colori e posizione della camera da imparare a memoria. Ogni volto, ogni corpo e ogni movimento si riempiono di un’eleganza inafferabile. Inafferabile, in primis, anche dagli attori. Infatti, come documentano gli speciali dell’edizione Redux della Artificial Eye, gli attori avevano una traccia vaga della sceneggiatura da seguire, le riprese si spostavano di giorno in giorno in luoghi diversi. Senza continuità, senza procedere per gradi. Tutto per attimi, scene parte di qualcosa di più grande.
La puntata di Wong Kar-Wai nel wuxia non può lasciare indifferenti. Unico nell’approccio ad un genere che di cambiamenti e rivoluzioni interne ne ha viste tante, Ashes of Time si stacca dal resto della produzione del regista di Hong Kong perché fortemente diverso e, per certi versi, inarrivabile.

CONDIVIDI: